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Stretta su trafficanti esseri umani

Stretta su trafficanti esseri umani

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Dodici articoli. È l’ossatura del Decreto legge sicurezza bis, completato oggi dal ministero dall’Interno: introduce nuove norme che chiariscono le competenze dei vari dicasteri a proposito di sbarchi, inasprisce le misure contro i trafficanti di esseri umani e le sanzioni per chi aggredisce le forze dell’ordine. E’ quanto fanno sapere dal Viminale. Un’altra norma è la già annunciata “spazza clan” per smaltire l’arretrato nei tribunali. Il decreto prevede l’istituzione di un commissario straordinario e l’assunzione di 800 persone con impegno di spesa per oltre 25 milioni di euro. Permetterà di notificare sentenze ai condannati attualmente in libertà e garantire così l’effettività della pena. Tra le altre novità, il potenziamento delle operazioni sotto copertura per contrastare l’immigrazione clandestina. E non manca una novità in vista delle Universiadi 2019 a Napoli: in città arriveranno 500 militari in più.

SANZIONI PER OGNI STRANIERO TRASPORTATO – L’articolo 1 del decreto legge sicurezza bis, completato oggi dal ministero dell’Interno, sanziona chi, nello svolgimento di operazioni di soccorso in acque internazionali, non rispetta gli obblighi previsti dalle Convenzioni internazionali, con particolare riferimento alle istruzioni operative delle autorità Sar competenti o di quelle dello Stato di bandiera. E’ quanto fa sapere il Viminale sottolineando che “le sanzioni previste sono di duplice natura: in ogni caso, una sanzione amministrativa pecuniaria da 3.500 a 5.500 euro per ogni straniero trasportato“. Competente all’accertamento della violazione e all’irrogazione della sanzione è il Corpo delle Capitanerie di porto, spiega il Viminale, aggiungendo che nei casi più gravi o reiterati e laddove la violazione sia commessa da navi battenti bandiera italiana, viene disposta “la sospensione da 1 a 12 mesi o la revoca della licenza, autorizzazione o concessione ad opera delle autorità amministrative competenti”.

OPERAZIONI SOTTO COPERTURA – Stanziamento di tre milioni di euro nel triennio 2019-2021 per finanziare gli oneri connessi all’impiego di poliziotti stranieri per lo svolgimento di operazioni sotto copertura di cui all’art. 9 della legge n. 146/2006, ’’anche con riferimento alle attività di contrasto del delitto di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina’’. E’ quanto prevede l’articolo 4 del decreto legge sicurezza bis, completato oggi dal Viminale.

