PROCESSO CAPITOL HILL: LA FINE DI DONALDO TRUMP?

Tra dichiarazioni shock e nuovi risvolti, l’ex presidente degli USA rischia grosso per l’assalto al Campidoglio

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L’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 è un evento che difficilmente troverà una fine nel breve periodo. Le indagini proseguono in uno dei processi più seguiti, controversi e discussi della storia degli Stati Uniti, e chi è al centro di questa situazione è soprattutto Donald Trump. La prima svolta del processo è arrivata il 29 giugno scorso, quando la stretta collaboratrice dell’ex chief of staff Mark Meadows e vicinissima a Donald Trump, Cassidy Hutchinson ha rilasciato delle dichiarazioni all’udienza pubblica. La teste, al momento degli eventi, lavorava tra lo studio Ovale e l’ufficio del chief of staff, ascoltando telefonate e conversazioni dell’inner circle del presidente. Le ricostruzioni della Hutchinson sono state di portata e conseguenze enormi, in quanto la sera del 2 gennaio 2021 Rudy Giuliani, l’avvocato di Trump, le disse che il 6 gennaio i supporter di Trump sarebbero andati al Capitol, confermando così il sospetto di un piano preordinato per bloccare la certificazione della vittoria di Joe Biden. La testimone ha poi proseguito dicendo che, Trump sapeva che c’erano persone armate e con giubbotti antiproiettili al comizio che aveva organizzato il 6 gennaio, poco prima di incitare la folla dei suoi fan a marciare sul Capitol. A conoscenza di ciò era anche Mark Meadows, che ignorò i moniti di un altro dirigente della Casa Bianca, Tony Ornato, limitandosi a chiedere: "Quanto deve parlare ancora Trump?".

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Nella ricostruzione dei fatti viene anche specificato come il servizio segreto non voleva che questi sostenitori armati entrassero nel recinto dove Trump stava per fare il suo discorso. Il tycoon ordinò comunque di farli entrare perché le loro armi non sarebbero state usate per fare del male “a lui”, chiedendo: "quando rimuovete i fottuti metal detector? E’ la mia gente, non sono qui per farmi del male". Oltre a ciò, Donald Trump in quelle ore concitate, avrebbe successivamente chiesto al secret service di portarlo in mezzo ai manifestanti in marcia verso il Congresso ma quando gli fu negato per motivi di sicurezza non esitò a prendere per le spalle e per la gola l’autista della ’Beast’ tentando di afferrare il volante. Un gesto di ira e disperazione, come quando lanciò un piatto dopo che il ministro della giustizia William Barr gli disse che non c’era alcuna prova alle sue accuse di brogli. Dalla deposizione è emerso anche che Trump voleva concedere la grazia ai rivoltosi e che alcuni parlamentari repubblicani coinvolti negli sforzi per ribaltare il voto gliela chiesero, così come Giuliani e Meadows. Dopo le dichiarazioni di Cassidy Hutchinson le indagini sono proseguite, per poi concentrarsi su un’altra figura fondamentale per Donald Trump, ovvero Steve Bannon.

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L’ex presidente USA ha levato in seguito il privilegio esecutivo a Steve Bannon, che si era detto pronto a testimoniare in udienza pubblica, a differenza dell’ex avvocato alla Casa Bianca Pat Cipollone che ha parlato con la Commissione venerdì 9 luglio a porte chiuse.

