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Anziana uccisa a Parigi: è antisemitismo

Lo scorso venerdì, Mireille Knoll, un’anziana signora di 85 anni di origini ebraiche, è stata rinvenuta senza vita nel suo appartamento dell’XI arrondissement. Gli inquirenti avrebbero trovato sul corpo i segni di 12 coltellate e diversi punti in cui sarebbero state appiccate le fiamme. Secondo la procura di Parigi, sarebbe da ricercare nell’antisemitismo il movente dei presunti colpevoli – un senzatetto di 22 anni e un pregiudicato di 29 -, accusati di omicidio volontario con l’aggravante razziale. I due sono attualmente in stato di fermo.

La vittima aveva da poco presentato un esposto contro un vicino che aveva minacciato di bruciarle la casa. Il deputato centrista Meyer Habib, dopo aver parlato con i parenti della vittima, rivela che la signora Knoll sarebbe scampata alla più grande retata di ebrei della Francia nazista del 1942, «il rastrellamento del Velodrome d’Hiver», grazie al passaporto brasiliano della madre. Quella notte, sarebbero stati 27.388 gli ebrei trascinati a forza in quello stadio, in attesa di essere caricati sui convogli verso la Germania.

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Ancora una volta, l’antisemitismo torna ad aleggiare su quella stessa Francia che ha gettato le basi per la costruzione delle nostre attuali democrazie, grazie alla rivoluzione condotta al grido di «Liberté, égalité, fraternité». Nonostante ciò, nella storia e nella letteratura francesi incontriamo diversi esempi di contraddizione a questi principi e diversi casi di fanatismo religioso che hanno macchiato l’immagine del Paese: pensiamo alle pungenti e ironiche critiche mosse da Voltaire già nel ‘700, in «Candide ou l’optimisme». Il filosofo sostiene che il fanatismo sia tanto facilmente radicabile nella mentalità della gente da poter indurre le masse a individuare un capro espiatorio a cui attribuire la colpa del terremoto che aveva devastato Lisbona nel 1755.

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Lo stesso Voltaire redigerà poi, nel 1763, «Le Traité sur la Tollérance», nel quale si farà testimone di clamorosi errori giudiziari finiti in tragedia: i casi Calas, Sirven e La Barre, accomunati da una da un unico elemento, il fanatismo, che a partire dalla vox populi arriva a coinvolgere anche la magistratura. Nel caso di Marc-Antoine Calas, il giovane figlio di un protestante ugonotto trovato impiccato nel suo granaio, sarà il padre a pagarne le conseguenze, finendo accusato per omicidio in quanto sospettato di voler impedire la conversione del ragazzo al cattolicesimo, e condannato alla «ruota», ovvero alla morte per tortura. Stessa vicenda coinvolge anche la famiglia Sirven, la cui figlia, Elisabeth, anche lei appena convertita al cattolicesimo, viene trovata morta in un pozzo; questa volta, però, la prontezza di Madame Sirven nel fuggire in Svizzera la salverà dalla condanna in contumacia per assassinio. Dello stesso stampo le accuse di miscredenza ed empietà rivolte al giovane chevalier de La Barre, di Arras, il quale, non avendo tolto il cappello durante una processione, viene notato e denunciato dal suo acerrimo nemico, Monsieur de Belleval, luogotenente del tribunale delle imposte della cittadina di Abbeville. La Barre riceverà la pena capitale e, prima dell’esecuzione, gli si romperanno le articolazioni degli arti inferiori per tortura.

Ancora, in ordine cronologico, ritroviamo il Caso Dreyfus, denunciato da Zola nella sua famosissima lettera aperta all’allora Presidente della Repubblica Faure, pubblicata da Le Figaro con il titolo «J’accuse». Il caso rimane tra i più espliciti esempi di malagiustizia. Costò a Zola un anno di carcere, oltre ad un’ingente ammenda, ma portò alla riapertura del caso e alla revoca della condanna avanzata contro l’imputato Alfred Dreyfus, un capitano francese di origine ebraica accusato di spionaggio per lo stato tedesco.

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«[…]Ed è volontariamente che mi espongo. Quanto alla gente che accuso, non li conosco, non li ho mai visti, non ho contro di loro né rancore né odio. Sono per me solo entità, spiriti di malcostume sociale. E l’atto che io compio non è che un mezzo rivoluzionario per accelerare l’esplosione della verità e della giustizia. Ho soltanto una passione, quella della luce, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità. La mia protesta infiammata non è che il grido della mia anima. Che si osi dunque portarmi in assise, e che l’indagine abbia luogo al più presto. Io aspetto. Vogliate gradire, signor Presidente, l’assicurazione del mio profondo rispetto»: è con queste parole che Zola termina la sua lettera dopo aver mosso accuse dirette, pubblicando i nomi dei veri colpevoli di indagini condotte in maniera scellerata e sotto la guida del pregiudizio e dell’antisemitismo. Per non parlare delle azioni dei collaborazionisti in tempi più recenti.

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Risuonano oggi le parole del presidente Macron contro ogni tipo di recrudescenza razziale e antisemita. Il presidente ha espresso su Twitter la sua più viva emozione per il “crimine spaventoso” commesso contro Mireille Knoll, riaffermando la sua “determinazione assoluta a lottare contro l’antisemitismo“.

Data:

30 Marzo 2018