REATI CONTRO PUBBLICI UFFICIALI – Viene soppressa la vigente possibilità di configurare la causa di esclusione della punibilità per ’particolare tenuità del fatto’ in caso di reato di violenza, resistenza, minaccia e oltraggio commessi a danno di un pubblico ufficiale nell’esercizio delle proprie funzioni. E’ quanto previsto all’articolo 8 del decreto legge sicurezza bis, completato oggi dal ministero dell’Interno. In particolare l’articolo 8 modifica il Codice Penale, introducendo nuove circostanze aggravanti e inasprendo le sanzioni. Il reato è aggravato qualora, a causa della propria condotta, il reo abbia ostacolato, impedito o ritardato lo svolgimento di attività sanitarie, di soccorso pubblico e di protezione civile. Il reato di violenza, minaccia e resistenza a pubblico ufficiale, di devastazione e saccheggio e quello di danneggiamento sono aggravati laddove commessi nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico. E’ aumentata la sanzione edittale massima prevista per il reato di oltraggio a pubblico ufficiale e viene appunto soppressa la vigente possibilità di configurare la causa di esclusione della punibilità per ’’particolare tenuità del fatto’’ in caso di reato di violenza, resistenza, minaccia e oltraggio commessi a danno di un pubblico ufficiale nell’esercizio delle proprie funzioni. L’articolo 5 del decreto interviene poi sul Tulps, inasprendo le sanzioni conseguenti ai reati di devastazione, saccheggio e danneggiamento, commessi nel corso di riunioni effettuate in luogo pubblico o aperto al pubblico. Inoltre, prevede espressamente l’obbligo di comunicazione immediata, non oltre le 24 ore, all’Autorità di pubblica sicurezza delle generalità delle persone ospitate in alberghi o in altre strutture ricettive. E ancora l’articolo 6 prevede maggiore tutela per gli operatori delle forze di polizia impiegati in servizio di ordine pubblico, attraverso l’introduzione di nuove fattispecie delittuose, la ’’trasformazione’’ di attuali contravvenzioni in delitti e l’inasprimento delle sanzioni. Obiettivo, fa sapere il Viminale, colpire più severamente coloro che si oppongono a pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio attraverso l’utilizzo di scudi o altri oggetti di protezione passiva, di materiali imbrattanti; coloro che utilizzano razzi, fuochi artificiali, petardi od oggetti simili; nonché coloro che fanno ricorso a mazze, bastoni o altri oggetti contundenti. Con l’articolo 7 del decreto viene istituito un Commissario straordinario (nominato dal Cdm su proposta del ministro dell’Interno) con il compito di realizzare un programma di interventi finalizzati a eliminare l’arretrato relativo ai procedimenti di esecuzione delle sentenze di condanna divenute definitive da eseguire nei confronti di imputati liberi. A tale scopo, con contratti a tempo determinato di durata annuale, verranno assunte 800 unità di personale non dirigenziale, con impegno di spesa di oltre 25 milioni di euro. La disposizione proposta mira a neutralizzare i riflessi sulla sicurezza pubblica derivanti dalla mancata esecuzione delle sentenze di condanna, per reati anche gravi, nei confronti di soggetti che, pur riconosciuti colpevoli e condannati con sentenza definitiva, rimangono liberi di continuare a delinquere. Infine l’articolo 9 reca una limitata proroga di termini per consentire il completo adeguamento del Ced interforze alle recenti modifiche normative in materia di protezione dei dati personali.

UNIVERSIADI DI NAPOLI– Per assicurare le migliori condizioni di sicurezza durante lo svolgimento delle Universiadi 2019, in programma a Napoli nella prima metà di luglio, si dispone l’impiego di ulteriori 500 militari. E’ quanto prevede l’articolo 10 del decreto legge sicurezza bis completato oggi dal ministero dell’Interno. Inoltre l’articolo 11, per semplificare e rendere più efficiente le attività delle Questure soprattutto in vista dell’imminente svolgimento delle ’Universiadi 2019’, estende le facilitazioni per ingresso e soggiorno già previste per soggiorni di breve durata (visita, affari, turismo e studio) anche alle ipotesi di partecipazione di atleti a gare sportive e al personale impiegato in servizi di missione.

M5S SU DECRETO BIS – “Cosa pensiamo del decreto sicurezza bis e di questi nuovi poteri che chiede Salvini? Aspettiamo ancora i risultati dei rimpatri…”. Così, fonti qualificate M5S all’Adnkronos replicano al blitz del responsabile del Viminale su sicurezza e migranti. “Se vuole lo aiutiamo noi!”, aggiungono. Ma al di là dell’ironia, ’’c’è fortissima preoccupazione – riportano altre fonti di primo piano – che Salvini si spinga sempre più su temi estremisti. Dopo il caso Siri e dopo il sondaggio di oggi del Corriere della Sera che dà una perdita di consenso di 6 punti per la Lega, si percepisce chiaramente che Salvini sta estremizzando i suoi temi politici’’, il ragionamento in casa 5 Stelle. Non solo. Dal M5S attribuiscono a Salvini ’’una crescente mancanza di rispetto nei confronti delle istituzioni’’, fino a stigmatizzarne gli atteggiamenti ’’ormai totalmente manchevoli’’. Sul decreto sicurezza bis si consuma dunque una nuova e profonda frattura tra i due alleati di governo.

Toti: “Critiche? Berlusconi si guardi le spalle”

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’’Fossi Berlusconi, più che di Toti mi preoccuperei delle critiche che tanti esponenti azzurri non dicono ai giornali, ma ne dispensano ai quattro venti nei corridoi dl Parlamento…’’. Giovanni Toti mette in guardia Silvio Berlusconi dal cosiddetto fuoco amico azzurro e lo invita a guardarsi le spalle. Il governatore ligure replica, in particolare, alle parole del Cav che ieri a ’Porta a Porta’ lo ha elogiato come presidente della Regione Liguria, bacchettandolo come politico (’’Giovanni non ha molto seguito dentro Fi’’ e se punta dividere ’’è destinato a scomparire dalla scena politica come tutti quelli che sono andati via da Fi’’).

