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Brexit, “un milione” in piazza

Brexit, “un milione” in piazza

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Decine di migliaia di persone stanno partecipando a Londra alla grande marcia per chiedere un secondo referendum sulla Brexit. Fra uno sventolio di bandiere europee, un immenso serpentone di folla è partito da Park lane diretto verso la piazza del parlamento. Foto aeree mostrano una quantità enorme di folla.
Secondo gli organizzatori la partecipazione a Londra “ha superato ogni aspettativa”, arrivando attorno ad un milione di persone in quella che è diventata una delle principali manifestazioni di protesta della storia britannica. “E’ impossibile fornire un dato esatto sull’ampiezza di questa folla enorme perché la gente si sta spargendo per il centro di Londra”, ha detto un portavoce citato dal Guardian, spiegando che il percorso da park Lane alla piazza del parlamento si è riempito di gente e molti si sono riversati nelle vie laterali. Tuttavia, ha aggiunto il portavoce, “non c’è dubbio che questa sia una delle maggiori proteste, forse la più grande di tutte, che questo paese abbia mai visto”. “Non abbiamo dubbi che questa marcia sia più grande della precedente, le nostre stime sono che la folla abbia raggiunto un milione di persone”, ha concluso, facendo il paragone con la precedente manifestazione per un secondo referendum cui avevano partecipato in 700mila.

Il sindaco di Londra Sadiq Khan, che sarà fra gli oratori, ha twittato un video che lo ritrae alla marcia mentre regge con altre persone uno striscione con lo slogan “put it to the people” (fate decidere la gente). Oltre a lui interverranno anche il numero due del partito laburista Tom Watson, la first minister scozzese Nicola Sturgeon, l’ex procuratore generale Dominic Grievy e l’ex deputata Tory passata al gruppo indipendente Anna Soubry. La marcia è molto seguita sui social con molti messaggi di adesione di britannici all’estero o impossibilitati a partecipare che vogliono dare il loro sostegno.

Intanto la petizione al parlamento britannico per chiedere la revoca della Brexit ha superato i quattro milioni di firme (record da 4,3 milioni di firme). Ma la sua promotrice ha ricevuto anche tre telefonate di minacce di morte e ha dovuto chiudere la sua pagina Facebook di fronte numerosi messaggi di haters. Intervistata dalla Bbc, la 77enne Margaret Georgiadou ha spiegato che non si aspettava il successo della sua petizione, di gran lunga la più votata del sito del parlamento britannico. Ma l’anziana signora dice anche di essersi molto spaventata per le minacce telefonica, che l’hanno fatta “tremare come una foglia”. E su twitter si è chiesta: “Chi può volere così tanto la Brexit da essere pronto a uccidere?”. Con la mia petizione, ha spiegato, voglio provare che la Brexit “non è più la volontà del popolo”. Il successo della petizione ha sollevato speculazione sul fatto che parte delle firme siano arrivati dall’estero. Secondo quanto riferisce il Guardian, il 96% dei firmatari risiede nel Regno Unito. La commissione petizioni di Westminster ha intanto precisato che anche i cittadini britannici che vivono all’estero possono firmare.

Russiagate, la resa dei conti

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Il procuratore speciale Robert Mueller, dopo quasi due anni di indagini, ha consegnato al ministro della Giustizia William Barr il rapporto sulle interferenze russe nella campagna presidenziale del 2016. Secondo fonti del dipartimento della Giustizia citate dalla stampa Usa, nel suo rapporto Mueller non chiederà il rinvio a giudizio per altre persone coinvolte nel cosiddetto Russiagate, oltre alle accuse già presentate nell’ambito dell’inchiesta. Tuttavia, i membri del Congresso, nell’ambito dell’indagine parlamentare che stanno conducendo, potranno autonomamente presentare nuove accuse al dipartimento della Giustizia.

Dopo la diffusione della notizia della presentazione del rapporto, numerosi esponenti di spicco del Congresso e diversi candidati presidenziali democratici hanno invitato Barr a diffondere il prima possibile le informazioni in suo possesso. Il ministro della Giustizia, in una lettera, ha assicurato che nel corso del fine settimana renderà note le “principali conclusioni” del rapporto. La portavoce Sarah Sanders ha invece reso noto che la Casa Bianca non ha ricevuto copia del rapporto, né è stata messa a conoscenza del suo contenuto. Nell’ambito dell’indagine, Mueller ha presentato finora 199 capi di imputazione nei confronti di 34 persone e tre aziende.

Baghuz liberata, cade ultima roccaforte Is

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L’ultima roccaforte dello Stato Islamico in Siria, Baghuz, è stata liberata. Lo ha annunciato Mustafa Bali, portavoce delle Forze democratiche siriane (Sdf), le milizie curde appoggiate dagli Stati Uniti. “Le Forze democratiche siriane dichiarano la totale eliminazione del cosiddetto califfato e la sconfitta territoriale al 100 per cento dell’Isis. In questo giorno unico, commemoriamo migliaia di martiri i cui sforzi hanno reso possibile la vittoria”, ha annunciato Bali su Twitter.
L’annuncio di oggi mette fine a quasi cinque anni di guerra contro lo Stato Islamico in Siria e in Iraq. Nelle scorse settimane, le milizie curde avevano dato inizio alla battaglia finale per espellere l’Is dalla sua ultima roccaforte di Baghuz, dopo l’evacuazione di migliaia di civili e la resa dei combattenti dello Stato Islamico nell’area.
L’Is aveva raggiunto la sua massima espansione territoriale nell’estate del 2014, con la conquista di Mosul, nel nord dell’Iraq e la proclamazione del cosiddetto “califfato”. Baghuz, situata sul fiume Eufrate, nell’est della Siria e in prossimità del confine iracheno, in una zona ricca di risorse energetiche, era l’ultimo territorio di rilievo in mano allo Stato Islamico, che per anni ha mantenuto il controllo di ampie fette di territorio in entrambi i Paesi. Le forze curde-siriane hanno avuto un ruolo chiave nella sconfitta dell’Is, riconquistando gran parte del territorio in mano allo Stato Islamico, compresa l’ex ’capitale’ Raqqa.

