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Berlino, aggressione antisemita

Berlino, aggressione antisemita

cms_8976/ebreo1.jpgSono israeliano, sono cresciuto in Israele in una famiglia araba. Ma non sono ebreo“. Sono le parole di uno dei due giovani vittime di un’aggressione a Berlino. Nell’attacco, compiuto nel quartiere di Prenzlauer Berg e documentato da un video realizzato da una delle vittime, si sente uno degli aggressori urlare “Ebreo!”.

La giovane vittima, pur non essendo di religione ebraica, indossava una kippah: lo avrebbe fatto, come ha detto all’emittente Deutsche Welle, per quello che ha definito ’’un esperimento. Il ragazzo sarebbe stato invitato da un amico ad indossare il copricapo per verificare direttamente quanto sia alto il rischio di aggressioni antisemite in Germania.

I due giovani sono stati aggrediti nella serata di ieri e una delle vittime ha filmato e postato l’attacco su Facebook e Youtube, attraverso il JFDA, Jüdisches Forum für Demokratie und gegen Antisemitismus, che ha diffuso la notizia e la clip. Uno dei due giovani è stato colpito con una cintura da uno degli aggressori.

Il fatto è accaduto nel quartiere di Prenzlauer Berg. Secondo la polizia, si tratta di un’aggressione di stampo antisemita. Nelle immagini il ragazzo che usa la cintura come una frusta viene allontanato da un uomo mentre un donna urla di chiamare la polizia.

MERKEL – Angela Merkel ha condannato l’aggressione ai danni di due giovani. “La battaglia contro l’antisemitismo deve essere vinta”, ha detto la cancelliera tedesca parlando a Bad Schmiedeberg, nell’est della Germania. La Merkel ha poi sottolineato che l’antisemitismo è presente sia tra i cittadini tedeschi che tra gli immigrati di origine araba.

Finisce l’era dei Castro

cms_8976/cuba_diaz_canel_castro_2_afp.jpgA Cuba, dopo 60 anni, finisce la dinastia dei Castro. L’Assemblea nazionale si è riunita in sessione plenaria per eleggere il successore dell’86enne Raul Castro, che si è presentato davanti ai 605 membri del Parlamento cubano senza la consueta uniforme militare, indossando una abito con cravatta. A succedergli nel ruolo di presidente sarà il suo vice, il 57enne Miguel Diaz-Canel, esponente di una generazione che non ha legami con l’epopea rivoluzionaria di Fidel Castro, che nel 1959 spodestò il regime di Fulgensio Batista. L’esito del voto segreto, con il quale l’Assemblea nazionale eleggerà anche i membri del Consiglio di Stato, l’organo di governo di Cuba, verrà reso noto domani.

Il passaggio ad una nuova generazione sarà comunque graduale. L’86enne Raul Castro, succeduto al fratello maggiore Fidel, rimarrà infatti leader del partito Comunista almeno fino al prossimo congresso del 2021. E conserva il grado di Generale dell’Esercito, ovvero di massima autorità delle forze armate.

Ingegnere di formazione, Diaz-Canel ha scalato tutti i gradini del partito Comunista. E’ stato leader del partito in due delle province più importanti dell’isola. Prima nella provincia natia di Villa Clara, poi a Holguin, da cui vengono i fratelli Castro. La gente ne ricorda lo stile alla mano, in giro in bicicletta con la maglietta del Che. Ma anche la difesa, a Villa Clara, di El Mejunje, un bar diventato punto di riferimento per la comunità Lgbt cubana.

E’ stato Raul a chiamare Diaz-Canel all’Avana, nominandolo ministro dell’Istruzione superiore nel 2009. Nel 2013 Raul lo ha scelto come primo vice presidente, preferendolo ad altri giovani leader emergenti come Roberto Robaina e Felipe Perez Roque che, a suo giudizio, apparivano troppo attirati “dal miele del potere”.

Diaz-Canel è stato invece più discreto e solo di recente ha cominciato ad avere maggiore visibilità. Ha rappresentato Cuba in occasione di insediamenti di presidenti di paesi amici e ricevuto delegazioni di paesi alleati come il Venezuela e la Russia. All’estero si è fatto spesso accompagnare dalla seconda moglie, Lis Cuesta, rompendo la consuetudine cubana di consorti invisibili.