’’Sono contento -dice all’Adnkronos Toti- che il presidente Berlusconi mi consideri un buon governatore. D’altra parte, ha contribuito sicuramente a farmi eleggere ed è anche vero che sono stato scelto da lui per entrare in politica mentre lavoravo a Mediaset, che è un bellissimo gruppo dove, a dire la verità, c’è più meritocrazia che dentro Forza Italia… Consiglierei a Berlusconi, più che interessarsi a me, di informarsi su quel che dicono tanti parlamentari azzurri del partito. Tanti sorridono ai giornali, parlano bene di Fi, ma poi a microfoni spenti a lontano dai taccuini pensano solo a criticare e mugugnano nei corridoi. Io, invece, quello che penso l’ho sempre detto in faccia, sia in pubblico che in privato, ai giornali e nei corridoi…”.

Roberto Maroni dice che tra gli azzurri c’è chi vede a rischio l’elezione di Berlusconi alle europee: ’’No, io penso che Berlusconi sarà eletto, lo spero e glielo auguro, anche se pubblicamente gli avevo sconsigliato di candidarsi per Bruxelles. Penso che dentro Fi -insiste l’ex consigliere politico del Cav- moltissimi abbiano convinzioni assai più pessimiste e cupe di Toti e pensano e dicono cose molto più abrasive delle mie sul partito… Io, invece, lo ripeto, quel che voglio fare e penso di Fi e del futuro del centrodestra l’ho sempre detto in faccia a tutti”.

Mare Jonio sequestrata

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“Notificato alle ore 20.45 il ’sequestro preventivo’ della Nave Mare Jonio che la politica disumana chiedeva da stamattina. Indagato il Comandante. Da adesso nessuna nave della società civile nel Mediterraneo Centrale. Ma #noinonciarrendiamo’’. E’ quanto twitta Mediterranea Saving Humans. Il motivo, già stamattina avevano anticipato fonti del Viminale, è che “le Fiamme gialle erano salite a bordo rilevando alcune irregolarità”. L’accusa è di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, fanno sapere sempre fonti del Viminale. “La cosa positiva è che questa nave è stata sequestrata un’altra volta – ha detto Di Maio – e spero che si arrenda e smetta di girare nel Mediterraneo facendo una serie di azioni che evidentemente non vanno”.

“L’importante per noi è che le persone siano salve. Unico crimine è far morire la gente in mare o in Libia”, scrive in un tweet la Ong Mediterranea. “Porti chiusi non esistono. Esistono invece leggi che proteggono i diritti umani, la vita delle persone che nessun ministro può ignorare”, dice all’Adnkronos il capomissione di Nave Jonio Luca Casarini. “Dal ministro Salvini arrivano solo balle mediatiche. L’Italia è un Paese in cui vengono rispettate le regole. E lo dimostra il fatto che è stato autorizzato l’attracco della nave Jonio al porto commerciale di Lampedusa. Viene rispettata la Costituzione. Regole che non possono essere travisate da nessuno né su Twitter né su Facebook”, sottolinea all’Adnkronos il sindaco di Lampedusa Salvatore Martello.

Intanto settanta migranti, tutti uomini, sono sbarcati al porto di Lampedusa. Erano stati soccorsi dalle motovedette delle Fiamme gialle e della Guardia costiera che li hanno trasbordati. “Sono veramente contento che i migranti a bordo della Nave Mare Jonio siano sbarcati, soprattutto perché c’erano due donne incinta e una bambina di un anno” ha detto il vicepremier Di Maio.

