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Libia, Moavero: “Subito il cessate il fuoco”

Libia, Moavero: “Subito il cessate il fuoco”

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Italia e Francia, ha detto il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi hanno “una posizione comune e condivisa che si debba arrivare nei tempi più rapidi a un cessate il fuoco” in Libia. “Non esiste una soluzione militare” alla crisi in Libia, ha ribadito il titolare della Farnesina, secondo cui al cessate il fuoco “dovrebbe seguire una tregua umanitaria” a protezione dei civili. Quindi le parti dovrebbero tornare al tavolo del negoziato, “che non può che essere sotto l’egida dell’Onu”. Secondo Moavero, “il comune obiettivo di Italia e Francia è evitare che ci sia una deriva terroristica”. “Nessun tipo di obiettivo -ha concluso – giustifica conflitti armati che possono degenerare in scenari di guerra civile”.

LE DRIAN – “Tra qualche giorno a Roma ci sarà un incontro in cui mi auguro che i dirigenti dei nostri due Paesi possano prendere iniziative” per la soluzione della crisi in Libia. E’ quanto ha anticipato il ministro degli Esteri francese Jean Yves Le Drian, al termine di un incontro alla Farnesina con il collega italiano. “Bisogna lavorare rapidamente perché ci sono tutti gli ingredienti perché le cose si deteriorino”. “Il dialogo deve riprendere immediatamente e questo può avvenire solo con un immediato cessate il fuoco” ha detto Le Drian, avvertendo che la crisi in Libia “può diventare molto pericolosa”. Secondo il capo della diplomazia francese, “a Palermo prima e ad Abu Dhabi poi eravamo molto vicini ad un accordo, eravamo vicinissimi, arrivare ad un accordo è possibile, ma ci vuole il cessate il fuoco”. Il ministro degli Esteri francese ha visitato oggi Sant’Egidio dove ha incontrato il fondatore, Andrea Riccardi, il presidente Marco Impagliazzo e alcuni responsabili della Comunità. “Sono molto contento di aver potuto incontrare dei rappresentanti della Comunità che svolge un ruolo importante per la pace nel mondo e in particolare in Africa. Sono stato molto colpito dallo spirito di solidarietà espresso per il dramma di Notre-Dame”, ha detto il Ministro Le Drian, sottolineando i legami di profonda amicizia che uniscono da tanti anni la Francia a Sant’Egidio. Durante i colloqui – conclude il comunicato della Comunità – sono stati affrontati il tema della pace e del dialogo per la risoluzione dei conflitti in Africa, della cooperazione internazionale, della tutela dell’ambiente e dei corridoi umanitari.

MANIFESTAZIONE A TRIPOLI – Ghassan Salamé come Khalifa Haftar. Nelle proteste che si terranno nel pomeriggio a Tripoli e in altre città della Libia, i dimostranti sfileranno con dei manifesti nei quali il volto del generale della Cirenaica è sovrapposto a quello dell’inviato delle Nazioni Unite in Libia. E sotto la foto la scritta in arabo e in inglese, ’Andate via’. Salamé è finito sotto accusa a Tripoli, all’indomani del suo briefing al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, a porte chiuse, durante il quale, secondo fonti libiche, non avrebbe denunciato l’aggressione di Haftar, sostenendo tra l’altro che non ci siano prove sulla responsabilità dell’Esercito nazionale libico nell’attacco dell’altra notte a Tripoli con missili Grad. Versioni, queste, smentite dall’Unsmil in un tweet nel quale “nega categoricamente le parole attribuite al suo presidente alla sessione a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza di ieri e promette di perseguire legalmente coloro che azzardano dichiarazioni inventate e diffondono voci false”. In basso foto Adnkronos.

