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Golpe in Sudan, arrestato Al-Bashir

Golpe in Sudan, arrestato Al-Bashir

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Occhi puntati sul Sudan. Dopo mesi di proteste antigovernative contro il presidente Omar al-Bashir, diversi mezzi militari sono entrati nel complesso che ospita il quartier generale dell’esercito e la residenza ufficiale del presidente. Il ministro della Difesa sudanese, Awad Ibn Aouf, ha annunciato il suo arresto: l’annuncio è avvenuto con un comunicato letto alla tv di Stato. Aouf ha contestualmente annunciato lo scioglimento del governo, del Parlamento e tutti i governi regionali. Annunciata anche la sospensione della Costituzione che era in vigore dal 2005 e che era stata emendata nel 2016.

Sempre Aouf ha annunciato una transizione di due anni guidata da un “alto Consiglio di sicurezza”, i cui membri saranno annunciati prossimamente. L’annuncio è avvenuto con un comunicato letto alla tv di Stato dal ministro, che ha confermato lo stato d’emergenza per tre mesi; stato d’emergenza che è in vigore in Sudan dal 22 febbraio. L’Associazione dei professionisti sudanesi – un organismo parallelo ai sindacati filo-regime, e quindi non riconosciuto, che ha guidato la protesta esplosa il 19 dicembre in Sudan – aveva già anticipato che l’unica via d’uscita dalla crisi era la formazione di un governo di transizione civile nazionale. L’Associazione aveva chiesto ai manifestanti di rimanere nelle strade e continuare il loro sit in davanti al quartier generale delle forze armate a Khartoum. Nel 1989 il presidente deposto Omar al-Bashir aveva preso il potere con un golpe.

Ora si apre quindi lo spazio per consultazioni per dare vita ad un organismo di transizione. Lo scorso febbraio Bashir aveva nominato Ibn Aouf, già a capo dell’intelligence e capo di Stato maggiore, vicepresidente: dal 2010 aveva lavorato nel corpo diplomatico e dal 2015 era stato ministro della Difesa. E’ stato a lui, sottolinea la ’Tass’, a opporsi all’uso della violenza contro i manifestanti anti-Bashir in questi mesi di proteste.

“AL-BASHIR HA TENTATO LA FUGA” – Al-Bashir, avrebbe tentato mercoledì sera la fuga in un paese arabo. Lo riferiscono alcuni siti di notizie sudanesi, spiegando che l’esercito avrebbe impedito all’aereo di Bashir di decollare dall’aeroporto di Khartoum. Il Paese in questione, sottolinea ’Alrakoba’, sarebbe una monarchia del Golfo che aveva assunto “posizioni ambigue” nei confronti della rivolta contro il regime scoppiata il 19 dicembre scorso. Il Paese avrebbe offerto asilo politico al presidente deposto, ma avrebbe rapidamente ritirato l’offerta.

FOLLA IN STRADA – Migliaia le persone in strada: testimoni riferiscono di veicoli militari posizionati su snodi stradali strategici e sui ponti nella capitale. La folla celebra con canti patriottici e slogan quali “nuova era, nuova nazione” gli avvenimenti delle ultime ore. Gli abitanti di Khartoum hanno accolto in massa l’appello dell’Associazione professionale sudanese, uno dei gruppi che ha promosso le proteste, ad unirsi ai manifestanti.

Dopo mesi di proteste – iniziate a dicembre – contro il governo del presidente salito al potere nel 1989 grazie a un colpo di Stato, una fonte militare citata dalla Dpa ha confermato che blindati hanno circondato l’ufficio di al-Bashir. Durante le manifestazioni nel fine settimana, sette persone erano state uccise e 2.496 erano state arrestate. Per due notti consecutive i manifestanti sono stati attaccati dalle forze delle milizie e dell’intelligence fedeli al presidente e per due volte l’esercito è intervenuto a difesa della folla.

