RILEGGENDO POESIA – SERGIO CORAZZINI

Il mio cuore

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cms_21922/2.jpgIl n. 34/anno III del nostro mensile aveva, in quel novembre del 1990, tali e tanti spunti interessanti che ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta. Restando solo agli italiani: Umberto Fiori, Nanni Cagnone, Milo De Angelis con Somiglianze, Silvana Colonna, Giancarlo Majorino, Nadia Campana. Tuttavia, siccome dalle pagine di questa rubrica non l’abbiamo ancora fatto, vorremmo parlare delle Liriche di Sergio Corazzini, facendo riferimento allo splendido articolo (meglio dire, forse, piccolo saggio) di Silvio Ramat.

Il quale affermava: È norma salutare quella che vuole distinti i piani biografico e critico: eppure, nel caso di Corazzini e mentre va consumandosi il secolo del quale egli non vide che l’inizio, sembra difficile e non del tutto remunerativo il rispetto di quella separazione di principio. Non so quanto ci si possa fidare della testimonianza resa nel ’49 da un coetaneo come Govoni, che di Corazzini dirà: “mai niente assolutamente trasparì del male che lo rodeva e doveva trascinarlo alla tomba.” Per quanto ampia la gamma dei toni che saggia, Corazzini non avrà neppure il tempo materiale per una sperimentazione che sotto l’aspetto della lingua risulta abbastanza limitata. Per questo, e non mentendo a sé medesimo, il poeta Corazzini s’inventa come fanciullo, pellegrino, viandante… Non possiamo, per ovvie ragioni di spazio, pubblicare molti altri stralci dell’intervento di Ramat, ma ne sottolineamo l’acribia, la puntualità, la precisione. Chi era dunque Sergio Corazzini (1886-1907)? (Da: https://www.italian-poetry.org/sergio-corazzini).

cms_21922/1.jpgSergio Corazzini nasce a Roma, dove muore precocemente di tisi. Pubblica nel 1902 le prime poesie in dialetto romanesco e in lingua italiana, sulle riviste “Marforio”, “Capitan Fracassa”, “Rugantino”. Divenuto un punto di riferimento del mondo letterario romano, trascorre le serate nei caffè, in compagnia di intellettuali come Fausto Maria Martini, Corrado Govoni, Alberto Tarchiani, Luciano Folgore. Fonda con gli amici la rivista “Cronache latine”, destinata a breve vita. Escono presso la Tipografia cooperativa operaia romana le sue esili raccolte di versi: Dolcezze (1904), L’amaro calice (1905), Le aureole (1905), Piccolo libro inutile (1906), Elegia.Frammento (1906), Libro per la sera della domenica (1906). Postume: Liriche (Ricciardi, 1909 e 1959), Poesie edite e inedite (Einaudi, 1968), Poesie (Rizzoli, 1992). Corazzini, dunque, nato da una famiglia piccolo borghese ma con importanti ascendenze (il nonno fu avvocato e funzionario della Dataria Pontificia) si ammala di tisi come il suo contemporaneo Gozzano e muore poco più che ventenne, trovando nella poesia, quasi leopardianamente come afferma Silvio Raffo, l’unico conforto dinanzi all’ambiente circostante retrivo e rigidamente ortodosso, per approdare ben presto a un crepuscolarismo delicato e languido, successivamente affinato da una sensibilità sempre più esigente e moderna, fino a raggiungere una vera tonalità personale e un timbro inconfondibile, Difficile formulare un giudizio sicuro su un poeta scomparso così giovane; sta di fatto, continua Raffo che la sua fisionomia è perfetta, così come il suo triste destino ce l’ha offerta: la sua poesia vive in ragione della sua morte, senza consolazioni estetizzanti o ironici autocompiacimenti. Un’amarezza talmente acuta da annullarne il balsamo. Anche Silvio Raffo non scherza quando si tratta di puntualità e precisione. Vorremmo pertanto soffermarci su un aggettivo – usato spesso a sproposito, ma non in questo caso: moderno. Corazzini fu davvero un precursore; dannunzianesimo e pascolismo rappresentano nella sua poesia “le scorie di una farfalla che si sta sbozzolando”. La poesia italiana che si annuncia con lui sarà diretta, intensamente lirica, autobiografica talvolta, frammentata, in cui il verso libero appare già destinato a sostituire i metri regolari.” Un antieroe novecentesco, insomma, forse addirittura un verista. Eppure, questo enfant prodige della nostra letteratura e la sua breve parabola non cessano d’interrogarci se ci sia anche un po’ di romanticismo in tutto ciò.

Il mio cuore

Il mio cuore è una rossa
macchia di sangue dove
io bagno senza possa
la penna, a dolci prove

eternamente mossa.
E la penna si muove
e la carta s’arrossa
sempre a passioni nove.

Giorno verrà: lo so
che questo sangue ardente
a un tratto mancherà,

che la mia penna avrà
uno schianto stridente...
... e allora morirò.

Raffaele Floris

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