Montante condannato a 14 anni

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Si chiude con una condanna a 14 anni di carcere, quasi 4 anni più della pena richiesta, la parabola discendente dell’ex paladino dell’antimafia Antonello Montante, l’ex presidente degli industriali siciliani accusato di avere ordito un vero e proprio sistema di spionaggio con la complicità di alti funzionari delle forze dell’ordine. La sentenza è stata emessa in serata, dopo quasi due ore di Camera di consiglio, dal gup del tribunale di Caltanissetta Graziella Luparello nel processo abbreviato. Per Montante la procura aveva sollecitato la condanna a 10 anni e sei mesi di carcere. L’ex comandante della Guardia di Finanza di Caltanissetta Gianfranco Ardizzone è stato condannato a 3 anni, per lui la Procura aveva chiesto 4 anni e sei mesi di reclusione. Quattro anni a Marco De Angelis, ex funzionario della Questura di Agrigento per il quale la Dda aveva chiesto sei anni e undici mesi. E poi un anno e quattro mesi per il questore di Vibo Valentia Andrea Grassi, assolto per altri due capi, per il quale erano stati chiesti due anni e otto mesi di reclusione. Diego Di Simone, responsabile security di Confindustria ed ex poliziotto è stato condannato a 6 anni e 4 mesi. Per lui chiesti sette anni e un mese di carcere. Infine, assoluzione per Alessandro Ferrara, funzionario Regione siciliana. Accolta così la richiesta della Procura.

Secondo l’accusa, rappresentata dai pm Stefano Luciani e Maurizio Bonaccorso, Montante, che dopo avere trascorso quasi un anno in carcere si trova adesso agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico, avrebbe cercato di ottenere notizie riservate sui profili di alcune persone di suo interesse. In media, come spiegato dai pm durante la requisitoria, sarebbero stati effettuati nove accessi abusivi ogni tre mesi per un arco di 7 anni per cercare informazioni anche su alcuni collaboratori di giustizia, sull’ex presidente dell’Irsap Alfonso Cicero, parte offesa e parte civile, e il magistrato ed ex assessore regionale Nicolò Marino. Per la procura di Caltanissetta la catena di fuga di notizie sarebbe stata alimentata da alcune talpe istituzionali, appunto gli imputati. ’’Mentre noi lavoravamo di giorno, qualcuno di notte disfaceva le indagini’’, aveva denunciato il pm Luciani durante la requisitoria fiume. I difensori, durante le arringhe difensive, gli avvocati Carlo Taormina e Giuseppe Panepinto, avevano detto invece che Montante “ha operato all’insegna dell’antimafia quasi per 10 anni e mezzo e pare che la pubblica accusa si sia ispirata a questo concetto: dieci anni e mezzo hai governato, dieci anni e mezzo stai in galera”. ’’Qui c’è anzitutto da prendere atto – ha detto ieri Taormina – che da un punto di vista di implicazioni di carattere mafioso non ce ne sono assolutamente. Si tratta poi di capire se all’interno di questo percorso ci possano essere state delle situazioni che non siano andate secondo quello che avrebbe voluto la legge e questo sarà oggetto di accertamento’’. Per Taormina, Antonello Montante resta comunque il simbolo dell’antimafia. Anche se resta indagato, in un altro filone, per concorso esterno in associazione mafiosa.

’’Rivendichiamo la titolarità in capo a Montante di essere stato e di essere ancora il vessillo dell’antimafia e chi lo vuole abbattere è il potere mafioso che è riemerso, purtroppo allineato a quello giudiziario che inconsapevolmente sta dando un forte contributo alla sua vittoria’’. Prima di concludere le arringhe difensive, c’è stato anche lo spazio per una polemica a distanza tra il difensore di Montante, Giuseppe Panepinto, e il presidente della Commissione nazionale antimafia, Nicola Morra. Panepinto, fuori dall’aula, durante una pausa del processo, ha detto: “E’ semplicemente vergognoso che il presidente della Commissione nazionale antimafia nel momento in cui c’è un processo ancora in corso, venga fuori con esternazioni sulla stampa su vicende che riguardano il processo, perché queste cose possono condizionare il processo”. Nei giorni scorsi Nicola Morra aveva annunciato che la Commissione si occuperà del processo e in una intervista aveva detto che “in questo processo sono evidenti le trame torbide di interi pezzi di Stato che hanno tradito, e naturalmente sono molto preoccupato che la procura rimanga isolata, anche perché il ministero dell’Interno non si è costituito parte civile, un segnale grave”. Ma l’avvocato non ci sta e denuncia: “La Commissione nazionale antimafia nel rispetto delle istituzioni ha la possibilità di fare tutte le indagini che vuole, ma non può pubblicare due giorni prima della sentenza esternazioni sul processo. Questi sono fatti molto gravi”. Anche in aula, davanti al gup Luparello, Panepinto ha parlato di “pressioni sul processo”. E prima della sentenza, ha detto: “Non mi aspetto niente di buono…”. Un presentimento. In serata è arrivata la condanna, pesantissima, per Montante. “Il dispositivo della sentenza da largamente conto della fondatezza dell’accusa e dello straordinario lavoro che l’ufficio della Procura di Caltanissetta ha svolto in questi anni e fa giustizia di alcune affermazioni che ho sentito durante il processo”, ha commentato Bertone. Mentre il legale di Montante, Giuseppe Panepinto dice: “I 14 anni sono perfettamente in linea con il clima che si respirava…”. “Considerando che 14 anni con l’abbreviato sono 20 anni di base vale quanto un omicidio…”. E annuncia già ricorso.