L’ONU – Nei giorni scorsi il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres aveva lanciato un appello a tutti coloro che sono coinvolti nelle proteste in Sudan per evitare la violenza e invitato il governo a promuovere un dialogo inclusivo, sottolineando che l’Onu è pronto a sostenere ogni sforzo per risolvere pacificamente la crisi del Paese. “Si chiede il pieno rispetto dei diritti umani, compresa la libertà di riunione, la libertà di espressione e la liberazione dei manifestanti detenuti”.

Intanto, gli Stati Uniti e cinque nazioni europee hanno chiesto una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Secondo fonti diplomatiche, citate dall’agenzia di stampa ’Dpa’, sono stati Usa, Germania, Francia, Gran Bretagna, Polonia e Belgio a chiedere una riunione a porte chiuse sulla crisi che si è aperta nel Paese africano.

Il vice ambasciatore della Gran Bretagna presso l’Onu, Jonathan Allen, ha dichiarato che tra i Paesi c’è il timore per gli sviluppi in Sudan, in particolare per la chiusura degli aeroporti e dello spazio aereo e per il coprifuoco notturno imposto per un mese. Secondo Allen, è necessaria una transizione molto rapida che veda un passaggio di poteri dai militari ai civili.

Serraj scrive all’Onu

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Khalifa Haftar non è “un vero partner per la pace” e l’Onu deve “adottare urgentemente le misure necessarie” a fermare il suo attacco. E’ quanto scrive Fayez Mustafa al-Serraj, Presidente del Consiglio presidenziale del Governo di Riconciliazione nazionale della Libia, in una lettera a Christoph Heussgen, Christoph Heusgen, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

“Abbiamo ripetutamente lanciato degli avvertimenti – rileva Serraj – sul pericolo che la situazione in Libia potesse arrivare a un livello ingestibile, a causa dell’insistenza di alcune parti libiche a cercare interessi personali dimenticando gli interessi del proprio popolo, e il Governo di accordo nazionale ha sollecitato il vostro Consiglio ad ammonire qualsiasi parte la cui condotta costituisca un pericolo per il processo politico, le vite e le proprietà dei civili. Gli attacchi aerei su Tripoli e altre città ora, da parte delle forze di Khalifa Haftar – che consideravamo fosse tra coloro intenzionati a portare il paese verso la pace – hanno portato e continuano a portare alla perdita di vite dei libici e la distruzione di proprietà private e pubbliche, e hanno messo a rischio la vita dei civili”.

“Questa guerra, iniziata da Haftar nel corso della prima visita del Segretario Generale nella capitale, ha dimostrato che Khalifa Haftar non era un vero partner per la pace e questo attacco non si sarebbe verificato senza l’interferenza di paesi stranieri che non hanno permesso al mio paese di raggiungere la stabilità, per i loro interessi personali, e hanno contribuito notevolmente ad ostacolare il lavoro dello Stato, paralizzando -denuncia Serraj- la sua capacità di controllare la situazione e garantire una vita sicura ai cittadini”.

“Da quando il Consiglio si è assunto l’onere del dossier libico nel 2011, e dopo la fine delle operazioni militari in quel periodo -aggiunge Serraj nella lettera all’Onu- la Libia è stata lasciata in uno stato di anarchia, in mano a soggetti che applicano agende straniere, terroristi e bande criminali. Anche se la questione libica è ancora sotto l’attenzione del vostro Consiglio, tuttavia, e la realtà del caso lo dice, il vostro Consiglio non si è ancora concordato su un documento che rifletta una visione unitaria dell’organismo internazionale responsabile della sicurezza e della pace internazionali, riguardo all’attuale aggressione militare, i crimini di guerra commessi e le gravi violazioni dei diritti umani da parte delle forze di Khalifa Haftar, come il bombardamento indiscriminato dei quartieri civili e il reclutamento dei bambini, come dimostra l’ultimo bombardamento contro l’aeroporto civile di Mitiga, in pieno giorno”.

