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Brexit, May chiede rinvio fino a 30 giugno

Brexit, May chiede rinvio fino a 30 giugno

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La premier Theresa May ha inviato al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk una richiesta di proroga dell’articolo 50 fino al 30 giugno. Lo ha annunciato la stessa premier intervenendo alla Camera dei Comuni. Che May avrebbe chiesto un “breve rinvio” della Brexit rispetto alla data prevista del 29 marzo lo aveva riferito Downing Street, sottolineando che la premier condivide la stessa “frustrazione” dell’opinione pubblica riguardo alla “incapacità del Parlamento di prendere una decisione”.

May ha quindi rinunciato alla prospettiva di un rinvio più lungo della Brexit, cedendo alle pressioni della componente euroscettica del suo governo, che aveva minacciato dimissioni in massa di fronte all’ipotesi di un rinvio sine die dell’uscita dalla Ue. Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha detto in una telefonata a May “è una buona idea che lei abbia spiegato il suo pensiero prima del Consiglio europeo. Tuttavia, ha chiaramente avvertito il primo ministro di non includere una data successiva a quella delle elezioni europee”, come già aveva fatto l’11 marzo. Lo dice il portavoce capo della Commissione, Margaritis Schinas, a Bruxelles. Juncker “lo ha ripetuto nel corso della chiamata: il ritiro va completato prima del 23 maggio, altrimenti rischiamo di dover fronteggiare incertezze giuridiche e difficoltà”, considerando che la data delle elezioni è il 23 maggio e che, se l’estensione richiesta è fino al 30 giugno, il Regno Unito sarà ancora un Paese membro dell’Ue alla data delle europee, e quindi dovrebbe parteciparvi.

CONTE – Unitamente alla richiesta del differimento della data prevista per l’uscita dalla Ue, la Gran Bretagna al Consiglio europeo di domani e dopo domani dovrebbe manifestare l’intenzione di “non partecipazione alla prossime elezioni europee”. Lo ha affermato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in un incontro con gli studenti della Luiss. E poi, parlando della decisione di uscire dalla Ue, questo lascia “un filo di tristezza” perché “si defila” un Paese che “ha dato tanto alla costruzione dell’edificio europeo” ha detto Conte. “La questione Brexit ci insegna che alcune decisioni sono molto complesse e si rivelano molto complesse. Alcuni amici mi rivelano che vorrebbero rimettere in discussione l’esito di quel referendum”.

Ppe sospende partito di Orban

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Fidesz, il partito guidato da Viktor Orban, “sarà sospeso con ef‎fetto immediato e fino a nuovo ordine” dopo la votazione nell’assemblea del Ppe, con 190 voti a favore e tre contrari. Lo annuncia su Twitter il presidente del Ppe Joseph Daul. “Eravamo pronti a lasciare il partito, se la fazione di sinistra del gruppo avesse vinto e se non fosse stato trovato un compromesso – ha sottolineato Orban in conferenza stampa a Bruxelles -. Penso che non volessero che uscissimo, alla fine: la maggioranza dei partiti del Ppe non credeva fosse loro interesse che un partito così forte lasciasse il gruppo”.

“Durante l’incontro – ha aggiunto Orban – avevo una lettera in cui era già scritto che saremmo usciti. Se non avessimo avuto questo compromesso, avrei lasciato il Ppe oggi: avevo un testo pronto. Tuttavia, è stato trovato un compromesso. Siamo uno dei partiti più forti del Ppe: abbiamo vinto quattro elezioni con largo margine. E’ davvero buffo il fatto che un partito così forte corra il rischio di essere espulso dal gruppo. Ci vuole rispetto reciproco: se non veniamo rispettati, allora semplicemente ce ne andremo”. “Non avrei avuto alcun problema – ha spiegato – a dire a Joseph Daul (presidente del Ppe, ndr) che da oggi non eravamo più membri del Ppe”.

