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ArcelorMittal, fumata nera a tavolo con i sindacati

ArcelorMittal, fumata nera a tavolo con i sindacati

Fumata nera per i sindacati dall’incontro al Mise con il governo e ArcelorMittal. La multinazionale, infatti, ha confermato le ragioni del recesso legate alla soppressione dello scudo penale mentre il governo non ha dato nessun segnale sul ripristino dello scudo penale. Ma Cgil, Cisl e Uil, “che non saranno mai complici dello spegnimento della più grande acciaieria europea”, come hanno spiegato ad una voce sola, vogliono tentare ogni strada: per questo accanto ad una rinnovata mobilitazione hanno chiesto alla multinazionale di ritornare al tavolo e al governo di lavorare affinché questo sia possibile.

“ArcelorMittal ha deciso di andarsene. Il recesso è in corso” ha detto l’ad di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli, che ha ribadito la volontà della multinazionale chiudendo l’incontro con Fim, Fiom e Uilm al Mise.

“ArcelorMittal si sta assumendo una grandissima responsabilità, in quanto tale decisione prefigura una chiara violazione degli impegni contrattuali e un grave danno all’economia nazionale. Di questo ne risponderà in sede giudiziaria sia per ciò che riguarda il risarcimento danni, sia per ciò che riguarda il procedimento d’urgenza” ha scritto su Facebook il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a proposito della decisione annunciata dalla multinazionale di spegnere gli altiforni di Taranto.

“È stato depositato il ricorso ex art.700 cpc al fine di fermare il depauperamento di un asset strategico del nostro sistema industriale come lo stabilimento ex Ilva di Taranto – ha scritto il premier – Il governo non lascerà che si possa deliberatamente perseguire lo spegnimento degli altiforni, il che significherebbe la fine di qualsiasi prospettiva di rilancio di questo investimento produttivo e di salvaguardia dei livelli occupazionali e la definitiva compromissione del piano di risanamento ambientale”. “Ben venga – ha sottolineato Conte – anche l’iniziativa della Procura di Milano che ha deciso di intervenire in giudizio e di accendere un faro anche sui possibili risvolti penali della vicenda”, legata alle decisioni di ArcelorMittal sugli stabilimenti ex Ilva.

Il ’piano shock’ di Renzi

Un ’piano shock’ di 120 miliardi che si tradurrà in una proposta di legge che verrà depositata il prossimo 15 gennaio e verrà messa a disposizione del Paese, del governo e del premier Giuseppe Conte a cui Italia Viva chiede di trasformare il piano in un decreto legge dell’esecutivo. “Italia Viva aprirà una grande campagna di ascolto che toccherà i Ministeri interessati ma anche le associazioni di categoria, i Comuni, il volontariato, gli investitori internazionali, le banche, le scuole e le università, in Italia ed all’estero. Chiediamo che lo votino tutti, anche le opposizioni”.

“Noi – ha spiegato Matteo Renzi a Torino alla presentazione del ’piano shock’ di Iv – vogliamo lavorare nei prossimi due mesi e andare a verificare questo progetto e poi noi scriveremo entro due mesi da oggi, il 15 gennaio, un testo di legge che chiederemo al premier Conte di trasformare in decreto legge. Da forza politica che sta in maggioranza questo è il nostro contributo di Italia Viva per il Paese”.

Nel dettaglio, si tratta di un piano in 7 punti dedicato alle infrastrutture ed in particolare a sbloccare opere, già finanziate, ma bloccate.

Il primo punto riguarda ’Strade e ferrovie: opere bloccate’: “Oltre 74 miliardi di opere stradali e ferroviarie bloccate in Italia di queste 8 circa per mancanza di finanziamenti, le restanti per burocrazia. Italia Viva presenta un elenco di queste opere bloccate da grandi infrastrutture come Tav e Gronda all’autostrada Roma-Latina.

Poi, secondo punto, “Porti e aeroporti: investimenti per 3 miliardi sui porti e 4 miliardi di euro sugli aeroporti”. Quindi ’Periferie e piani città’: “Col nostro governo abbiamo abolito Imu prima casa, blocco addizionale Irpef e tassa di scopo ma attraverso il superamento del patto di stabilità abbiamo visto sbloccati decine di milioni di euro per investimenti. Il progetto ’periferie’ nasce da un’idea di Renzo Piano e prevede 2,1 miliardi di euro di investimenti. L’accelerazione dei patti territoriali vale 3 miliardi di euro. Il ’piano casa’ prevede 1 miliardo di euro di investimenti”.

Il quarto punto del piano shock di Iv è dedicato al “Dissesto idrogeologico: 25,9 miliardi sono già oggi disponibili e non spesi sul dissesto idrogeologico di cui: 12.800 per la mitigazione del rischio, 3.000 per l’edilizia scolastica, 3.900 per reti fognarie e depuratori, 3.100 per il sisma bonus, 3.150 per il piano invasi e piano acquedotti”.