LA TELEFONATA DI TRUMP – Donald Trump telefona a Khalifa Haftar, a Tripoli migliaia di persone scendono in piazza contro il generale, la Francia e l’inviato delle Nazioni Unite Ghassan Salamé, mentre a Roma sembra ripartire il dialogo con Parigi sulla Libia e sul terreno resta una situazione di stallo. E’ la sintesi del 15esimo giorno di offensiva dell’uomo forte della Cirenaica contro Tripoli, che dice di voler prendere prima dell’inizio del Ramadan, il prossimo 6 maggio. Il governo di accordo nazionale del premier Fayez Serraj non nasconde la propria “preoccupazione” ed il proprio “malumore” per la notizia della telefonata tra il presidente degli Stati Uniti ed Haftar, una telefonata nel corso della quale viene riconosciuto “il ruolo significativo del maresciallo di campo nella lotta al terrorismo e nella sicurezza delle risorse petrolifere”. Trump ed il generale, si legge nel resoconto non ufficiale della telefonata – arrivato attraverso un giornalista del pool della Casa Bianca – “i due hanno discusso una visione condivisa per una transizione della Libia verso un sistema politico, stabile e democratico”. E’ quanto meno singolare che il presidente della prima potenza mondiale abbia telefonato ad un personaggio come Haftar, che “ha ben poca legittimità e soprattutto che non abbia sentito il dovere di chiamare anche Serraj”, fanno notare fonti a Tripoli. Dove comunque si attende una nota ufficiale della Casa Bianca, soprattutto per avere una conferma sulla data in cui ci sarebbe stata la telefonata: se fosse davvero il 15 aprile, come riferito, sarebbe “molto grave, perché sarebbe avvenuta alla vigilia dell’attacco su Tripoli condotto con missili Grad” su un quartiere residenziale della capitale. Allo stesso tempo, il contatto tra Haftar ed il presidente americano nom meraviglia troppo gli ambienti diplomatici, dove la si legge come un’ulteriore conferma della “nuova politica mediorientale di Trump, imperniata sugli uomini forti e sull’alleanza con Emirati Arabi ed Arabia Saudita, sponsor principali del generale”. Intanto, pare che “la posizione della Francia in Libia stia lentamente evolvendo”, si fa notare nel giorno in cui il ministro degli Esteri di Parigi Yves Le Drian ha avuto un colloquio a Roma con il collega Enzo Moavero, al termine del quale ha sottolineato come “non siano possibili progressi in Libia senza una solida imtesa franco-italiana”. Da una parte, secondo fonti informate, “è emersa la contraddizione tra la politica europea di Emmanuel Macron di respiro così elevato e la politica ’sovranista’ e nazionalista in Libia, dall’altra i francesi hanno capito che la Libia rischia di trasformarsi nel nuovo Yemen, devastato da un conflitto per procura che si sta già riproponendo nel Paese nordafricano”. Un conflitto per procura nel quale il passo successivo potrebbe essere “l’intervento diretto delle potenze contrapposte, Emirati e Arabia Saudita da una parte e Qatar dall’altra, trasformando la Libia in un terreno di scontro ideologico, pro o contro l’Islam politico, che finirebbe per distruggere il Paese, eliminando tra l’altro un potenziale concorrente economico nella regione”, spiegano le fonti. E che non si sia troppo lontani dallo scenario di un intervento diretto lo proverebbero le notizie circolate in rete, ma per ora non confermate, sull’impiego di droni degli Emirati per i bombardamenti della scorsa notte a Tripoli.

Alta tensione in Irlanda del Nord

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Torna alta la tensione in Irlanda del Nord. Una giornalista 29enne è stata uccisa a Londonderry , in quello che la polizia ha definito un “incidente terroristico”. La vittima è stata identificata da alcuni colleghi in Lyra McKee. Secondo alcune notizie, gli scontri con i dissidenti repubblicani sono scoppiati dopo alcuni raid della polizia in abitazioni nelle zone di Mulroy Park e Galliagh. “Posso purtroppo confermare che a seguito di scontri a colpi d’arma da fuoco la notte scorsa a Creggan è rimasta uccisa una donna di 29 anni“, ha scritto su twitter il numero due della polizia nordirlandese, Mark Hamilton, annunciando l’apertura di un’inchiesta.

La polizia considera il gruppo dissidente repubblicano chiamato ’New Ira’ come responsabile della morte della reporter. “Un uomo armato ha esploso dei colpi e ha ferito Mckee” ha detto l’assistente del capo della polizia. Gli agenti presenti, ha detto ancora Hamilton, hanno subito soccorso la giornalista e l’hanno trasportata a bordo di una delle camionette all’ospedale dove è morta a causa delle gravi ferite. “A questo punto riteniamo che l’omicidio sia stato commesso da un dissidente violento repubblicano”, ha aggiunto, sottolineando che “probabilmente” si tratta di un componente della ’New Ira’. Secondo quanto riferito, la giornalista – che stava scrivendo un libro sui ragazzi spariti a Belfast negli anni Sessanta e Settanta – era vicino alla polizia quando intorno alle 23 l’uomo ha aperto il fuoco contro gli agenti nel quartiere di Creggan, colpendola.

