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AGBOGBLOSHIE: LA MINIERA DEI RIFIUTI ELETTRONICI

Un tempo, Agbogbloshie era un paradiso naturale, una vasta e rigogliosa palude di mangrovie nel cuore di Accra, la capitale del Ghana. Oggi, è l’inferno. In meno di vent’anni, infatti, Agbogbloshie si è trasformata in una delle più grandi “miniere urbane” al mondo: un’enorme distesa nera di rifiuti elettronici fumanti, dove centinaia di bambini lavorano in condizioni disumane, senza addestramento né dotazioni di sicurezza, per poco più di due dollari al giorno.

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Secondo i dati di un recente dossier pubblicato dalle Nazioni Unite, l’anno passato i rifiuti elettronici globali hanno sfiorato quota 42 milioni di tonnellate; una quantità equivalente a sette volte la Grande Piramide di Cheope. I maggiori produttori pro capite del cosiddetto e-waste sono gli Stati Uniti, seguiti a ruota da Unione Europea e Cina; mentre alcuni Paesi emergenti, come l’India, rischiano di incrementare del 500 per cento la propria produzione di rifiuti elettronici nell’arco dei prossimi dieci anni.

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A causa delle rapide innovazioni tecnologiche, dell’abbassamento dei prezzi e dell’obsolescenza programmatica dei dispositivi, il flusso di e-waste è in continua crescita: secondo le Nazioni Unite, a questo ritmo il volume globale è destinato ad aumentare di oltre il 30 per cento entro il 2020. Il problema è aggravato dal fatto che, a livello globale, solo una piccola parte di questi scarti (circa il 15 per cento nel 2014) viene riciclata e smaltita correttamente, mentre più dell’80 per cento va a morire in posti come Agbogbloshie.

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Nonostante le “economie sviluppate” siano dotate di leggi e strutture adeguate per un corretto trattamento dell’e-waste, da anni i governi tendono a liberarsene per non affrontare i costi elevati e i rischi legati alla tossicità di questi prodotti. Così, i rifiuti delle Nazioni ricche vengono raccolti e spediti in Paesi più poveri, dove la legislazione a tutela dei lavoratori e dell’ambiente è ancora scarsa e i metodi di riciclaggio sono economici e arretrati. Secondo una recente investigazione condotta dall’Interpol, infatti, oltre il 30 per cento dei container che lasciano l’Europa con “prodotti di seconda mano”, sono invece carichi di rifiuti elettronici illegali destinati a Paesi come il Ghana. Ogni mese, il porto di Accra riceve tra i 600 e i 1000 container pieni di smartphone, tv, computer ed elettrodomestici di ogni tipo, che vengono poi trasportati e scaricati ad Agbogbloshie. Qui, bambini di ogni età lavorano per ore, raccogliendo, smantellando e bruciando migliaia di dispositivi elettronici per estrarre oro, rame, ferro e nickel da vendere sul mercato nero della capitale ghanese.

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Ad Agbogbloshie, l’e-waste è un vero e proprio business, ma le conseguenze per la salute umana e l’ambiente sono devastanti. I rifiuti elettronici, infatti, sono principalmente composti da sostanze altamente tossiche – come piombo, mercurio, arsenico e zinco – che finiscono inevitabilmente per disperdersi e inquinare pericolosamente terra, aria e acqua. Una recente analisi scientifica condotta da Greenpeace ha rivelato che il livello di contaminazione del terreno di Agbogbloshie è cento volte superiore a quello considerato innocuo e salutare. Così, esposti costantemente alle sostanze nocive presenti in questa gigantesca discarica a cielo aperto, i giovani “minatori urbani” finiscono per soffrire di vari disturbi fisici e mentali, e la maggior parte tende a morire prima dei 30 anni.

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Nonostante i media abbiano fatto luce su luoghi come questo, la produzione di e-waste non sembra destinata a diminuire. I passati accordi internazionali per limitare questo traffico illegale – come la Convenzione di Basilea del 1989, non ratificata dagli Stati Uniti – sono miseramente falliti e oggi il problema rimane difficile da regolamentare a causa della sua natura globale. Inoltre, anche se tossici, i dispositivi elettronici rotti o usati offrono una preziosa opportunità di guadagno in Ghana e il governo non sembra intenzionato a compromettere il mercato più fiorente del Paese.

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Data:

29 Agosto 2015