Quindi, “Scuole e ospedali: 10 miliardi già distribuiti agli enti locali per progettare e realizzare edifici innovativi, sicuri e accessibili a tutti, nessuno escluso. Le nostre proposte: investire davvero: 3 miliardi in 3 anni nelle scuole e 2 miliardi in 3 anni negli ospedali; attenzione costante ai progressi dei lavori; focus sulle nostre aree interne: evitiamo lo spopolamento!; rilanciamo lo School Bonus; miglioriamo il bonus Cultura 18app; piano Infanzia per i bambini da 0 a 6 anni”.

Ed ancora, il sesto punto: “Cultura e turismo, ’Modello Pompei’ per la valorizzazione del patrimonio artistico culturale 2 miliardi di investimenti nel solo settore culturale dei governi dei 1000 giorni, ancora bloccati”. Ultimo punto: “Energia e green act, accelerazione investimenti Terna, Eni, Snam ed Enel nel prossimo triennio pari a 15 miliardi; una vera transizione ecologica con 1 miliardo; fiscalità ecologica con riduzione del cuneo fiscale per investimenti strutturali in economia circolare; piano di adattamento ai cambiamenti climatici”.

M5S, Di Maio: “Regola due mandati resta”

“Terzo mandato per i dirigenti? No assolutamente. Anzi sono sempre più convinto che la regola dei due mandati funziona, perché serve un ricambio”. Così il capo politico del M5S Luigi Di Maio a Accordi e Disaccordi sul Nove.

Di Maio dice che “il M5S ha bisogno di maggiore collegialità, io non posso più decidere da solo. A dicembre nascerà il primo team”. Poi sottolinea: “Non ho mai avuto il potere di imporre ai gruppi parlamentari qualcosa. I capigruppo sono elettivi e sarebbe anche ora di eleggerlo alla Camera”.

Il ministro parla anche di Mose e ArcelorMittal. “Anche sul Mose hanno dato colpa a M5S… C’era un’opera di dubbia utilità che doveva essere pronta nel 2014, è stata il più grande monumento alla corruzione. Ora va conclusa. Di chi può essere la responsabilità se non di chi governa il Veneto da anni? – sottolinea – Ognuno si prende le proprie responsabilità ma ora c’è una legge che permette a quell’opera di essere completata ed è stata firmata da me e Toninelli”.

Quanto all’ex Ilva, “la colpa che Mittal se ne va sarebbe ancora una volta di M5S perché è contro lo scudo ma lo scudo non c’entra nulla – ribadisce Di Maio – Poche ore fa il presidente Conte ha detto non lasceremo che gli indiani se ne vadano indisturbati. Noi abbiamo fatto un ricorso perché Mittal ha firmato un contratto. Ed entro pochi giorni i giudici ci diranno se Mittal ha ragione oppure no”. “Secondo me dire che nazionalizziamo è il miglior alibi per Mittal per andare via. Noi dobbiamo far restare Mittal perché quando firmi un contratto, lo devi rispettare – insiste il ministro degli Esteri – Impugneremo l’atto con cui hanno deciso di andarsene”.

Poi le regionali. “Faremo delle riunioni importanti per decidere. Quando ho incontrato i rappresentati di Emilia e Calabria nessuno mi ha detto andiamo con il Pd” riferisce Di Maio. Cade il governo se vince il centrodestra in Emilia? “Questo è un problema del Pd. Il Pd sta asservendo un governo a una elezione locale. Noi dobbiamo permettere agli elettori dell’Emilia Romagna di scegliere il loro governatore, punto. Non sovraccarichiamo di responsabilità che non c’entrano gli elettori dell’Emilia Romagna”.

Fi, pressing su Carfagna: anti-sovranisti pensano a nuovo partito

’’Non è una questione di ’numeri’, quelli ci sono…’’, assicura a mezza bocca un parlamentare azzurro che sta lavorando a quella che alcuni hanno definito ’operazione Mara’. Il tema, spiegano, è ’’che tipo di progetto politico lanciare, quante forze politiche coinvolgere’’ e convincere Mara Carfagna a fare il leader. Gli anti-sovranisti più agguerriti, non solo i tanti deputati e senatori di Forza Italia stanchi di “fare da ruota di scorta alla Lega salviniana’’, apprende l’Adnkronos, sarebbero pronti al grande passo. Ovvero a lanciare un partito, con la creazione di gruppi parlamentari autonomi.

