Traduci

Def, via libera da Camera e Senato

Def, via libera da Camera e Senato

cms_12528/camera8_fg.jpg

Via libera di Camera e Senato al Documento di economia e finanza. L’Aula di Montecitorio ha approvato con 272 sì e 122 no, mentre Palazzo Madama ha approvato la risoluzione di maggioranza con 161 voti favorevoli, 73 contrari ed un astenuto.
Noi non avremo una manovra correttiva e al tempo stesso rispetteremo gli impegni presi con l’Ue sul deficit strutturale”, ha affermato il ministro dell’Economia Giovanni Tria durante il dibattito per il voto del Parlamento alla risoluzione al Def. “Il nostro debito è pienamente sostenibile. Non abbiamo mai chiesto un euro”, ha aggiunto sottolineando che “il rapporto del debito-pil italiano è un onere per l’Italia perché crea problemi per la crescita e dobbiamo impegnarci per ridurlo”. In ogni caso, assicura, “il prossimo anno la nostra crescita sarà certamente maggiore” ma “il contesto ci dice che è bene essere prudenti”.

“Secondo la legislazione vigente l’Iva aumenterà se la legge non verrà cambiata” ma “io vi dico che con il prossimo Bilancio verrano adottate misure certamente finalizzate ad evitare le clausole“, ha detto ancora affermando che i due decreti, Crescita e Sblocca-cantieri, andranno entrambi in Gazzetta ufficiale “entro una settimana”.

Il ministro ha ricordato che nel bilancio precedente sono già state disinnescate clausole per circa 12 mld, ammettendo che comunque neutralizzare i rialzi Iva del 2020 a 23 mld circa potrebbe essere un’operazione più difficile. Ad ogni modo l’obiettivo è procede con il nuovo “step della riforma fiscale” con l’estensione della flat tax e con l’obiettivo di evitare l’aumento dell’Iva prendendo “misure alternative anche dal lato della spesa”. Questo disegno sarà fatto, ribadisce, “nel rispetto degli obiettivi di finanza pubblica cosi come definiti nel Def”.

Battaglia sull’Iva

cms_12528/tria_parlamento_afp.jpg

Il rialzo dell’Iva dal primo gennaio 2020 sarà confermato in assenza di misure “alternative”. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria in audizione sul Def davanti alle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato a Palazzo Madama conferma la ’bomba ad orologeria’ che grava sull’economia italiana: clausole di salvaguardia sui conti da 23 miliardi di euro che potrebbero scattare in caso di mancato conseguimento degli obiettivi di bilancio concordati con l’Ue.

A meno che non si riescano a trovare i 23 miliardi necessari a bloccare le clausole di salvaguardia, quindi, l’aumento non potrà essere evitato. Nell’ipotesi peggiore, se non verranno recuperati entro la fine di quest’anno 23 miliardi di euro, l’aliquota ordinaria passerà dal 22 al 25,2 per cento, mentre quella ridotta dal 10 salirà al 13 per cento.

Uno scenario che fa infuriare la polemica, provocando tensioni nell’esecutivo. Tanto che spetta prima a Luigi Di Maio, poi a Matteo Salvini scacciare lo spettro dell’aumento dell’Iva. “Con questo governo non ci sarà nessun aumento dell’Iva, deve essere chiaro – spiega Di Maio -. Finché il M5S sarà al governo non ci sarà nessun aumento dell’Iva, al contrario. l’obiettivo è ridurre il carico fiscale su famiglie e imprese”. Gli fa eco l’altro vicepremier, Matteo Salvini, che scandice: “L’Iva non aumenterà. Punto. Questo è l’impegno della Lega. Siamo al governo per abbassare le tasse, non per aumentarle come hanno fatto gli altri governi”.

Sì ma dove verranno trovati i soldi per disinnescare le clausole di salvaguardia? “Abbiamo le idee chiare in materia” ma “prima facciamo” le cose “e poi le diciamo” sottolinea Salvini. Dal M5S però arriva l’affondo: “Se Tria vuole un aumento dell’Iva può passare al Pd. Per anni il Pd altro non ha fatto che alzare le tasse ai cittadini, mantenendo privilegi medievali come i vitalizi, che noi abbiamo tagliato, e molto altro. Quindi se Tria è così desideroso di aumentare l’Iva può scegliere un’altra collocazione. Con questa maggioranza non esiste” dicono fonti pentastellate.

A ogni modo, in serata, dal salotto di Bruno Vespa, Tria ribadisce che “l’obiettivo sarà evitare l’aumento dell’Iva, proseguire la riforma fiscale anche dell’Irpef”, nelle compatibilità degli obiettivi di finanza pubblica del Def, spiegando che per i target dei conti si possono anche prendere tagli di spesa. “Si possono trovare i soldi ma sono allocati, la decisione di dove toglierli e dove metterli è politica” scandisce Tria.