LA PROCURA DI CALTANISSETTA – “Il dispositivo della sentenza dà largamente conto della fondatezza dell’accusa e dello straordinario lavoro che l’ufficio della Procura di Caltanissetta ha svolto in questi anni e fa giustizia di alcune affermazioni che ho sentito durante il processo”. E’ quanto ha detto il Procuratore capo di Caltanissetta Amedeo Bertone. “Non so di cosa parli la difesa di Montante quando parla di pressioni che ci sono state sul processo Montante, certamente l’ufficio di procura si è mosso in condizione di assoluta libertà senza alcun condizionamento. Abbiamo cercato le prove per ricostruire questo sistema che ha trovato riconoscimento nel dispositivo della sentenza”. “La decisione della Commissione antimafia di indagare sul processo Montante non riguarda noi, certamente il sistema che è stato delineato dalle indagini può consentire sul piano della ricerca amministrativa e dei rapporti tra uomini che svolgono attività pubblica e altri soggetti, la necessità di un ulteriore verifica, quindi la Commissione vorrà acquisire ulteriore elementi”.

LA REAZIONE DI MONTANTE – “Sono stato condannato a 14 anni? Più della richiesta fatta dalla Procura…”. Così, Antonello Montante ha reagito, al telefono con uno dei suoi legali, l’avvocato Giuseppe Panepinto, alla sentenza del Gup di Caltanissetta che lo ha condannato a 14 anni di carcere per corruzione. La Procura aveva chiesto 10 anni e mezzo. Il suo legale ha poi detto che Montante “era molto amareggiato”.

I RISARCIMENTI – Tutti gli imputati del processo Montante sono stati condannati al risarcimento del danno in favore delle parti civili: Camera di commercio, Industria, Artigianato di Caltanissetta, per un importo pari a 30 mila euro e Comune di Caltanissetta per un importo pari a 70 mila euro. Per Alfonso Cicero previsto un risarcimento di 10 mila euro e 30 mila euro per l’Ordine dei giornalisti. Ancora risarcimenti per i giornalisti Gianpiero Casagni, Attilio Bolzoni, Graziella Lombardo tra i 5.000 euro e i 15.000 euro.