“Senza dubbio, il ritardo nell’adottare misure appropriate per fermare l’aggressione, in cui vengono utilizzati tutti i tipi di armi, compresi i caccia, si tradurrà in perdite catastrofiche, umane e materiali, che non possiamo immaginare”. Serraj chiede quindi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite “di adottare urgentemente le misure necessarie a fermare questo attacco e far tornare immediatamente le forze di Khalifa Haftar da dove sono venute, e non tollerare coloro che ricorrono all’uso della forza come mezzo per raggiungere il potere, dimenticando che c’è un popolo che decide chi lo deve governare, attraverso elezioni libere e trasparenti”.

“Con rammarico, e viste le circostanze imposte contro la nostra volontà dalle ostilità in corso a Tripoli, abbiamo preso atto dell’annuncio del Sig. Ghassan Salamé, Rappresentante speciale del Segretario Generale, sul rinvio della data della conferenza nazionale, sulla quale i libici avevano riposto molte speranze per uscire dal loro calvario. Queste speranze -osserva- si sono trasformate in un incubo, in cui molte vite sono andate perse, e sfortunatamente, è una guerra tra i libici, e il perdente è la patria. Nel momento in cui confidavamo che i giovani potessero essere il pilastro di una patria in cui vivere tutti in sicurezza e prosperità, ecco che invece li vediamo oggi sfruttati come carburante in questa devastante guerra”.

Serraj ribadisce quindi “che l’aggressore non può essere equiparato all’aggredito, e il vostro Consiglio deve fare pressioni sugli Stati che sostengono questo aggressore: o la smettono di sostenerlo o il Consiglio di Sicurezza sospenda l’embargo sulle armi che è stato imposto a noi, che siamo un’autorità legittima riconosciuta a livello internazionale, in modo che possiamo difenderci”.

“Ancora una volta, confermiamo che non abbandoneremo i nostri principi per la costruzione di uno Stato civile, e il popolo libico non permetterà il ritorno di un regime totalitario: questa -conclude nella lettera indirizzata a Christoph Heusgen- è una linea rossa che non può essere tollerata, soprattutto dopo i grandi sacrifici che il nostro popolo ha offerto per la libertà. Dunque, attendiamo con impazienza che il vostro Consiglio sostenga il popolo libico per raggiungere la stabilità e garantirla, affinché possa godere dei valori della libertà, della giustizia e dello stato di diritto”.

COLLOQUIO CON MERKEL – “Apprezzamento per la posizione tedesca” sulla crisi libica è stata espressa dal capo del consiglio presidenziale libico, Fayez al-Serraj, nel corso di un colloquio telefonico con la cancelliera tedesca, Angela Merkel. Lo ha riferito una nota diffusa sulla pagina Facebook del governo di concordia nazionale di Tripoli.

Serraj, si legge nel comunicato, durante la telefonata ha invitato la comunità internazionale ad avere una posizione “più determinata ed efficace contro l’aggressione” del generale Khalifa Haftar. Secondo il capo del consiglio presidenziale, quello in corso è un “conflitto tra coloro che cercano la militarizzazione dello Stato e quelli che sono impegnati per la costruzione di uno Stato civile”.

Nella nota si evidenzia quindi che la cancelliera tedesca “ha condannato l’attacco alla capitale”, sostenendo “la necessità che le forze di Haftar si fermino immediatamente, ritirandosi” verso le posizioni che avevano prima dell’inizio dell’offensiva.

La Merkel, prosegue il comunicato, ha anche sottolineato “il grave danno causato da questa operazione militare al percorso politico sotto l’egida dell’Onu”, ribadendo che “non esiste soluzione militare alla crisi libica” e che è “necessario tornare al dialogo e alla comprensione” tra le parti libiche.