La domanda “più eccitante” ed “importante” che ci si possa fare oggi è “che tipo di coalizione verrà proposta dal Ppe” nella prossima legislatura. Ma è una domanda cui non si può rispondere “prima del voto”, anche per mantenere l’unità del Ppe durante “la campagna elettorale” ha rimarcato il premier ungherese rispondendo a una cronista che gli chiedeva se si batterà per formare una coalizione con la destra nel Parlamento Europeo.

“Non è il mio mestiere qualificare le domande – ha detto Orban – ma penso che questa sia la domanda più importante. Tutti sanno che dietro tutto questo c’è una questione aperta: dopo le elezioni europee, che tipo di coalizione verrà proposta dal Ppe? Andare verso sinistra, con i Verdi, i Liberali eccetera oppure tentare di trovare partner a destra? Questa è la domanda più eccitante. Ma il problema è che, senza sapere l’opinione del popolo e il risultato delle elezioni, non possiamo prendere una decisione su questo”.

“Non possiamo trascurare – ha continuato Orban – la volontà del popolo e il voto popolare. Ma i politici sono come i centrocampisti nel campo di calcio: sono sempre avanti di due o tre passi. E lei ha ragione: nella testa di tutti aleggia questa domanda. Ma se si vuole mantenere l’unità durante la campagna elettorale, questa domanda non dovrebbe essere posta, né dovrebbe essere data una risposta. Ecco perché – ha sottolineato – non posso rispondere a questa domanda”.

“La buona notizia è che l’unità all’interno del Ppe è stata preservata: è stata presa una buona decisione – ha concluso il premier ungherese -. Possiamo organizzare una campagna forte, possiamo continuare a sostenere Manfred Weber come Spitzenkandidat per il Ppe. E’ stata la decisione giusta, perché abbiamo tenuto aperte tutte le strade per il Ppe e per il nostro partito”.

Srebrenica, ergastolo per Karadzic

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Radovan Karadzic è stato condannato all’ergastolo dalla Corte ad hoc delle Nazioni Unite sulla ex Jugoslavia che si è pronunciata oggi sul ricorso in appello contro la condanna a 40 anni per il genocidio di Srebrenica nei confronti dell’ex leader politico dei serbi di Bosnia Erzegovina. In appello erano ricorsi tanto Karadzic – che mira a capovolgere il verdetto – quanto la procura, che ha ottenuto quindi la condanna più severa, all’ergastolo, che richiedeva

Il 73enne ex leader della Republika Srpska, fuggito dopo la guerra ed arrestato nel 2008 a Belgrado, dove si nascondeva sotto il nome di Dragan Dabic praticando una medicina alternativa, è stato condannato per l’assedio di Sarajevo – bombardata e presa di mira dai cecchini negli anni delle devastazioni in Bosnia Erzegovina, tra il 1992 e il 1995 – per crimini di guerra e crimini contro l’umanità compiuti nelle aree sotto il suo controllo politico. In particolare per i fatti di Srebrenica, l’uccisione di circa 8mila uomini e ragazzi bosniaci nell’enclave della Bosnia orientale l’11 luglio 1995, la peggiore atrocità compiuta in Europa dalla seconda guerra mondiale.
Maxi multa a Google
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Maxi multa Ue per Google. Il colosso di Mountain View, secondo la Commissione europea, ha abusato della sua posizione dominante, imponendo una serie di clausole restrittive nei contratti con siti Internet di terzi che hanno impedito ai concorrenti di Google di collocare le loro pubblicità su questi siti, violando le regole antitrust dell’Ue e, pertanto, viene multato per 1,49 mld di euro.

Per la commissaria europea alla Concorrenza Margrethe Vestager, il gruppo californiano “ha cementato la propria predominanza nelle pubblicità nei motori di ricerca, proteggendosi dalla concorrenza, imponendo clausole contrattuali restrittive ai siti Web di terze parti, cosa che è illegale in base alle norme Ue. Questo comportamento improprio è durato per oltre un decennio e ha precluso ad altre imprese la possibilità di competere sulla base dei propri meriti e di innovare, negando ai consumatori i benefici della concorrenza”.