L’INCHIESTA – Un “cerchio magico” costruito attorno ad Antonello Montante, con la partecipazione di alti rappresentanti delle forze dell’ordine e un rapporto stretto con alcuni organi di informazione. Così, la Commissione regionale antimafia dell’Assemblea regionale siciliana, presieduta da Claudio Fava, aveva definito il ’sistema Montante’. Un lavoro intenso, durato dieci mesi, con 49 audizioni. Una relazione, lunga 121 pagine, approvata all’unanimità dai commissari, frutto di centinaia di ore di audizione e decine di migliaia di pagine acquisite sia dall’autorità giudiziaria che dall’amministrazione regionale. Claudio Fava incontrando i giornalisti aveva definito il sistema come un vero e proprio “governo parallelo” che “per anni ha occupato militarmente le istituzioni regionali e ha spostato fuori dalla politica i luoghi decisionali sulla spesa”. “Abbiamo assistito per anni a una privatizzazione della funzione politica che ha trovato un salvacondotto in una presunta lotta alla mafia. Parlo di sistema non a caso – aveva aggiunto Fava – perché si è andati avanti grazie alla benevolenza, alla complicità e alla solidarietà di personaggi appartenenti ai settori più diversi: da quelli istituzionali, a quelli delle professioni. Un sistema con una sua coesione che si è auto protetto”. “Dopo l’iscrizione di Montante nel registro degli indagati per concorso in associazione mafiosa e la diffusione della notizia sui giornali – aveva proseguito il presidente dell’Antimafia – le tutele di cui Montante godeva, invece di venir meno si sono addirittura rafforzate”. L’obiettivo che si è data la relazione è stato quello di comprendere “i meccanismi che hanno reso possibile una lunga stagione di anarchia istituzionale”. “La forzatura delle procedure, la sistematica violazione delle prassi istituzionali, l’asservimento della funzione pubblica al privilegio privato, l’umiliazione della buona fede di tanti amministratori, l’occupazione fisica dei luoghi di governo, la persecuzione degli avversari politici, fino al vezzo di una certa ’antimafia’ agitata come una scimitarra per tagliare teste disobbedienti e adoperata come salvacondotto per se stessi attraverso un sillogismo furbo e falso: chi era contro di loro, era per ciò stesso complice di Cosa nostra. Un repertorio di ribalderie spesso esibito come un trofeo: era il segno di un potere che non accettava critiche e non ammetteva limiti’’, diceva Claudio Fava. La Commissione antimafia aveva anche raccontato dell’esistenza di accordi per le nomine dei vertici istituzionali regionali: “Abbiamo accertato che alcuni dirigenti regionali sono stati selezionati attraverso dei veri e propri ’provini’ fatti a casa di Montante che era un privato cittadino. In un caso un dirigente è stato indotto a mettere per iscritto che avrebbe mantenuto fede a certi impegni. Una sorta di scrittura privata usata come garanzia che i ’desiderata’ di Montante sarebbero stati osservati”. “I dirigenti erano di due tipi – aveva spiegato Fava – quelli fedeli da premiare, sottoposti a forme di quasi vassallaggio, e quelli da cacciare”. “Dopo l’iscrizione di Montante nel registro degli indagati per concorso in associazione mafiosa e la diffusione della notizia sui giornali – aveva detto il presidente dell’Antimafia – le tutele di cui Montante godeva, invece di venir meno si sono addirittura rafforzate”. La Commissione antimafia ha ascoltato “tutti i dirigenti che si sono succeduti. Ci sono state due categorie di comportamenti nei loro confronti: quelli da premiare perché disponibili alla benevolenza e alle direttive e quelli che andavano cacciati via. Con liste di proscrizione elaborate a tavolino in cui si decideva quelli che dovevano uscire dagli assessorati”. Fava aveva anche parlato dei “provini che questi dirigenti fossero chiamati a tenere prima di entrare all’assessorato. Provini da fare a casa di Montante. In un caso arrivando anche alla impudenza di fare mettere per iscritto al dirigente che doveva essere indicato dall’assessore, ciò che Montante voleva che facesse. Una scrittura privata totalmente illegittima in triplice copia: una da dare all’Assessore, una a Montante e una al futuro dirigente”.

