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AVETE MAI CONOSCIUTO UN POETA?

cms_33253/1.jpgPoiéin in greco antico significa esattamente fare, costruire, produrre o realizzare. Ed è proprio da questo verbo che ha origine l’etimologia della parola poesia. Tale radice sembra quasi rappresentare quanto poco di astratto e quanto più di concreto comporti l’attività poetica intesa, sic et simpliciter, come pura attitudine alla realtà, dalla quale non può essere separata e, tantomeno, allontanata, poiché necessita del contatto intimistico e diretto con la vera essenza delle cose e, a mio avviso, assurge a ruolo indiscusso di amore per la materia, di cui è fatto il rerum natura, fonte primaria di ispirazione del pensiero poetico. La poetessa russa Marina Cvetaeva scriveva: “L’anima che per l’uomo comune è il vertice della spiritualità, per l’uomo spirituale è quasi carne.” Un modo astratto e politicamente corretto, seppur con sbuffi di palpabile ironia, per dire che proprio gli indefessi sognatori sono coloro che in verità appaiono i meno propensi a perdersi in astrazioni e fantasticherie. Se mai avete conosciuto un poeta, sapete quanto ciò sia vero. In proposito uno che la sapeva lunga, e che si chiamava Jean Cocteau, asseriva:

“… un sognatore è sempre un pessimo poeta”. Ma prima di dare risposta a tale domanda, permettetevi di chiedervi:

“Avete mai conosciuto un poeta” e, all’uopo, -aggiungerei- :

“Quali sono gli elementi che contraddistinguono il poeta?”

Diciamolo pure… Le domande, pur quanto semplici in apparenza, in realtà, impegnano più di quanto possa immaginare chiunque abbia deciso di dedicare parte del proprio tempo per tentare di trovare e di offrire una soluzione il più possibile condivisa a tali quesiti. Bisogna forse far ricorso alla filosofia per spiegare ciò che il pensiero filosofico, quello speculativo e teleologico, che nei secula seculorum (da Aristotele ad oggi) ha, ad hoc, collocato in un rapporto quasi di subordinazione?

cms_33253/2_1706073749.jpgMa gli interrogativi, inevitabilmente continuano, così sorge, dunque, spontanea quella che, solo per economia di tempi e non di contenuti, pongo come ultima domanda:

“Poeta è colui che scrive poesie?”

In effetti, ben comprendo che se non ci si distacca dal contenuto basico e nozionistico di queste due discipline tanto separate, quanto, a mio giudizio, ontologicamente simili, si potrebbe correre il rischio che tutto ciò possa apparire di difficile soluzione o di facile complicazione. Del resto, inutile nasconderlo a noi stessi e agli altri, anteporre o posporre la spontanea e immediata esegesi poetica alla rigida epistemologia filosofica, potrebbe giocoforza sembrare quasi come il cercare di cimentarsi nell’annosa quaestio se è nato prima l’uovo o la gallina. Naturalmente se la nostra attività di indagine, come un aratro robusto trainato da buoi forti e allenati alla fatica, scava più a fondo il terreno, piuttosto che spostare solo un po’ di polvere dallo stesso, possiamo trovare il vero rapporto tra poesia e filosofia capace di rimettere in gioco in maniera feconda entrambi i termini di tale binomio. Da un lato, lo sguardo filosofico attraversa la poesia e si sviluppa, a partire da essa, divenendo un discorso in cui la parola è interrogata nel suo ruolo storico e temporale attuale, per fornire di nuovo alla riflessione filosofica quello strumento di cui essa ha bisogno e che, nell’affidarsi unicamente soltanto alle proprie argomentazioni, non riesce a trovare. Tuttavia (e mi dispiace per gli amici filosofi) bisogna rassegnarsi al fatto che tra parola filosofica e parola poetica non può esserci un rapporto subordinato, ma di reciproca fiducia e conoscenza: un rapporto di spirituale, intellegibile simbiosi, in cui l’una dona all’altra ciò che le manca, nel comune, infaticabile e indiscutibile tentativo di perseguire la comprensione della realtà, una realtà che, nonostante atteggiamenti e punti di vista divergenti, riposiziona il punto di partenza su essa. D’altro canto allora è possibile che sia proprio il senso di una parola che, come la filosofia, anche la poesia frequenta, ma che, passando attraverso il filtro poetico viene trasfigurata e acquista caratteri diversi e decisivi, proprio in virtù dell’enigmatico processo di trasformazione che subisce. Quante volte la filosofia ha cercato giusta e anelata collocazione e una sistemazione della poesia all’interno di un quadro generale, tradendo in questo modo quella tendenza all’egemonia teorica e concettuale, che non di rado la contrassegna. Forse “è venuto il tempo in cui a prevalere sia di nuovo una posizione di ascolto filosofico della parola poetica, lasciando che sia la poesia a offrire alla filosofia ciò che essa vuole e può donare?”.