In una nota, Michelle O’Neill, numero due del partito repubblicano irlandese dello Sinn Fein, ha parlato di “un’insensata perdita di una vita umana”, facendo le condoglianze alla famiglia della giornalista. “L’uccisione di una giovane donna – ha detto – è una tragedia umana per la sua famiglia, ma è anche un attacco alla gente di questa comunità, un attacco al nostro processo di pace e un attacco agli accordi del Venerdì Santo”.

Secondo quanto reso noto dal vice capo della polizia di Londonderry, negli scontri sono state lanciate 50 bombe molotov e sono state date alle fiamme due auto. Quanto alla morte della giornalista, “dimostra in modo anche troppo chiaro che quando i terroristi portano le armi e la violenza nella comunità – ha sottolineato Hamilton – la gente viene messa in pericolo”.

Con le taniche di benzina nella cattedrale di Ny

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Aveva acquistato un biglietto di sola andata per Roma Marc Lamparello, il 37enne arrestato due giorni fa all’ingresso della chiesa di Saint Patrick, la cattedrale di New York, con due taniche di benzina e degli accendini. Lo ha riferito la polizia, secondo cui l’uomo, insegnante di filosofia, avrebbe dovuto imbarcarsi dall’aeroporto di Newark, nel New Jersey, diretto in Italia ieri pomeriggio.

E’ tra l’altro emerso che Lamparello, fermato mercoledì sera intorno alle 20 all’ingresso di Saint Patrick, due giorni dopo il terribile incendio che ha devastato Notre-Dame, era già stato arrestato due giorni prima nella cattedrale di Newark, la Basilica del Sacro cuore, per aver rifiutato di lasciare la chiesa all’orario di chiusura.

Lamparello, che era già noto alla polizia, è stato incriminato con l’accusa di tentato incendio doloso, messa in pericolo della vita altrui ed effrazione. Mentre si indaga per capire quali fossero le reali intenzioni del gesto dell’uomo – alle autorità ha raccontato che la sua auto era rimasta senza benzina e che per questo aveva con sé le due taniche, circostanza smentita dai controlli effettuati dopo il fermo – il vice commissario del dipartimento di polizia di New York John Miller ha detto che “non sembra ci sia alcuna connessione con gruppi terroristici o che avesse motivazioni terroristiche”.

Il 37enne, che secondo il New York Times sarebbe stato sottoposto a una perizia psichiatrica, vive in casa con i genitori, definiti molto religiosi, ad Hasbrouck Heights, in New Jersey. Nel corso degli anni ha insegnato in numerosi college ed università, tra cui il Brooklyn College, la Seton Hall University, ed il Lehman College.

“25 anni per i genitori della casa degli orrori”

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Sono stati condannati a 25 anni di carcere David e Louise Turpin, marito e moglie, che per anni hanno abusato, maltrattato e torturato 12 dei loro 13 figli. La sentenza, in relazione all’età dei condannati, rispettivamente 57 e 50 anni, probabilmente porterà i due a trascorrere il resto della loro vita in carcere. La coppia, originaria della California, si era dichiarata colpevole a febbraio.

La polizia era stata avvertita di quanto accadeva nella “casa degli orrori”, come è stata ribattezzata dalla stampa Usa, da una dei figli della coppia, che era riuscita a fuggire da una finestra ed aveva chiamato il numero di emergenza. La ragazza aveva raccontato che tre dei suoi fratelli erano tenuti in catene dai genitori.

La giovane aveva anche riferito degli abusi subiti nel corso degli anni. La ragazza a fatica era riuscita a ritrovare l’indirizzo della casa, a Perris, dalla quale era uscita raramente nel corso della sua vita. Sette dei ragazzi erano già maggiorenni quando gli agenti fecero irruzione nella casa dove erano tenuti prigionieri. Gli abusi proseguivano dagli anni ’90, quando i Turpin vivevano in Texas.

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20 Aprile 2019