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Bankitalia, Daniele Franco nuovo direttore generale

Bankitalia, Daniele Franco nuovo direttore generale

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Daniele Franco è il nuovo direttore generale di Bankitalia. Lo comunica palazzo Koch in una nota. La designazione del Consiglio superiore della Banca d’Italia, si legge, arriva in seguito ’’alla nomina di Fabio Panetta a membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea’’.Per il ruolo di vice direttore è stato nominato Piero Cipollone. Le nomine deliberate ai sensi dell’articolo 18 dello Statuto della Banca, si ricorda, ’’devono essere approvate con decreto del presidente della Repubblica, promosso dal presidente del consiglio dei ministri di concerto con il ministro dell’Economia e delle finanze, sentito il Consiglio dei ministri”.

CHI E’ DANIELE FRANCO – Bellunese di Trichiana, un piccolo comune di 5mila anime, classe 1953, segno ’gemelli’: Daniele Franco, nominato nuovo direttore generale della Banca d’Italia, ha alle spalle un carriera ’civil servant’ d’eccellenza, tra la banca centrale e il ministero dell’Economia, dove ha ricoperto l’icarico di Ragioniere generale fino allo scorso maggio.Già membro del direttorio in qualità di vice direttore generale di Palazzo Koch dal 20 maggio 2019, Franco in tale veste, è anche membro del direttorio integrato dell’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni (Ivass). Laurea in Scienze politiche all’Università di Padova, due master nel cv: uno in organizzazione aziendale sempre a Padova e l’altro nel 1979 in economia all’Università di York in Gran Bretagna, Franco è stato assunto in Banca d’Italia nel 1979 è assegnato al servizio studi dove rimane fino al 1994.Dal 1994 al 1997 è consigliere economico alla direzione generale degli affari economici e finanziari della Commissione europea. Rientrato a Via Nazionale, dal 1997 al 2007 è direttore della direzione finanza pubblica del Servizio Studi. Dal 1999 al 2007 presiede il gruppo di lavoro di finanza pubblica del sistema europeo di banche centrali. In seguito è capo del Servizio Studi di struttura economica e finanziaria e dal 2011 al 2013 è direttore centrale dell’area Ricerca economica e relazioni internazionali. Dal 20 maggio 2013 al 19 maggio 2019 è Ragioniere generale dello Stato.

Ex Ilva, accordo di base tra ArcelorMittal e commissari

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“Abbiamo firmato un preaccordo su cui abbiamo lavorato tutta la notte. E un accordo nell’interesse del Paese, dei creditori e dei lavoratori”. Così Alessandro Danovi, commissario straordinario dell’Ilva, commenta l’intesa non vincolante raggiunta con ArcelorMittal.Ad annunciare l’intesa in extremis tra i commissari straordinari dell’ex polo siderurgico di Taranto e il gruppo franco-indiano era stato in precedenza Ferdinando Emanuele legale di ArcelorMittal. “Abbiamo raggiunto un accordo di base che indica le base per la negoziazione che si svolgerà fino al termine massimo del 31 gennaio con lo scopo di raggiungere un accordo vincolante” ha detto pochi minuti prima dell’udienza davanti a giudice civile di Milano Claudio Marangoni. L’udienza, fissata per discutere del ricorso d’urgenza presentato dai commissari dell’Ilva contro ArcelorMittal, è quindi stata rinviata al 7 febbraio 2020.Nell’udienza di oggi si è dato atto dell’accordo raggiunto, senza consegnarlo al giudice, si è preso atto delle dichiarazioni dell’ad di ArcelorMittal Italia Lucia Morselli che ha ribadito gli impegni presi – spiega l’avvocato di Ilva Giorgio De Nova – “quindi noi abbiamo chiesto i termini del 20 gennaio per il deposito della memoria e la controparte al 31. Il giudice ha fissato la data della prossima udienza al 7 febbraio”, chiosa l’avvocato.L’accordo di base è un Heads of agreement’ che si limita ad indicare le basi della futura negoziazione che si svolgerà fino al termine massimo del 31 gennaio con lo scopo di raggiungere un accordo vincolante. Secondo quanto riferisce una fonte, “è un accordo di quattro pagine in inglese che serve per avviare un confronto sul piano industriale”. Il negoziato tra le parti dovrà sciogliere nodi relativi all’investimento della multinazionale franco-indiana, l’ammontare dell’importo dell’intervento statale, la decarbonizzazione del sito di Taranto e gli esuberi.In una nota di ArcelorMittal scrive: “AM.InvestCo ha firmato un accordo non vincolante con i Commissari Ilva nominati dal Governo che costituisce la base per continuare le trattative riguardanti un piano industriale per Ilva, incluso un investimento azionario da parte di un ente partecipato dal Governo”. “Il nuovo piano industriale prevede investimenti in tecnologia verde da realizzarsi anche attraverso una nuova società finanziata da investitori pubblici e privati”, aggiunge.I negoziati dunque, si legge ancora nella nota, proseguiranno fino a gennaio 2020. Nel frattempo, conclude la nota, nel corso dell’audizione che si è tenuta oggi, i Commissari Ilva e AM InvestCo hanno chiesto un ulteriore rinvio fino alla fine di gennaio 2020 della richiesta delle misure provvisorie avanzate dai commissari Ilva.