La figura di Bannon è da ritenersi cruciale, in quanto è stato lo stratega delle campagne elettorali, nonché comizi, social network e media del tycoon, oltre che figura di influenza mondiale del panorama conservatore statunitense ed europeo. L’interesse della Commissione verso Bannon era inerente al rilascio dal carcere del capo dei Proud Boys, Enrique Tarrio, due giorni prima l’assalto e perché secondo le dichiarazioni della super testimone Cassidy Hutchinson, Bannon avrebbe dovuto incontrare l’allora capo dello staff della Casa Bianca Mark Meadows in gran segreto in un hotel di Washington la notte prima dell’assalto. Con questo contesto iniziale, la Commissione d’inchiesta parlamentare aveva chiesto di conoscere la natura degli scambi tra Steve Bannon e Donald Trump nei giorni precedenti il 6 gennaio. Specialmente i due si sarebbero sentiti ripetutamente al telefono il 5 gennaio 2021, e con tutta probabilità Bannon era al Willard Hotel di Washington nei giorni precedenti all’insurrezione in qualità di componente del "command center" dei fedelissimi di Trump, al lavoro giorno e notte per negare a Joe Biden la presidenza.

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In attesa delle dichiarazioni sull’assalto al Campidoglio, Bannon è stato in parallelo condannato per oltraggio al Congresso per aver disobbedito a un mandato di comparizione della commissione del 2021 e per essersi rifiutato di fornire testimonianze o documenti al comitato ristretto della Camera dei Rappresentanti che sta esaminando gli episodi del 6 gennaio 2021. Il giudice distrettuale Carl Nichols ha fissato la data della sentenza che stabilirà la pena al 21 ottobre. Un altro passaggio chiave di questo processo è infine arrivato lo scorso 21 luglio. Donald Trump ha cercato di telefonare a un teste nelle indagini della Commissione alla Camera sugli eventi dell’assalto al Campidoglio. Lo ha dichiarato Liz Cheney, parlamentare del Wyoming e vicecapo della Commissione. L’identità del teste non è stata svelata per proteggere la sua sicurezza. Trump non ha potuto parlare con il teste che ha riferito la telefonata al suo legale. La telefonata è avvenuta subito dopo la testimonianza pubblica di Cassidy Hutchinson. I dettagli su questa ennesima dichiarazione shock, non sono ancora emersi completamente, ma pare che il teste, con cui Trump ha cercato di mettersi in contatto, lavorava alla Casa Bianca e potrebbe confermare le asserzioni eclatanti della Hutchinson. Il vicecapo della Commissione ha spiegato come anche a Cassidy Hutchinson arrivarono messaggi minatori, seppur velati, prima delle sue testimonianze.

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Probabilmente ad inviare i messaggi potrebbe essere stato Mark Meadows in persona, il quale non si è presentato a testimoniare come aveva promesso in precedenza. Questo modus operandi non è nuovo, ed in realtà Donald Trump usava spesso contattare i testimoni ed incoraggiarli ad avere fedeltà nei suoi confronti. A dare una spiegazione dettagliata è Michael Cohen, ex avvocato di Trump, il quale dopo essere stato investigato da agenti della Fbi nel 2018 per illeciti legati al Russiagate, decise di cooperare con la giustizia, di fatto tradendo il tycoon. Cohen ha spiegato come Trump minacciasse velatamente collaboratori ed assistenti, rimanendo però lontano dalla faccenda ed usando degli intermediari. Nel caso della sua telefonata al teste non ancora identificato però, Trump ha fatto uno sbaglio imperdonabile. Cercando di mettersi in contatto direttamente con un possibile testimone negli eventi del 6 gennaio del 2021, l’ex presidente ha agito in modo illegale, in quanto influenzare il teste è considerato reato. Cohen ha spiegato che il suo ex capo ha paura e molti dei suoi collaboratori lo stanno scaricando e quindi si è trovato costretto ad agire direttamente, senza intermediari. E’ facile quindi pensare che il tentativo di Donald Trump di contattare i teste, subito dopo le dichiarazioni pesanti di Cassidy Hutchinson, sarà evento importantissimo nelle indagini. l processo sugli eventi del 6 gennaio 2021 troverà fine forse il prossimo autunno, quando Donald Trump dovrà anche decidere se confermare la sua candidatura per le presidenziali del 2024.

Riccardo Seghizzi

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