Assange arrestato a Londra

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Julian Assange è stato arrestato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove si era rifugiato nel 2012 per evitare l’estradizione in Svezia per un caso di violenza sessuale che è stato archiviato. Invecchiato, con i capelli lunghi bianchi raccolti all’indietro e una folta barba bianca, il fondatore di Wikileaks è stato trascinato fuori dall’edificio dell’ambasciata di Quito. Al momento si trova in custodia alla stazione centrale di Scotland Yard.

Comparso nel primo pomeriggio in un tribunale di Londra, il 47enne australiano è entrato nell’aula della Corte dei Magistrati di Westminster, camicia e giacca scure, facendo un saluto, con il pollice alzato, nella direzione della stampa. Secondo quanto riportano i media britannici, il giornalista è stato dichiarato colpevole di aver infranto i termini della libertà condizionale, poiché non si è consegnato alle autorità britanniche per un mandato del 2010 legato alle accuse di violenza sessuale in Svezia, che sono state successivamente ritirate. Assange si è dichiarato non colpevole, ha detto l’emittente.

Gli agenti britannici hanno prelevato il fondatore di Wikileaks all’interno dell’ambasciata dopo che il Paese sudamericano gli ha ritirato l’asilo. Revocata anche la cittadinanza, come conferma l ministro degli esteri Jose Valencia in una conferenza stampa: “La decisione è stata sospesa a causa di diverse violazioni (relative al suo soggiorno presso l’ambasciata a Londra, territorio dell’Ecuador)”, ha dichiarato Valencia, citato dall’agenzia russa Tass. Ad Assange, ha spiegato la polizia britannica, è stato inoltre notificato un “ulteriore mandato di arresto da parte delle autorità Usa“. Una notizia, quest’ultima, arrivata dopo la precisazione dei legali di Assange che hanno spiegato come l’arresto del fondatore di Wikileaks sia avvenuto “in relazione a una richiesta di estradizione degli Stati Uniti”. Nel comunicato della polizia si specifica che ad Assange è stato notificato “un ulteriore mandato d’arresto a nome della autorità Usa alle 10.53 dopo il suo arrivo alla sede centrale della polizia di Londra”. E si conferma poi che si tratta di “una richiesta di estradizione sulla base della sezione 73 dell’Extradition Act”. Secondo quanto aggiungo poi da un portavoce del ministero dell’Interno britannico, la richiesta di estradizione degli Stati Uniti è per presunti “crimini informatici”.

“I giornalisti di tutto il mondo dovrebbero essere molto preoccupati da queste accuse penali senza precedenti“, afferma Barry Pollack, avvocato che rappresenta Julian Assange negli Stati Uniti, affermando che il suo cliente non ha fatto altro che rendere pubbliche informazioni attraverso Wikileaks. “Se l’atto di accusa reso pubblico oggi contro Assange parla di partecipazione ad un complotto per commettere reati informatici, le vere accuse però si riferiscono all’azione tesa ad incoraggiare una fonte a fornirgli informazioni e sforzarsi di proteggere l’identità di una fonte”, aggiunge Pollack riferendosi alle azioni tipiche dell’attività giornalistica.

L’INCHIESTA AMERICANA – Il dipartimento di Giustizia Usa ha confermato di aver chiesto al Regno Unito l’estradizione di Julian Assange “in relazione all’accusa federale di aver partecipato ad un complotto per accesso abusivo in una rete informatica”. Secondo quanto si legge negli atti dei procuratori federali, datati 8 marzo ma finora secretati, Assange è accusato di aver “aiutato Chelsea Manning, ex analista dell’intelligence militare, ad entrare nei computer protetti da password del dipartimento della Difesa collegati al Siprnet, la rete del governo americano usata per documenti e comunicazioni classificate”.

Viene confermato quindi che per Assange è stata richiesta l’estradizione per reati informatici – che potrebbero portare ad una condanna a cinque anni – e non per spionaggio. Nell’atto di accusa si sottolinea che Assange ha avuto un ruolo “nella più ampia sottrazione di materiale classificato della storia degli Stati Uniti”.