SINDACATI – La notizia del pre-accordo non è piaciuta ai sindacati. “è un atto grave. Non si può decidere senza coinvolgere i lavoratori”, dice all’Adnkronos il leader Uilm, Rocco Palombella che sui tempi della futura trattativa con i sindacati da chiudere entro il 31 gennaio prossimo non è per nulla ottimista: “Così la trattativa parte in salita e sarà difficile da realizzare entro i tempi previsti da Commissari e Mittal”.”Non siamo disponibili ad una trattativa a tempo ancor più se sul tavolo c’è la spada di Damocle dei licenziamenti. Un negoziato non si avvia con una data di ’scadenza’, è solo il contenuto dell’accordo a definire la fine di una trattativa. E il tema del negoziato, per noi, è zero esuberi. Se A.Mittal e governo avessero concordato qualcosa di diverso allora se ne dovranno assumere la responsabilità”, afferma dal canto suo il leader Fiom, Francesca Re David.
Mentre Marco Bentivogli, leader Fim, sottolinea: “Siamo sempre disponibili al confronto ma in un mese ribaltare gli assunti di queste premesse che non vanno, ci sembra un’operazione tutta in salita”. “Per noi resta inoltre confermato il rifiuto di un piano industriale che contenga esuberi”, prosegue conversando con l’Adnkronos. “Quelle di oggi infatti ci sembrano solo linee guida molto simili a quel piano industriale già presentato dal ministro Patuanelli nell’ultimo incontro al Mise e su cui abbiamo dato un giudizio negativo”.”Sconcertata dall’atteggiamento del governo” l’Unione Sindacale di Base, che ricorda come l’esecutivo “in prima istanza aveva rifiutato di trattare sul ricatto di ArcelorMittal e oggi invece si arrende alle vergognose pretese della multinazionale, a partire dalle migliaia di esuberi richiesti”. “Il prezzo di questa resa sarà pagato per intero dalla città di Taranto e dai lavoratori del gruppo ex Ilva. Usb e i lavoratori si opporranno con ogni mezzo ai licenziamenti di massa e al governo Conte che si rifiuta di programmare un intervento straordinario per Taranto che rappresenti un’alternativa occupazionale, salariale, di reddito e di rispetto del diritto alla salute e dell’ambiente”, conclude la nota.“Non è in alcun modo accettabile che si tenti di tenere fuori dalla trattativa il sindacato il quale, forse è bene ricordare, è parte integrante degli accordi assunti fino ad oggi. E questo premesso che va bene l’impegno del Governo nella vertenza ex Ilva con l’individuazione dei nuovi investitori e il via libera a tecnologie verdi per la nuova società”, afferma il segretario generale Ugl Metalmeccanici, Antonio Spera.“E date le premesse, possiamo già prevedere – aggiunge – un negoziato molto complicato poiché, a quanto risulta, sono già stati definiti un percorso e le materie. Sia chiaro che la nostra posizione non cambia: i lavoratori non si toccano e negli accordi passati non c’era neanche un esubero. Non ce ne dovranno essere neanche in futuro, se si vuole garantire la tenuta sociale della nuova Ilva, del suo indotto e di tutti i territori che da essa dipendono”.Per l’Ugl infatti, conclude Spera, “appare a tutti gli effetti come un tentativo maldestro di sostituire il sindacato. Per essere certi di aver capito male, sarebbe opportuna da parte del Governo una convocazione immediata delle sigle sindacali da sempre presenti a tutte le trattative e in fabbrica”.

“Non può fallire una banca, pensavo. Così ho perso tutto”

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(Chiara Moretti)“Una banca? Non fallisce sennò è l’Italia stessa a finire male”. È la considerazione da cui è partito il 34enne Alessandro Frezza di Barletta per investire con tutta la sua famiglia e gli zii in un pacchetto di azioni e obbligazioni della Banca Popolare di Bari. “Abbiamo investito una cifra molto alta” spiega all’Adnkronos Frezza, che è proprietario di una piccola ferramenta “anche online”, un lavoro con cui mantiene la moglie e due figli piccoli “un maschio e una femminuccia di 2 e 4 anni”.”Ce lo hanno presentato come un investimento a basso rischio perché l’istituto di credito non era quotato in Borsa e, invece, era tutto il contrario perché se il titolo non è sui listini di Piazza Affari e non ci sono compratori, è molto più difficile venderlo”.Un mix molto allettante, “’basso rischio’ e rendimenti stellari al 6.5%”, non poteva certo lasciare indifferenti. “Per me è stata una beffa. Sono laureato in Economia Aziendale alla Bocconi, quindi, non ignorante in materia, ma non potevamo immaginare quello che c’era sotto ossia i crediti deteriorati e le informazioni ’modificate’ sul prezzo delle azioni”. Una doccia fredda la notizia di quanto era successo. “Me ne sono accorto quando abbiamo cercato di vendere le azioni e non ci siamo riusciti” spiega ricordando quando si è ritrovato “senza i soldi di famiglia, un gruzzoletto da usare per affrontare una spesa improvvisa”.D’improvviso si è ritrovato con un pugno di mosche in mano. “Li avevo messi da parte per i miei figli, avevo fatto tante rinunce per crearmi una famiglia e affrontare tutte le spese necessarie per farli crescere senza rinunce”.Alessandro Frezza, però, non si arrende. È in prima fila nell’Associazione Vittime del Salvabanche per cui è portavoce. “Noi non ci fermiamo, siamo già scesi in piazza e ci torneremo. Tutti conoscono la nostra situazione. Ora chiediamo fatti, vogliamo garanzie. Vogliamo sapere come noi risparmiatori verremo tutelati e, perciò, chiediamo di essere convocati dal governo” conclude, pensando con rabbia a quei soldi sfumati in un soffio e a come tirare su la sua famiglia ora “con un lavoro che non dà ogni mese un’entrata fissa”.

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21 Dicembre 2019