Rimasto finora un passo indietro a Raul, Diaz-Canel dovrà consolidare la sua leadership, anche perché manca del carisma dei leader rivoluzionari che parteciparono alla cacciata del dittatore Fulgencio Batista. Come nuovo presidente, dovrà affrontare una serie di nodi irrisolti in merito alle riforme avviate da Raul, che sembrano ora essersi arenate. La sua immagine di possibile riformista è stata danneggiata da un video uscito nell’agosto scorso, in cui si vede Diaz-Canel in una riunione politica che accusa diverse ambasciate di “sovversione”.

Diaz-Canel, che fra pochi giorni compirà 58 anni, dovrà fare una serie di scelte per assicurare un “paese prospero e sostenibile” come ha finora promesso Raul. L’isola ha bisogno di investimenti stranieri e deve affrontare l’annoso problema della sua doppia valuta: il peso cubano (Cup), con il quale lo stato paga i salari, e il peso convertibile (Cuc) usato per il turismo e l’acquisto di immobili. Al cambio servono 24 Cup per un Cuc. Bisogna anche vedere se farà ripartire l’apertura al settore privato.

Rimane il problema dei rapporti con gli Stati Uniti, dopo lo stop al riavvicinamento imposto dalla presidenza Trump, un tema strettamente legato al rapporto con l’emigrazione cubana. E naturalmente c’è la questione delle libertà politiche, della repressione dei dissidenti e del rapporto con il partito comunista. Per la prima volta il presidente cubano non sarà anche leader del partito che, secondo la costituzione, è “la forza dirigente superiore della società”.

Campo neutro per l’incontro Kim-Trump

cms_8976/kim_trump_afp.jpgBangkok, Ginevra, Helsinki, Singapore, Stoccolma. Magari Ulan Bator. La cartina si restringe e viene scremata la rosa delle location candidate ad ospitare l’incontro che Donald Trump e Kim Jong-un dovrebbero tenere alla fine di maggio o, più probabilmente, l’inizio di giugno.

Il ’campo neutro’ appare scontato: il presidente degli Stati Uniti non volerà a Pyongyang e nemmeno a Panmujon, nella zona demilitarizzata tra le due Coree. Il leader nordcoreano non volerà a Washington. In nomination non c’è nemmeno Pechino, dove il padrone di casa Xi Jinping sarebbe troppo ingombrante. In Asia non mancano i potenziali punti di incontro. A Bangkok gli Stati Uniti hanno una delle loro ambasciate più grandi. E la Thailandia, dettaglio non trascurabile, è uno dei pochi paesi a ospitare una sede diplomatica della Corea del Nord. Situazione simile a Singapore, che può vantare rapporti con entrambi gli interlocutori.

Kim, che non ama volare e recentemente ha raggiunto Pechino in treno, dovrà rassegnarsi e salire su un aereo, magari anche per un volo internazionale ma non intercontinentale. L’unica ’ipotesi ferroviaria’ è legata alla Mongolia e a Ulan Bator. Difficile, ma non impossibile se si considera che il paese ha relazioni diplomatiche con entrambi i paesi.

In Europa, nelle zone alte della classifica c’è Ginevra. La città, nella neutrale Svizzera, può vantare un lungo curriculum: in passato ha ospitato più di un vertice di rilievo. Per Kim, poi, non sarebbe un salto nel buio, visti gli studi in terra elvetica. Più a nord, menzione speciale per Helsinki, Stoccolma e Oslo. A marzo, il ministro degli Esteri nordcoreano Ri Yong Ho ha visitato Finlandia e Svezia.

Quest’ultima, in particolare, ha svolto in passato il ruolo di collegamento tra Washington e Pyongyang. A Oslo, invece, lo scorso anno è andato in scena un meeting che ha consentito di definire la questione relativa alla liberazione di Otto Warmbier, lo studente americano deceduto in patria dopo la detenzione in Nordcorea.

A completare la rosa, nel ruolo di outsider, Praga e Varsavia. La capitale della Repubblica Ceca ospita Kim Pyong Il, zio di Kim Jong Un, che svolge le funzioni di ambasciatore. Nella capitale polacca, dove Pyongyang ha una rappresentanza diplomatica, Trump ha tenuto un anno fa il primo discorso di rilievo nel Vecchio Continente.

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19 Aprile 2018