Quanto ai diversi progetti di flat tax o rimodulazioni dell’imposta sul valore aggiunto, il titolare di via XX settembre ha chiarito che “circolano stime fatte un anno fa”, aggiungendo che “si possono fare stime di ogni tipo di vari disegni possibili di modifica delle aliquote Irpef più o meno avanzate con una certa progressione, è ovvio che al Mef le stime sulle possibili misure sono fatte in continuità”. Di certo “è legittimo che nel Paese si discuta di possibili riforme in una direzione o nell’altra”, poi le decisioni saranno frutto del “dibattito politico” ma “tutto quello che faremo dovrà rispettare le compatibilità con la politica di bilancio”, avverte.

Il dibattito sulle scelte di politica economica del governo viene reso più difficile dalle peggiorate prospettive di crescita del paese con tanto di revisione al ribasso delle stime di crescita passate nel 2019 a 0,2% dal precedente 1%. Una stima “equilibrata” e “coerente”, ha argomentato Tria, osservando che “il governo non ha peccato di ottimismo” e che la revisione è “ampiamente coerente con la situazione generale”, dove pesano diverse variabili esogene. A ogni modo in Europa ed in Italia “non siamo in recessione”, siamo davanti ad “un forte rallentamento” ma “con previsioni più ottimistiche” per i primi mesi dell’anno.

E sull’Italia pesa un debito-monstre a quota 132,8% del pil secondo le ultime stime. “Il debito pubblico è un problema da affrontare in modo serio”, “è una sfida e un vincolo” ma, è l’osservazione, “la finanza pubblica italiana non rappresenta un rischio per nessun paese in Europa e nel mondo” e “non abbiamo chiesto mai un euro per la nostra finanza pubblica”.

Infine, non è mancato un chiarimento sul piano di privatizzazioni con i ’gioielli di famiglia’ che resteranno saldamente nelle mani dello Stato. “Valutiamo di mettere sul mercato parti di quanto detenuto dallo Stato senza mettere in discussione il controllo delle partecipate del settore pubblico, si stanno vedendo le possibilità”, ha garantito il titolare di via XX settembre.

Sblocca cantieri, via libera del Cdm
cms_12528/cantiere5_fg.jpg

Il Consiglio dei ministri, su proposta del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e del ministro delle infrastrutture e dei trasporti Danilo Toninelli, ha approvato in seconda deliberazione un decreto-legge che introduce disposizioni urgenti per il rilancio del settore dei contratti pubblici, per l’accelerazione degli interventi infrastrutturali, di rigenerazione urbana e di ricostruzione a seguito di eventi sismici.
Il testo, si legge nella nota di Palazzo Chigi al termine del Cdm, semplifica le procedure di gara e di aggiudicazione degli appalti, tenendo conto anche dei risultati della consultazione pubblica indetta dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti.
Tra le principali novità vi sono l’istituzione di un regolamento unico all’interno del quale verranno riuniti una serie di provvedimenti attuativi del Codice dei contratti; la riduzione degli oneri informativi a carico delle amministrazioni; la possibilità di affidare gli interventi di manutenzione sulla base del progetto definitivo; la semplificazione e la velocizzazione delle procedure di aggiudicazione per appalti di importo inferiore alle soglie previste a livello comunitario, con la reintroduzione della preferenza del criterio del minor prezzo e l’eliminazione dell’obbligo di indicare la terna dei subappaltatori; la possibilità, per le stazioni appaltanti, in caso di indisponibilità di esperti iscritti nell’albo tenuto dall’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), di nominare la commissione di gara anche solo parzialmente; lo sblocco della realizzazione di alcune opere pubbliche ritenute strategiche, prevedendo la nomina di commissari straordinari o l’esercizio di poteri sostitutivi.

Si introducono poi specifiche norme relative all’erogazione degli indennizzi a cittadini e imprese che stiano subendo disagi a causa del cantiere per la ricostruzione dell’ex ponte Morandi a Genova, nonché per le zone simiche. Infine, il decreto semplifica la disciplina degli interventi nelle zone colpite da eventi sismici, con l’introduzione di un regime autorizzatorio differenziato a seconda che si tratti di interventi considerati ’rilevanti’, di ’minore rilevanza’ o ’privi di rilevanza’ e prevede ulteriori disposizioni urgenti per il potenziamento del Sistema Nazionale della Protezione Civile, attraverso servizi di allarme pubblico volti alla prevenzione delle calamità e alla tutela della vita umana.

Il Consiglio dei ministri, riunito proprio a Reggio Calabria, ha inoltre approvato all’unanimità il decreto Calabria – a quanto apprende l’Adnkronos Salute – che contiene disposizioni per lo sblocco del tetto di spesa per gli operatori del Ssn e l’assunzione di personale nelle Regioni, anche quelle sottoposte a piano di rientro. E’ dunque la fine del blocco del turnover, una misura fortemente voluta dalla ministra della Salute Giulia Grillo, e che in un primo tempo era stata inserita nel decreto Crescita. Nell’art. 15 del provvedimento si legge che considerata la “straordinaria necessità e urgenza”, le misure “eccezionali” per risanare la sanità calabrese contenute nel decreto legge varato oggi dal Cdm “si applicano per diciotto mesi dalla data di entrata in vigore” del decreto stesso.