Nell’atto di accusa dei procuratori distrettuali di Alexandria, Virginia – il tribunale più vicino al Pentagono – si afferma che Assange ha “incoraggiato in modo attivo” Manning a consegnare materiale top secret. E quando l’analista dei servizi segreti militari gli disse di aver consegnato a Wikileaks tutti i file che aveva rubato, Assange avrebbe risposto: “Occhi curiosi non rimangono mai a secco nella mia esperienza”.

Una ricostruzione in contrasto con quanto affermato da Manning che durante il suo processo disse di aver inviato di sua iniziativa i documenti rubati a Wikileaks e che nessuno del sito di Assange le aveva mai chiesto di dare altre informazioni. Ma i procuratori presentarono copie di conversazioni in chat tra Manning ed Assange sostenendo quindi che i due avevano collaborato. Dall’8 marzo scorso Manning è di nuovo in prigione per non aver accettato di testimoniare di fronte al grand jury del caso Wikileaks. “Tutte le domande si riferivano alla mia diffusione di informazioni al pubblico del 2010, domande ha cui io ho risposto durante il mio processo”, aveva detto prima dell’arresto.

Nel 2013 un tribunale militare condannò a 35 anni Bradley Manning, che subito dopo la condanna annunciò la sua volontà di intraprendere il percorso di transizione per cambiare sesso, adottando il nome di Chelsea. Nel gennaio del 2017, pochi giorni prima di lasciare la Casa Bianca, Barack Obama ridusse la pena di Chelsea Manning ai sette anni già scontati, permettendo la sua scarcerazione nel maggio di quell’anno. Lo scorso anno si è anche presentata al Senato in Maryland. Ora rischia di rimanere in carcere fino a 18 mesi se continuerà a rifiutarsi di testimoniare di fronte al grand jury.

IL MINISTRO DELL’INTERNO – Dopo l’arresto di Assange, il ministro dell’interno britannico, Sajid Javid, ha confermato che il giornalista “è ora sotto custodia della polizia per affrontare debitamente la giustizia del Regno Unito”. “Voglio ringraziare l’ambasciata dell’Ecuador per la sua cooperazione e la polizia per la sua professionalità: nessuno è al di sopra della legge“, ha quindi sottolineato Javid.

IL PRESIDENTE DELL’ECUADOR – A intervenire sulla vicenda, anche il presidente ecuadoriano Moreno: “Concedere asilo o ritirarlo è un potere sovrano dello Stato ecuadoriano” ha affermato Moreno in un video messaggio pubblicato sul suo account Twitter. Tuttavia, “il comportamento irrispettoso e aggressivo” di Assange e “le dichiarazioni scortesi e minacciose della sua organizzazione”, così come “la trasgressione delle convenzioni internazionali, hanno portato la situazione in un punto in cui l’asilo è insostenibile e impraticabile”.

“L’Ecuador sovranamente ha revocato l’asilo diplomatico concesso ad Assange dopo le ripetute violazioni alle convenzioni internazionali e al protocollo di convivenza“, ha affermato il presidente ecuadoriano sottolineando che, in particolare, il giornalista australiano “ha violato la norma di non intervenire negli affari interni di altri Dtati”.

“VIOLATO DIRITTO INTERNAZIONALE” – Da parte sua, Wikileaks ha denunciato nel suo account Twitter che “l’Ecuador ha revocato illegalmente l’asilo politico concesso ad Assange in violazione dei diritti internazionali”.

