RICORDI… DAL BAULE DEL CUORE A MASCHERE TEATRALI

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Una flebile luce illumina il mio focolare, mi permette di vedere un vecchio baule, dimenticato, polveroso… lo apro e ritrovo il mio vestitino da bambina. Lo prendo e lo avvolgo al mio cuore… i ricordi corrono sempre sul filo della memoria, possono essere vivi, nascosti, latenti, belli, tristi. Da qualunque connotazione siano caratterizzati sono lì, pronti a mostrarci sempre la trama tessuta della nostra vita, di quella collettiva, storica. Sono le radici identitarie, gli anelli di una catena che a tratti imprigiona, altre volte avvolge carezzevolmente. Ricordare spesso induce alla poesia, alla nostalgia, al nostòs, alle origini, alla terra nativa, alle radici… e concilia una certa malinconia, perché col passare del tempo i contorni si modificano, la lontananza fa scemare il dolore, tutto assume un’aura astratta, indefinita, quella in cui si avverte leopardianamente l’ebbrezza della felicità, essendo slegata dal reale.

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Siamo ancorati ai ricordi… “Non recidere, forbice, quel volto”, canta Montale: nella ricerca della nostra identità compiamo sempre un percorso memoriale che illumini il nostro essere. La memoria è un viatico utile ad evolvere, un cassetto da aprire per adoperare ciò che ci serve, faro che guida. Spesso grazie ai ricordi, nel cammino dell’esistenza, rivediamo il nostro pensiero, rivalutando o ridimensionando tessere del mosaico sentimentale, emozionale. Quanti ricordi accumuliamo, pulviscolo fastidioso o polvere di stelle, di noi, degli altri, delle situazioni, dei legami, degli oggetti, dell’immateriale, delle tappe fondamentali del nostro crescere. Tutto vibra assieme a noi, sono la consapevolezza della nostra vita. Soffermarsi a riflettere sui ricordi non è scontato; se succede, inoltre in maniera condivisa, è una stupenda occasione da cui può scaturire un incontro alato, l’accadere di cose belle che colorano del verde della speranza. Spesso si parla di eventi fastosi, rumorosi, eclatanti ma non si pensa che anche “piccole cose d’arte”, le famose mirycae pascoliane che creano sorgenti di luce. È bene parlarne, per la bellezza che hanno, per la creatività nuda che si presenta priva di scopi reconditi, gioiosa nel suo essere fine a sé stessa, libera pur tra fatiche, sudore, impegno. Scevra da compromessi, contaminazioni dovrebbe essere ogni espressione dell’arte, purtroppo costretta spesso a fare i conti con la necessità della sopravvivenza o altro… basta ricordare I giganti della montagna di Pirandello.

A Siracusa, scenario di bellissimi eventi dalle rappresentazioni classiche al teatro greco alla sfilata di alta moda D&G, piace accendere una luce che faccia brillare quello che di bello sono riusciti a fare dei ragazzi che gravitano nell’ambito teatrale. Provenienti da varie città, dopo essersi diplomati all’Accademia d’Arte del Dramma Antico, hanno dato vita a una compagnia teatrale con base a Siracusa. Questo è davvero lodevole, perché si sa che al sud le difficoltà sono notevoli, per la dislocazione geografica lontana dalle città che offrono maggiori opportunità. Van Verso Altre Narrazioni, è questo il nome della compagnia che vuole essere itinerante nel narrare ovunque, attraverso il teatro delle favole, delle storie che ripercorrono le vicissitudini della vita, come afferma Glauco Mauri, sperando che questo possa aiutare gli uomini a tentare di capire quella favola grande, a volte affascinante ma a volte anche terribile, che è l’esistenza. Giovani talentuosi, carichi di passione, tenaci, consapevoli della capacità che riconoscono alla cultura e al teatro di far riflettere, evolvere, pensare, divertirsi hanno fatto sì, dietro concessione dell’Assessore alla cultura, che un luogo chiuso da tanto tempo, dopo aver ospitato un glorioso liceo, tornasse ad essere luogo vivo, aperto, non più immerso in un soporifero sonno, trasformandosi in un teatro di vita, in un palcoscenico laboratoriale e di rappresentazioni. Numerosi gli spettacoli e le prove di quelli che saranno portati verso altre destinazioni. Interessante il laboratorio Home, il cui esito ha visto l’attuazione di un percorso emozionale sui ricordi della prima casa, in un allestito museo, peculiare al tema. La bellezza si è sprigionata anche nell’inclusività di tutti coloro che volessero partecipare, così si sono ascoltate storie intense, anche commoventi, rese note attraverso interviste proiettate. Si è assistito a letture espressive e drammatizzazione di testi teatrali e letterari. Sono stati teatralizzati i ricordi della prima casa… quelli che rimangono dentro di noi per sempre con tutto il loro corredo emozionale… la casa siamo noi, ricordiamo quello che eravamo nel nostro legame con essa, i sentimenti che, come colori, ne hanno tinteggiato le pareti, la proiezione degli altri verso di noi, attraverso di essa, i dispiaceri nel doversene allontanare, l’amore per essa nonostante certi disagi, degrado, distruzione; il bisogno di averla come punto fermo nella vita, radice robusta nel vagabondare dell’essere, esistenza comunitaria condivisa anche nelle stranezze di cui tutti siamo portatori, figli di un’umanità spesso dolente.

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Nell’alternarsi della lettura di racconti scritti dalla “voce” narrante, di drammatizzazione di testi scritti dalla mano interpretativa “attoriale” o di autori quali Ruccello, Eduardo de Filippo, Pavese, Joyce, accompagnati dalle note di una dolce ma potente chitarra, si è come vissuti dentro una grande casa, in cui si snoda la variegata esistenza di tante persone, ognuna individuale ma facente parte dell’umanità autentica, verace. Grazie alla bravura e passione degli interpreti tante le emozioni, sfumature di allegria e gioiosità, sotto panni stesi e simboli delle famose Vele di Scampia, anche nella convivialità che ha chiuso la performance in quel labile confine tra vita e teatro… per citare Carlo Goldoni, “la vita è teatro o il teatro è vita?”.

Cettina Bongiovanni

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