IL SISTEMA – Una spy story dai contorni ancora tutti da definire. Che arriva fino al Quirinale con l’ombra delle intercettazioni distrutte tra l’ex Capo dello Stato Giorgio Napolitano e l’ex Presidente del Senato Nicola Mancino. E l’intervento di alti funzionari delle forze dell’ordine con l’aiutino di qualche amico giornalista. C’è tutto questo nel ’Sistema Montante’, così come lo hanno ricostruito gli inquirenti, una storia ingarbugliata che vede come protagonista Antonello Montante, fino a poco tempo fa considerato un ’paladino dell’antimafia’, fatta di spie ed ex amici diventati nemici. Secondo l’accusa, rappresentata dai pm di Caltanissetta Stefano Luciani e Maurizio Bonaccorso, l’ex presidente degli industriali Montante, che oggi è agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico, avrebbe cercato di ottenere notizie riservate sui profili di alcune persone di suo interesse. In media sarebbero stati effettuati nove accessi abusivi ogni tre mesi per un arco di 7 anni per cercare informazioni anche su alcuni collaboratori di giustizia, sull’ex presidente dell’Irsap Alfonso Cicero, parte offesa e parte civile, e il magistrato ed ex assessore regionale Nicolò Marino. Montante è stato arrestato nel maggio del 2018 a Milano. Un arresto un po’ rocambolesco perché i poliziotti rimasero fuori dalla porta per quasi un’ora in attesa che Montante aprisse. Solo dopo qualche ora si è capito il perché. L’ex paladino dell’antimafia, amico di politici, prefetti e giornalisti, dopo l’arrivo delle forze dell’ordine, avrebbe gettato dal balcone sei sacchetti contenenti diverse pen drive dopo averle distrutte. O meglio, dopo avere tentato di distruggerle. Fino ad oggi, ufficialmente, non si è mai saputo il contenuto delle pen drive. Anche se la procura ha fatto fare una perizia. Ma il risultato non è mai stato depositato al processo perché Montante, con altri imputati, ha scelto l’abbreviato, quindi allo stato degli atti. A metà processo i legali di Montante, gli avvocati Giuseppe Panepinto e Carlo Taormina, hanno cercato di fare spostare il processo altrove. Ma dopo alcuni mesi, la Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta della difesa. Così il processo ad Antonello Montante, accusato di essere il capo di un’associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e allo ’’spionaggio’’, ha continuato ad essere celebrato davanti ai giudici di Caltanissetta. La sesta sezione penale della Cassazione ha infatti respinto la richiesta di rimessione per legittimo sospetto avanzata da difensore dell’ex presidente di Confindustria Sicilia: gli avvocati di Montante si erano rivolto alla Cassazione denunciando che nel procedimento a carico del loro assistito erano state commesse “una serie di anomalie”. In attesa della decisione della Cassazione, il processo era stato sospeso dal gup di Caltanissetta. Gli avvocati avevano ribadito la tesi del “pregiudizio nutrito dai magistrati di Caltanissetta con cui ha condiviso per dieci anni il compimento di proficue attività antimafia e rapporti personali che non permettono serenità di giudizio”. Ma il procuratore generale in Cassazione, Roberto Aniello, nella sua requisitoria si era fermamente opposto alla tesi della difesa: “Nessun condizionamento ambientale nel tribunale di Caltanissetta, che ha sempre dimostrato, con fatti e atti, serenità di giudizio e imparzialità”. Alla fine il processo è rimasto a Caltanissetta. Ad accusare Montante e i funzionari ’infedeli’ sono stati anche alcuni collaboratori di giustizia, sette in tutto, che sono stati inseriti nella lista testi della Procura nissena nell’ambito del processo che si celebra con il rito ordinario. Proprio lunedì prossimo deporranno nell’aula bunker del carcere di Caltanissetta, Carmelo Barbieri, Aldo Riggi e Ciro Vara. Successivamente saranno chiamati a deporre Antonino Giuffrè, Salvatore Ferraro, Pietro Riggio e Salvatore Dario Di Francesco. La Procura li ha citati per riferire sulla conoscenza dei rapporti intercorsi tra gli imprenditori Antonello Montante e Massimo Romano con appartenenti a Cosa nostra. Un capitolo a parte merita il ’giallo’ delle telefonate intercettate tra l’ex Capo dello Stato Napolitano e l’ex Presidente del Senato Nicola Mancino. Colloqui telefonici che sono stati distrutti dopo la decisione della Corte costituzionale nell’ambito del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. C’è il sospetto che una riproduzione delle intercettazioni possa essere finita nelle mani di Montante. Forse custodita nelle pen drive frantumate da lui stesso il giorno del suo arresto nell’appartamento di Milano il 14 maggio 2018. O forse nascosta ancora in un luogo sicuro. Qualcuno potrebbe avere duplicato quelle telefonate per aver qualcosa in cambio? Agli atti dell’inchiesta ci sono oltre cento pagine dedicate alla ’’forte preoccupazione’’ che prova Giuseppe ’’Pino’’ D’Agata, colonnello dell’Arma in forza al servizio segreto civile, quando il ministero della Giustizia chiede ’’spiegazioni’’ sulle telefonate del capo dello Stato. C’è anche una testimonianza, quella di Marco Venturi, ex amico di Montante, che parla ai pm di una cena avvenuta “nella primavera del 2014” a Palermo. In quell’occasione Venturi avrebbe assistito a uno scambio di una pen drive tra D’Agata e Montante. Insomma, un giallo nel giallo. Intanto, oggi c’è il primo punto fermo con la sentenza di primo grado.

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11 Maggio 2019