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BOKO HARAM: IL GRUPPO JIHADISTA CHE TERRORIZZA LA NIGERIA

È chiamato Boko Haram, letteralmente “l’educazione occidentale è vietata”, anche se il suo nome ufficiale è Jama’atu Ahlis Sunna LIdda’ Awati Wal-Jihad (ossia “persone devote agli insegnamenti del profeta per la diffusione e la Jihad”). Ufficialmente identificata dagli Stati Uniti come gruppo terroristico nel 2013, quest’organizzazione militante islamista ha ucciso nel corso degli ultimi cinque anni oltre 5 mila civili nigeriani, di cui almeno 2 mila nella prima metà del 2014.

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Nonostante il suo ingresso sul palcoscenico mediatico mondiale sia avvenuto solamente lo scorso aprile in seguito al rapimento di 276 studentesse a Chibok, questa setta ha ormai una storia più che decennale e affonda le sue radici nel fondamentalismo ideologico dell’Islam sunnita. Il gruppo, originariamente conosciuto come Yusifiyya in onore al suo leader, nacque nel 2002 quando Mohammed Yusuf fondò a Maiduguri un complesso religioso; al suo interno, furono erette una moschea e una scuola islamica, che ben presto diventarono un terreno fertile per il reclutamento di jihadisti da tutto il Paese.

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Lo scopo politico alla base dell’opera di Boko Haram è la creazione, in Nigeria, di uno Stato islamico in netta opposizione all’occidentalizzazione della società nigeriana, colpevole di aver concentrato tutta la ricchezza nazionale nelle mani di una piccola élite politica del sud cristiano. Come nella grande maggioranza degli stati africani, le ragioni degli squilibri all’interno della Nigeria vanno ricercate nel suo passato coloniale. Prima dell’indipendenza ottenuta nel 1960, infatti, le autorità coloniali britanniche avevano a lungo governato il nord musulmano e il sud cristiano in modo completamente separato. Il risultato inevitabile fu un’enorme divergenza economica e educativa fra le due aree: in molti stati del sud, dove i missionari cristiani hanno istituito nel tempo scuole di stampo occidentale, oltre il 90 per cento delle donne sanno leggere e scrivere; al nord, invece, il livello di alfabetizzazione femminile raggiunge a malapena il 5 per cento a causa del rifiuto da parte musulmana dei metodi occidentali. Non stupisce, quindi, che Boko Haram trovi e recluti i propri militanti fra i gruppi di analfabeti, disoccupati e poveri giovani uomini del nord.

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Nel corso dei suoi primi sette anni di vita, Boko Haram operò più o meno pacificamente scegliendo la via del ritiro dalla società e trovando rifugio nelle aree remote del nordest. Tuttavia, nel 2009 la situazione mutò drasticamente. Dopo anni d’indifferenza da parte del governo nei confronti del crescente carattere militante dell’organizzazione, la polizia condusse una serie d’investigazioni (“Operation Flush”) che culminarono con l’arresto di alcuni membri e il sequestro di armi e attrezzature per la fabbricazione di esplosivi. La violenta rivolta che ne seguì convinse il governo a stringere ancora di più il pugno di ferro militare per troncare definitivamente l’organizzazione. La seconda operazione di repressione causò la morte di centinaia di militanti e portò all’arresto di Yussuf, che in seguito fu giustiziato.

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Nonostante questo duro colpo, Boko Haram non morì, anzi. Sotto la nuova leadership di Abubakar Shekau, infatti, il gruppo cominciò a sviluppare e ottimizzare le proprie capacità terroristiche, riuscendo a bombardare la sede Onu di Abuja nell’agosto 2011. Da allora, Boko Haram è stato in grado di lanciare un elevato numero di attacchi settimanali, bersagliando politici, leader religiosi, forze di sicurezza e civili.

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Nel 2012, il presidente nigeriano Goodluck Jonathan dovette cedere e dichiarò lo stato d’emergenza nazionale, che fu poi esteso nel 2013 al fine di coprire l’intero territorio del nordest, storica roccaforte dell’organizzazione. L’unico risultato di questa mossa, però, fu l’acuirsi della tensione e della violenza a livelli inauditi. Nel corso dell’ultimo anno, si calcola che la Nigeria abbia subito il maggior numero di uccisioni in attacchi terroristici a livello mondiale: 3477 morti in 146 assalti. Tutti per mano di Boko Haram. Il governo americano sostiene che il gruppo sia affiliato ad al-Qaeda e coltivi stretti rapporti con le organizzazioni terroristiche di al-Shabab in Somalia e AQIM (al-Qaeda in the Islamic Maghreb) in Mali. Le risorse per il sostentamento di Boko Haram sono varie: dalle rapine in banca ai riscatti per i sequestri (dal 2009 sono state rapite oltre 500 persone fra donne e bambini), dall’estorsione di denaro a danno dei governi locali ai presunti finanziamenti tramite la rete terroristica internazionale.

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La situazione è aggravata dal fatto che l’unica forza militare in opposizione a Boko Haram è ormai meno di un’ombra del passato. Privo persino di equipaggiamento di base, incluse radio e veicoli corazzati, l’esercito nazionale nigeriano sta cadendo a pezzi. Nel febbraio 2014, il governatore del Borno, Kashim Shettima, ha affermato che “Boko Haram è meglio armata e più motivata delle nostre truppe; perciò è impossibile per noi sconfiggerli.” Inoltre, le sensibili questioni etniche rendono complicato combattere l’organizzazione islamista: la vasta maggioranza delle truppe governative, infatti, è stata storicamente reclutata dai kanuri, un gruppo etnico del nord cui la maggioranza dei militanti jihadisti appartiene.

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Tuttavia, è altrettanto vero che lo stato d’emergenza che regna in Nigeria non è comunque risolvibile per via militare. Secondo l’ex capo della Difesa, il generale Martin Luther Agwai, si tratta infatti di una questione politica, sociale ed economica; di conseguenza, fino a quando queste complesse problematiche non saranno affrontate dal governo in maniera sostanziale, non è plausibile aspettarsi che l’esercito nazionale, solo e non all’altezza della sfida, sia in grado di trovare una soluzione alla crescente minaccia rappresentata da Boko Haram allo Stato nigeriano.

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Data:

27 Dicembre 2014