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Antonello Di Carlo

Forse sarebbe meglio per un attimo soprassedere sul Bild unserer irren Anwesenheit/auf der Oberfläche der Erde (L’immagine come storia naturale del presente nella poetica) di cui W. G. Sebald è stato studioso profondo e indiscusso antesignano. Ma, ahimè, riprendere la domanda sul rapporto tra filosofia e poesia, sarebbe l’equivalente di tornare a interrogarsi, ancora una volta, sul medesimo rapporto tra filosofo e poeta.

Se il romantico ha vissuto il tempo in cui la poesia occupava un crogiolo privilegiato al centro della riflessione filosofica, tanto che la figura di poeta-filosofo si identificava spesso con quella di filosofo-poeta, nei decenni successivi, e nel corso di tutto il Novecento, con il mutare degli interessi e del metodo filosofico, si è assistito a un’analoga metamorfosi della poesia che, non solo nella forma, ma anche nella sostanza, è divenuta un settore della lingua, quasi disciplinare, entro cui costruire (utile ricordare l’etimo della parola poesia, poiéin appunto) e manifestare un pensiero.

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Pertanto, a mio modesto parere, diventa, ben più importante del dare risposte alle precedenti domande, sondare storicamente questo passaggio, cogliendone alcune tappe nelle figure di pensatori e dei poeti del nostro tempo e analizzandone i momenti storici e teoretici che ne segnano le trame. Soltanto così si può illuminare con lux nova quello che di certo è e rimarrà per sempre un rapporto magari mutato ma, comunque, mai realmente interrotto.

cms_33253/5.jpgQuesto limitare o, peggio ancora, impedire orizzonti inesplorati ai pensatori-poeti della nostra storia equivarrebbe appunto ad accrescere le potenzialità della riflessione filosofica, considerato che anche la poesia si è avvalsa della filosofia là dove ha colto in essa quelle affinità che solo una distanza nel linguaggio ha tenuto nascoste. Dunque la vera sfida da raccogliere oggi non è cercare di determinare quanto il pensiero poetico si sia avvicinato a quello filosofico (e viceversa), piuttosto è quello di mostrarlo in una nuova veste, ma per far ciò bisogna smettere di porsi domande come quelle precedenti che, secondo me, sono destinate a restare per fortuna irrisolte (es.: quali sono gli elementi che contraddistinguono il poeta? Poeta è colui che scrive poesie? È nata prima la poesia o la filosofia?), sia ripercorrendo la trama di alcuni momenti poetici esemplari, sia districando le piste più inedite e aggrovigliate della storia del pensiero umano. Tornando alla prima domanda vi prego… vi scongiuro, se mai incontrerete un poeta che non sia un po’ filosofo o un filosofo che non sia un po’ poeta, fatemelo sapere perché, in tal caso, sappiate che vi dovrò la vita. Una bella sfida vero? Forse dovrei accontentarmi di incontrare semplicemente un poeta perché, io per primo, ho capito che poeta non lo sono.

Data:

24 Gennaio 2024