Funziona così: i siti web, come quelli dei media, i blog o quelli di viaggi hanno spesso una funzionalità di ricerca: quando un utente la utilizza, il sito mostra sia risultati di ricerca sia annunci pubblicitari, che appaiono accanto ai risultati della ricerca. Google fornisce queste pubblicità ai siti attraverso AdSense for Search, agendo come intermediario tra le aziende che fanno pubblicità e i titolari dei siti, che traggono profitto dallo spazio che circonda le pagine dei risultati di ricerca. AdSense for Search funziona quindi come una piattaforma di intermediazione della pubblicità on line. Google è di gran lunga il maggior attore nell’intermediazione pubblicitaria on line nello Spazio economico europeo, con una quota di mercato superiore al 70% dal 2006 al 2016. Nel 2016 Google ha detenuto quote di mercato generalmente al di sopra del 90% dei mercati nazionali per la ricerca generica, e superiore al 75% nella maggior parte dei mercati nazionali per la pubblicità online nei motori di ricerca, dove opera tramite il suo prodotto principale, il motore di ricerca Google.

Per concorrenti nelle pubblicità nei motori di ricerca, come Microsoft e Yahoo!, non è possibile vendere spazi pubblicitari nelle pagine dei risultati di ricerca Google. Pertanto, i siti di terzi rappresentano un punto di ingresso importante affinché questi altri fornitori di pubblicità nei risultati di ricerca possano crescere e tentare di competere con l’incumbent. Google sigla contratti negoziati caso per caso con i siti di terzi per la fornitura di questo servizio: la Commissione ne ha esaminati centinaia nel corso della sua indagine e ha scoperto, tra l’altro, che l’azienda californiana ha incluso clausole di esclusiva nei contratti fin dal 2006. Il che vuol dire che i siti non potevano piazzare alcuna pubblicità che non fosse fornita da Google nelle pagine dei loro risultati di ricerca. I contratti con gli editori dei siti si estendevano a tutti i siti posseduti dagli editori stessi. Da marzo 2009, Google ha iniziato a sostituire queste clausole di esclusiva con le cosiddette clausole di ’posizionamento Premium’, che richiedevano agli editori o ai titolari dei siti di riservare gli spazi più redditizi sui loro risultati di ricerca per le pubblicità di Google, nonché un numero minimo di pubblicità Google. Pertanto, ai concorrenti erano precluse le parti più redditizie delle pagine.

Sempre dal marzo 2009, il gruppo californiano ha anche incluso nei contratti clausole che richiedevano agli editori di ottenere il suo permesso scritto prima di cambiare il modo in cui le pubblicità dei concorrenti venivano mostrate. In questo modo, Google poteva controllare quanto attrattive, e quindi cliccabili, fossero le pubblicità dei concorrenti. Queste pratiche hanno riguardato oltre la metà del mercato, misurato per giro d’affari, per la maggior parte del periodo considerato. I concorrenti di Google non hanno potuto competere sulla base dei propri meriti, vuoi perché c’era un divieto vero e proprio, vuoi perché Google si era riservata per via contrattuale gli spazi migliori. Il colosso californiano riservava per sé gli spazi più preziosi sotto il profilo commerciale, controllando nello stesso tempo il modo in cui le pubblicità rivali sarebbero apparse. Google, per la Commissione, ha tenuto una condotta anticoncorrenziale. E soprattutto, “non ha dimostrato che le clausole” contrattuali in questione “abbiano prodotto una qualche efficienza, in grado di giustificare prassi simili”. La multa inflitta, 1,49 mld di euro, ammonta all’1,29% del giro d’affari di Google nel 2018 e tiene conto sia della durata che della gravità delle violazioni.

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20 Marzo 2019