Quanto al decreto crescita, dovrebbe essere varato dopo “un passaggio formale” in un Consiglio dei ministri previsto martedì prossimo, per essere poi pubblicato in Gazzetta ufficiale entro fine mese, ha spiegato il presidente del Consiglio. “Abbiamo definito tutte le questioni. Più che dissidi di natura politica – ha spiegato Conte – abbiamo avuto qualche difficoltà nella formulazione delle norme, perché vogliamo varare un decreto che sia realmente utile per il rilancio del Paese” ed evitare così che sia solo un provvedimento “di facciata”.

Stima Pil in crescita

cms_12528/bankitalia_ftg2.jpg

“Secondo le indicazioni più recenti l’attività economica in Italia avrebbe lievemente recuperato all’inizio di quest’anno” con un Pil che “dovrebbe essere aumentato dello 0,1 per cento nei primi tre mesi del 2019″. Lo scrive la Banca d’Italia nel Bollettino trimestrale in cui segnala come “la debolezza congiunturale degli ultimi trimestri, particolarmente accentuata nel comparto industriale, rispecchia quella osservata in Germania e in altri Paesi dell’area” dell’euro.

“Secondo nostre stime, nei mesi invernali l’attività economica sarebbe tornata a crescere anche se in marzo è sceso ancora l’indicatore Ita-coin elaborato dalla Banca d’Italia, che misura la dinamica di fondo dell’economia italiana. Su tale diminuzione – spiega Via Nazionale – ha pesato il rallentamento ciclico dell’area dell’euro, particolarmente accentuato nell’economia tedesca, nei confronti della quale il nostro Paese intrattiene rilevanti legami produttivi e commerciali”. Secondo le stime di Bankitalia, “nel primo trimestre del 2019 la produzione industriale sarebbe tornata a salire”.

CRESCITA – Ma da Palazzo Koch si ricorda come “tutti i previsori privati e istituzionali hanno rivisto verso il basso le loro proiezioni di crescita per l’Italia per il 2019. Gli analisti censiti da Consensus Economics, che in dicembre prefiguravano per quest’anno un aumento del Pil dello 0,7 per cento, nell’ultima rilevazione indicano una crescita compresa tra -0,1 e 0,2 per cento”.

CREDITO – “La crescita del credito alle imprese rimane contenuta” mentre “dai sondaggi qualitativi emergono segnali di irrigidimento, riconducibili sia al peggioramento del quadro macroeconomico sia all’aumento dei costi di provvista” scrive la Banca d’Italia, evidenziando come “l’aumento dei rendimenti obbligazionari sui mercati finanziari italiani registrato lo scorso anno si sta trasmettendo molto gradualmente alle condizioni del credito, grazie all’abbondante liquidità e alle buone condizioni patrimoniali degli intermediari”.

Il punto sul reddito di cittadinanza

cms_12528/Rdc_Caf_Torbellamonaca_Fot_Adn.jpg

I dati sono al di sotto delle stime del governo. Non credo che si arriverà a 1 mln e 300mila di famiglie beneficiate. Calcolando ulteriori 80-100mila domande che arriveranno ad aprile, la stima grossolana è che si potrebbero calcolare complessivamente circa 900mila domande. Forse la realtà stimata dall’esecutivo è diversa dalla realtà: c’è una povertà non adeguatamente intercettata e valutata, probabilmente sopravvalutata”. Così Massimo Bagnoli, coordinatore della Consulta dei Caf fa il punto sul reddito di cittadinanza.

I Caf hanno infatti predisposto e inviato ad oggi circa 650mila domande: un ritmo che ad aprile registra un’attività in forte rallentamento. “A fine marzo avevamo inviato 580mila domande e in questo mese ne abbiamo lavorate circa 60mila”, prosegue Bagnoli. Complessivamente dunque considerando anche le domande on line e quelle inviate tramite le Poste, la stima è di 850mila domande. Se si calcola però che le domande respinte, secondo i dati del ministero del Lavoro, sono il 25% risulta che “a fine aprile inizio maggio avranno diritto al beneficio in 600mila”, calcola ancora. Naturalmente le richieste anche se al rallentatore continueranno ad arrivare, aggiunge Bagnoli, “considerando sia il fatto che molti cittadini stanno aspettando di esaurire altre provvidenze, sia che il reddito di cittadinanza è ancora sconosciuto”.

Riguardo all’identikit di chi ha chiesto il reddito di cittadinanza, sul totale delle domande arrivate entro metà aprile, poche quelle dai giovani mentre maggioritarie sono state quelle arrivate da chi ha tra i 45 e i 67 anni. “La lettura che si può dare è che forse in questa fase c’è una percezione maggiore del reddito di cittadinanza come misura per combattere la povertà e non a sostegno dell’occupazione”, spiega Bagnoli.

Autore:

Data:

19 Aprile 2019