NETIQUETTE E REATI SOCIAL: A RISCHIO I LEONI DA TASTIERA

Recenti sentenze impongono educazione e rispetto nei commenti e nei messaggi

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cms_27157/0.jpegIl concetto di rispetto, di educazione, di correttezza che, seppur a fatica, i nostri genitori e nonni hanno cercato di tramandare di generazione in generazione, scompare dinanzi alle possibilità di acquisire il diritto di (s)parlare liberamente sfruttando la comodità e la velocità offerta dagli strumenti digitali. Spesso ci si dimentica che, comunque, il mittente e il destinatario della maggior parte dei messaggi, dei commenti, degli audio, dei video diffusi sono persone: concetto molto elementare ma che, a quanto pare, viene spesso non considerato nel modo opportuno.

Commentare o scrivere un messaggio, seppur non siano presenti de visu tutti gli interlocutori, produce gli stessi effetti delle affermazioni pronunciate “in presenza”, proprio perché la comunicazione a distanza comunque presuppone un contatto diretto tra tutti gli interessati.

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Non è raro che ci si lasci andare a commenti o parole fuori luogo perché in preda ad una discussione (telematica) accesa, perché si vuole sempre e subito controbattere per il bisogno di avere sempre e ripetutamente ragione nonché avere la soddisfazione di avere l’ultima parola. Ultima parola che, attraverso gli strumenti di messaggistica, non arriva mai: è troppo facile commentare e proseguire una discussione dal divano di casa propria o sdraiati sotto un ombrellone. Tuttavia, mentre in un dialogo a tu per tu molte affermazioni “ingiuriose” terminano senza effetti, diversamente si può dire di offese a terze persone che, magari, non si trovano nel gruppo WhatsApp o nel gruppo Facebook: in questo caso, il tutto potrebbe sfociare nel reato di diffamazione, che - a differenza dell’ingiuria - non è depenalizzato, anzi. Una recente sentenza della Cassazione (n. 34484/2018) è stata chiara sull’argomento: offendere o denigrare una terza persona che non è presente tra i destinatari della conversazione è diffamazione, e la persona offesa ha tutto il diritto di depositare querela alle autorità competenti finalizzato all’esercizio di una azione penale.

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Lo stesso dicasi anche per gli stati di WhatsApp: anche qui una sentenza sempre della Cassazione (sent. 22119/2021) impone attenzione e riflessione in quanto la pubblicazione di insulti diretti ad una persona individuata o individuabile sul proprio stato di una qualunque piattaforma integra il reato di diffamazione esattamente come se fosse stato inviato in un gruppo o in un post condiviso sulla propria bacheca, proprio perché può essere visionato da un elevato numero di persone, spesso indefinito.

Infine, cari leoni da tastiera, non dimenticate che tutto ciò che scrivete in rete rimane a disposizione di una qualsiasi richiesta da parte delle autorità competenti; pertanto, il banale occultamento dei post “incriminati” non basterà ad evitarvi l’eventuale sanzione!

Ivano De Luca

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