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BRASILE: VERSO IL BALLOTTAGGIO

Il prossimo 30 ottobre i cittadini brasiliani sono ri-chiamati alle urne per il secondo turno delle elezioni presidenziali. Com’era pronosticabile, alla prima tornata l’hanno spuntata Lula da Silva, leader del Partido dos Trabalhadores con il 48% delle preferenze e l’attuale Capo di Stato Jair Bolsonaro arrivato ad un insperato 43% dei voti. Ciò che è uscito dal primo turno, oltre ai nomi dei due sfidanti, è sicuramente un Brasile profondamente diviso e polarizzato. Tutto ciò non fa bene ad una democrazia già fragile e con le istituzioni poco solide. Il primo sondaggio in vista del ballottaggio e targato agenzia Ipec, che mette Lula al 51% e quindi nuovo Presidente del Brasile, contro il 43% per Bolsonaro. L’agenzia ha specificato che il sondaggio ha un margine di errore di +/- 2% e che in esso sono stati presi in considerazione tutti i voti, anche nulli e in bianco. A 25 giorni dalla votazione, il 92% delle persone consultate ha risposto di aver già deciso il proprio voto. Allo stesso tempo, il 50% ha dichiarato che non sceglierebbe mai Bolsonaro e il 40% ha assicurato che non voterebbe mai per Lula. Va specificato però che l’agenzia Ipec, come quasi tutte le altre, dopo il primo turno sono state abbondantemente criticate per gli errori commessi. Infatti, Lula era dato con un margine di vantaggio ben più ampio di quello raggiunto, addirittura indicandolo come vincitore diretto già al primo turno delle votazioni.

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Altro errore è stato quello di sottovalutare l’elettorato di Bolsonaro, dato alla vigilia addirittura con sei punti percentuali in meno.

Valutazione simile a quella di Ipec anche per l’istituto Poder che fotografa un certo equilibrio (52 a 48 a favore di Lula), evidenziando una notevole maggioranza per il candidato della sinistra nell’elettorato cattolico (64%), mentre a sua volta Bolsonaro è appoggiato in massa dagli evangelici (69%). Numeri a parte la campagna elettorale, è stata molto dura. Ormai è divenuta cosa usuale vedere i due candidati scontrarsi ed accusarsi a vicenda, senza puntare sul loro programma politico. Se da un lato Bolsonaro è aggettivato come misogino, autoritario, omofobo e colpevole della gestione disastrosa della pandemia, Lula viene costantemente bersagliato per la questione Operazione Lava Jato. Ma pur essendo così profondamente diversi e divisi, i due leader in realtà concordano, o quantomeno sono meno differenti di quanto si creda, su alcune tematiche economiche. Entrambi hanno millantato in campagna elettorale di essere favorevoli ad aggirare il tetto alla spesa pubblica imposto dalla Costituzione ed hanno fatto leva della politica fiscale per stimolare l’economia.

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Queste tematiche non sono per niente secondarie in un Paese che tra il 2014 e 2016 è caduto nella recessione, ed ancora non si è ripreso del tutto. Oltre a ciò, i numeri parlano chiaro: oggi sono 33 milioni i brasiliani che vivono con meno di 55 dollari al mese (15% della popolazione), mentre i Pil pro capite del 2021 è inferiore del 7% rispetto al 2014, anno di inizio della recessione.

Questi dati specificano il perché le tematiche economiche siano effettivamente importanti e ago della bilancia per questa elezione, nonostante nessuno dei due candidati abbia mostrato un programma convincente ne dettagliato. In vista del prossimo 30 ottobre c’è anche un’altra partita importante per Lula e Bolsonaro, ovvero quella di convincere l’elettorato degli altri candidati battuti. Lula si è già assicurato l’appoggio di Simone Teber, terza lo scorso 2 ottobre con il 4,2% dei voti, e Ciro Gomes fermatosi al 3%. Più complicata la situazione di Bolsonaro che fatica a trovare veri appoggi, se non quelli di Soraya Thronicke allo 0,51, Felipe D’Avila allo 0,47% e altri cinque candidati non hanno nemmeno superato la soglia dello 0,10%. Troppo poco quindi per sperare nel ribaltone. Con tutta probabilità il ‘capitano del popolo’ dovrà fare leva su chi non ha votato per tentare un clamoroso recupero.

Data:

11 Ottobre 2022