SNOWDEN – L’arresto del fondatore di Wikileaks è un “momento buio per la libertà di stampa”, ha dichiarato l’ex analista della Nsa americana Edward Snowden. “Le immagini dell’ambasciatore dell’Ecuador che invita la polizia segreta britannica all’interno dell’ambasciata per trascinare fuori dall’edificio un giornalista vincitore di premi finiranno nei libri di storia. I critici di Assange possono anche rallegrarsi, ma questo è un momento buio per la libertà di stampa”, ha scritto Snowden in un tweet. Snowden è rifugiato in Russia dal primo agosto del 2014, quando gli è stato concesso un permesso di soggiorno di tre anni rinnovato in seguito di altri tre.

LA SVEZIA – L’autorità della procura svedese esaminerà la richiesta di riaprire le indagini preliminari sulle accuse di stupro contro il fondatore di Wikileaks che furono lasciate cadere nel 2017. “Esamineremo la questione per determinare come procedere. Non possiamo fissare alcuna scadenza per le decisioni da prendere”, ha detto, il vice capo procuratore, Eva-Marie Persson, incaricata di procedere alla revisione, senza fornire altri dettagli.

La richiesta di riapertura dell’indagine preliminare è stata presentata dall’avvocato Elisabeth Massi Fritz, legale della donna che accusa Assange del presunto stupro risalente al 2010 durante il suo soggiorno in Svezia. Assange ha sempre negato la violenza.

Nigeria, Sergio Favalli è in Italia

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E’ tornato in Italia Sergio Favalli, l’imprenditore 62enne liberato in Nigeria dove era stato rapito il mese scorso. Ad accogliere Favalli al suo arrivo dalla Nigeria all’aeroporto romano di Ciampino, c’erano funzionari dell’unità di crisi della Farnesina, fra cui il loro capo Stefano Verrecchia. Dopo aver riportato in Italia solo qualche giorno fa il connazionale Sergio Zanotti, per tre anni ostaggio in Siria, l’Aise, al termine di una tempestiva e intensa attività intelligence condotta sul campo, è riuscita a ottenere la liberazione del connazionale. Come sempre – sottolineano fonti – si è mantenuto il riserbo, funzionale al buon esito della vicenda.

“Il nostro connazionale Sergio Favalli, rapito in Nigeria il 30 marzo scorso, sta rientrando in Italia”, annunciava in serata in un tweet il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che ha rivolto “un ringraziamento speciale ai nostri servizi di intelligence, in particolare all’Aise, per il fondamentale lavoro svolto che ha portato a questo brillante risultato”.

FARNESINA – Il caso, a quanto si apprende, è stato seguito dall’unità di crisi della Farnesina sin dai primi momenti, in raccordo con il comparto sicurezza. L’unità di crisi, inoltre, insieme all’ambasciata d’Italia ad Abuja, ha mantenuto i contatti con i famigliari di Favalli per tutti i 13 giorni del sequestro.

IL SEQUESTRO – Il 62enne si era trasferito in Nigeria come impiegato presso il Ferrero Plot Makero Road a Kaduna, per poi avviare un’autonoma attività imprenditoriale. Era stato rapito alla fine di marzo da un gruppo di sequestratori mentre si trovava nei pressi della città di Kaduna, 200 km a nord della capitale nigeriana Abuja. Con lui è stato sequestrato anche il tassista, liberato poi dalle forze speciali nigeriane in raccordo con l’intelligence italiana.

LA PRIGIONIA – Si sarebbe trattato di un rapimento a scopo economico: a mettere in allerta l’intelligence italiana sarebbe stato un connazionale in contatto con la moglie nigeriana di Favalli. Non si conoscono al momento i dettagli esatti del luogo della prigionia.

IL FASCICOLO – Del suo rapimento si è appreso solo in queste ore, dopo che è stato liberato dagli uomini dell’Aise. A quanto si apprende, Favalli avrebbe trascorso i suoi 13 giorni di prigionia nelle mani di una banda di criminali locali. In merito al rapimento, il pm Sergio Colaiocco ha aperto un fascicolo per sequestro di persona con finalità di terrorismo e Favalli verrà ascoltato dai magistrati romani.

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12 Aprile 2019