“Questo è un momento storico, che abbiamo atteso insieme alla comunità internazionale”. Così Abdel Kareem Umer, il capo delle relazioni internazionali delle Forze democratiche siriane (Sdf), commenta all’agenzia dpa la conquista di Baghuz. “Questo non significa che abbiamo messo fine al terrorismo e a Daesh“, aggiunge, usando l’acronimo arabo dell’Is. “Abbiamo messo fine a Daesh dal punto di vista militare, abbiamo messo fine al loro stato. Daesh ha ancora cellule dormienti e la loro ideologia esiste ancora nell’area sulla quale hanno governato per anni“, ha aggiunto Umer.

E’ nella provincia di Deir Ezzor, nell’est della Siria, che si è combattuta l’ultima battaglia contro il sedicente Stato islamico. Qui, a Baghuz, ha perso la vita il fiorentino Lorenzo Orsetti, che si era unito alle Forze democratiche siriane. E qui è rimasto ferito il fotografo italiano Gabriele Micalizzi. L’offensiva a Deir Ezzor era in corso da settembre. A rallentare l’avanzata delle Fds sono state le minacce rappresentate dai cecchini dell’Is, dalle mine collocate dai jihadisti sulla strada e dai tunnel scavati dai miliziani, oltre alla presenza di ostaggi e di civili.

MA LE VITTIME NON FESTEGGIANO – Dagli sfollati a chi è stato abusato dai miliziani del sedicente Stato Islamico (Is), fino alle famiglie delle persone uccise dai jihadisti in Siria e in Iraq, le vittime dei miliziani di Abu Bakr al-Baghdadi dicono di avere ’’poco da festeggiare’’. Sebbene l’Is sia stato sconfitto militarmente, la sua avanzata dal 2014 ha cambiato in modo radicale e permanente il Medioriente, sostiene l’emittente curda Rudaw in un’analisi.

“L’idea che l’Is sia sconfitto è solo uno scherzo”, ha detto Omar Mohammed, blogger di ’Mosul Eye’, che ha documentato la vita sotto il sedicente Stato Islamico nella città dell’Iraq settentrionale. Secondo lui, anche se il gruppo non controlla più un territorio, può contare su migliaia di miliziani in tutto l’Iraq e in Siria, disposti a dare la loro vita per la causa jihadista. “Le forze di Daesh vengono sconfitte, ma la mente di Daesh non può essere sconfitta”, ha detto a Rudaw Anam, 24 anni, un cristiano sfollato di Qaraqosh, che ha vissuto a Erbil dall’agosto del 2014 al maggio 2017.

In Iraq e in Siria, l’Is “mostra l’intenzione di voler alimentare la tensione settaria e di porsi come portabandiera per le comunità emarginate”, hanno detto le Nazioni Unite in un rapporto del primo febbraio scorso. Secondo l’Onu, i jihadisti “minano le attività di stabilizzazione e ricostruzione, mirano a ricostruire le infrastrutture e in generale ostacolano il progresso economico”.

Tra le comunità più colpite c’è quella degli Yazidi, vittime di un genocidio compiuto dall’Is. Rapiti, uccisi in massa, torturati, con le donne trasformate in schiave sessuali, ora gli Yazidi sopravvissuti vivono in un luogo “liberato” dall’Is, ma le loro identità sono state distrutte. Il premio Nobel per la pace Nadia Murad ha avviato un’iniziativa per sostenere le vittime di violenza sessuale, ricostruire le comunità in crisi e combattere l’ideologia dell’Is. “E’ importante avere un piano per combattere questa ideologia e impedire alle persone di unirsi a gruppi come l’Is – ha detto Murad a Rudaw – Penso che questa ideologia resista, è pericoloso pensare che l’Is non si riorganizzerà, magari con un altro nome”.

Nave da crociera in panne
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Una nave da crociera è stata bloccata da problemi a un motore al largo della Norvegia. I soccorsi sono scattati per evacuare i 1300 passeggeri anche se un imprevisto li ha rallentati. Un cargo, la Capitano Hagland, che avrebbe dovuto partecipare alle operazioni, è stato infatti bloccato da un problema ad un motore. Due elicotteri, quindi, hanno provveduto a trarre in salvo gli 8 membri dell’equipaggio. I passeggeri prelevati dalla Viking Sky (i primi 100 già alle 16.30) sono stati condotti nella cittadina di Fraena, mentre gli altri verranno trasferiti nelle zone di Molde e Kristiansund.

La nave, la Viking Sky, ha segnalato il guasto mentre si trovava in balia delle onde non lontano dalle coste rocciose, come riferisce la polizia della provincia di More og Romsdal e come hanno mostrato le immagini trasmesse dall’emittente NRK. Nella zona si sono attivati diversi elicotteri e altre imbarcazioni. E’ stata istituito, twitta l’Ambasciata italiana a Oslo, “un presidio per informazioni su cittadini italiani eventualmente presenti sulla nave”.

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24 Marzo 2019