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ALLARME BANGLADESH

Ormai i segnali della trasformazione della Terra sono sotto gli occhi di tutti, ma in un piccolo e sovrappopolato angolo d’Oriente il cambiamento climatico sta avanzando a un ritmo impressionante e minaccia di travolgere una Nazione intera. Secondo il Global Climate Risk Index, nel corso degli ultimi vent’anni, il Bangladesh è stato uno degli Stati più colpiti dagli effetti del surriscaldamento globale e, a questo ritmo, il suo destino sembra segnato.

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Le ragioni della vulnerabilità di questo Paese sono complesse e profondamente collegate. Un ruolo cruciale, tuttavia, è giocato dalla sua geografia. Casa dell’immenso Delta del Gange – il più grande al mondo, che riversa nella Baia del Bengala la maggior parte dell’acqua proveniente dall’Himalaya – il Bangladesh è attraversato da ben 57 fiumi transfrontalieri, 54 provenienti dall’India e tre dalla Birmania. Un flusso d’acqua imponente, già fuori controllo e destinato inesorabilmente a crescere a causa dello scioglimento di una parte dei ghiacciai himalayani. Secondo Atiq Rahman, direttore del Bangladesh Centre for Advanced Studies e autore principale del quarto rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, il cambiamento climatico inasprirà tutti i fenomeni naturali estremi già presenti in Bangladesh – come cicloni tropicali, inondazioni, erosione dei fiumi, frane e siccità – che scuoteranno il Paese con sempre maggiore intensità e frequenza.

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Questa delicata situazione ambientale è aggravata dal continuo innalzamento del livello del mare. Con un quarto del territorio nazionale ad appena due metri d’altitudine, le previsioni sono allarmanti: secondo John Pethick, ex professore di Scienze Marine alla Newcastle University, le alte maree in Bangladesh stanno crescendo dieci volte più velocemente rispetto al resto del pianeta. I dati raccolti da Pethick in decenni di ricerche sul campo prevedono un innalzamento del livello del mare di quasi quattro metri entro fine secolo. Altri scienziati hanno invece calcolato incrementi più modesti – tra 1,6 e 1,8 metri – comunque sufficienti a erodere il Delta del Gange e l’intera costa nazionale, inondando di acqua salata il 17 per cento del territorio entro il 2050. In una delle Nazioni più povere e densamente popolate al mondo, con una popolazione in crescita di 2 milioni l’anno, le conseguenze saranno catastrofiche. Nel giro di appena cinque anni, l’attività agricola – che attualmente contribuisce al 20 per cento del PIL e dà lavoro a oltre metà della popolazione bengalese – rischia di dimezzarsi, minacciando non solo la sicurezza alimentare ma anche l’intera economia nazionale.

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Milioni di bengalesi rischiano di perdere tutto – la propria casa, la propria terra, il proprio sostentamento – e saranno costretti a trasferirsi in altre zone del Paese. Nonostante sia impossibile predire con esattezza quante persone migreranno a causa del cambiamento climatico, le stime più attendibili prevedono la “dislocazione forzata” di 18-30 milioni di persone nell’arco dei prossimi 40 anni; la maggioranza dei quali si sposterà all’interno dei confini nazionali. Un flusso estremamente difficile da gestire per il debole governo del Paese, che dovrà riuscire a garantire agli immigrati una nuova casa e un nuovo posto di lavoro, per non gonfiare ulteriormente i già sovrappopolati slum che dilagano nelle grandi città.

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Al momento, il governo sta cercando timidamente di prevenire l’imminente diluvio attraverso la costruzione di nuovi argini, dighe, canali e sistemi di pompaggio dell’acqua; tutte misure che, secondo alcuni esperti, finirebbero per aggravare il rischio d’inondazioni sul lungo periodo. Di fatto, l’élite politica nazionale, sempre più instabile e corrotta, si trova in un’impasse e fatica a promuovere politiche efficaci che salvino la Nazione dal cambiamento climatico. Nel frattempo, in alcuni villaggi le abitazioni sono state innalzate di qualche metro dal suolo, sono state piantate colture e alberi da frutto tolleranti al sale e si sperimentano nuovi modi per coltivare le verdure. Centinaia di comunità stanno rinforzando gli argini dei fiumi, installano “cordoni di sicurezza” per proteggere i raccolti, costruiscono rifugi anti-ciclone, e scavano nuovi stagni e pozzi per accumulare riserve di acqua dolce. Abbandonati dal governo e dalla comunità internazionale, i bengalesi sono in prima linea, lottano, si adattano e ogni giorno cercano nuove soluzioni per sopravvivere. Sono poveri ma consapevoli e non possono aspettare.

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Data:

12 Marzo 2016