I ’numeri’, garantiscono, non sarebbero il problema: in Transatlantico, a Montecitorio, si parla di 18 senatori e 25 deputati con le valigie pronte per il Misto, primo passo verso la costituzione di un nuovo soggetto politico, alternativo alla destra sovranista e al blocco M5S-Pd. Un movimento, che non farà accordi certo con i renziani di ’Italia Viva’, né diventerà la stampella del governo Conte. L’obiettivo, raccontano, è raccogliere le forze moderate, riformiste e liberali ed evitare il rischio di dar vita all’ennesimo cespuglietto. Si prova, insomma, a creare qualcosa di più largo respiro, che vada oltre il ’centro’, espressione di quell’area moderata da tempo bistrattata e dimenticata dalla politica, lanciando di fatto la sfida sullo stesso terreno a Silvio Berlusconi e Matteo Renzi.

Della partita dovrebbero essere innanzitutto i delusi di Fi che non vogliono morire salviniani, esponenti dell’area ex Dc (da Gianfranco Rotondi all’Udc a ’Noi per l’Italia’ di Maurizio Lupi). E, riferiscono, si starebbe lavorando per tirare dentro anche i ’totiani’ di ’Cambiamo’. Allo stato, non si sa se l’operazione riuscirà. I ’sabotatori’ sono in azione da tempo. Ma le trattative sono diventate frenetiche per preparare al meglio il ’D-day’. C’è chi scommette che per partire vogliono attendere che passi la buriana: ’’Dentro Fi, ora alle prese con il caso Comi, c’è ancora troppa tensione, e poi ora tutti sono concentrati sull’emergenza maltempo”. C’è chi, invece, pensa che queste siano solo una scusa per prendere tempo, perché poi alla fine i ’numeri’ non sono così certi.

Con il passare dei giorni, raccontano, si fa sempre più forte il pressing, non solo dei suoi fedelissimi, per lasciare Forza Italia e buttarsi in una nuova avventura politica. Carfagna, raccontano, non ha deciso cosa fare, la tentazione di dire addio alla casa madre c’è, eccome, di fronte allo scenario di un partito salvinizzato, ma c’è il tormento di una scelta sofferta e difficile dopo tanti anni al fianco di Silvio Berlusconi. Oggi l’ex ministra ha partecipato a un convegno sulle molestie al lavoro nella Sala della Lupa a Montecitorio e poi è tornata nel suo studio senza rilasciare dichiarazioni per fare telefonate, fare incontri.

Uno strappo, in questo momento di grande difficoltà per Forza Italia, sarebbe troppo destabilizzante”, confida un carfagnano doc. Con il rischio di un effetto boomerang difficile da ’contenere’. Le ragioni per un ’divorzio’ sono tante. E a fornirle, secondo gli anti-sovranisti, sarebbe ancora una volta la Lega, come successo ieri al Paladozza di Bologna, dove l’assenza sul palco di delegazioni di Fi e Fdi dimostra che “il centrodestra non sia unito come qualcuno vorrebbe far credere”. “Un accordo di maggioranza sulla legge elettorale proporzionale con la soglia al 5% ci fa gioco in questo momento’’, ma, riferiscono, “conta il progetto politico e la leadership’’. Ed ecco il punto: tutti vogliono Carfagna come ’front woman’, ma lei non ha sciolto la riserva.

E a chi le tira la giacca o la corteggia per candidarsi in Campania (anche se il Cav ha indicato Stefano Caldoro come nome da spendere in quota Fi) Carfagna avrebbe fatto sapere che dell’argomento non ne ha parlato con Berlusconi fino ad ora, men che meno alla cena ad Arcore di venerdì scorso. In ogni caso, preferisce non commentare, perché non si è entrato nel merito della questione. Molti azzurri campani, senza nulla togliere alla professionalità e competenza di Caldoro, sono convinti che lei abbia tutte le carte in regola per strappare la Regione a Vincenzo De Luca, pronto a ricandidarsi. E credono che ci sia ancora qualche spiraglio sulla sua candidatura. Dalle parti di palazzo Grazioli, tutto tace in proposito. Forse volutamente. E ogni giorno che passa, fa crescere le quotazioni dell’ex governatore.

Sondaggio, Salvini fa il pieno nei piccoli Comuni

La Lega e Matteo Salvini volano nei piccoli Comuni. Matteo Renzi ottiene risultati migliori nei comuni più grandi. Il consenso per Pd, invece, non cambia in base al numero degli abitanti. E’ il quadro del sondaggio Noto-EMG commissionato da Asmel. I dati sono stati diffusi su Twitter dall’Associazione per la sussidiarietà e la modernizzazione degli enti locali.

Nel dettaglio, la Lega e Salvini ottengono il 38,7% nei Comuni con meno di 10.000 abitanti. Boom di Renzi, invece, nelle grandi città: Italia Viva è quasi al 10% nei Comuni con più di 60mila abitanti. Il Partito Democratico si attesta al 18,7% di gradimento sia nei piccoli che nei grandi centri. Quasi 8 punti percentuali di differenza, invece, per il Movimento 5 Stelle tra Comuni con meno di 10mila abitanti (13,5%) e grandi città (21%).

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16 Novembre 2019