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Brexit, l’ultimo miglio

Brexit, l’ultimo miglio

cms_7967/londra_big_ben_3_afp.jpgOra che il Consiglio europeo ha dato il via libera alla seconda fase dei negoziati, quella che dovrà gettare le basi per il futuro accordo commerciale, per il Regno Unito inizia la parte forse più difficile della ’battaglia per la Brexit’. Si tratterà, scrive tra gli altri il Telegraph, della “sfida più grande affrontata da un governo britannico dai tempi della Seconda Guerra Mondiale”.

Enfasi a parte, le tappe che fin da subito segneranno la seconda parte dei negoziati con la Ue si annunciano più che mai complicate. Il primo ostacolo che Theresa May dovrà affrontare si materializzerà nei prossimi giorni, quando si tratterà di decidere ’in che modo’ il Regno Unito uscirà dall’Unione europea. La premier britannica, in una prossima riunione di governo che si terrà entro la fine di DICEMBRE, dovrà tentare di mettere d’accordo le due anime del suo partito e del suo governo.

Da un lato i fautori della cosiddetta ’hard Brexit’, con in testa i ministri Boris Johnson e Michael Gove e parlamentari come Jacob Rees-Mogg. Per loro, il Regno Unito post Brexit dovrà differenziarsi in maniera sostanziale dalle regole della Ue, per rendere il Paese più competitivo negli scambi commerciali con i partner internazionali. Altri, come il cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond, vogliono invece una Brexit più ’morbida’, per minimizzare le conseguenze sul piano economico del divorzio da Bruxelles.

La tappa successiva si consumerà tra gennaio e marzo 2018. All’inizio del nuovo anno, il ministro per la Brexit David Davis e il capo negoziatore della Ue, Michele Barnier, concentreranno le loro discussioni sui termini del periodo di transizione che farà seguito alla Brexit. Se sulla durata di due anni sembra esserci un consenso generalizzato, più controversa è la questione del come gestire questo periodo.

L’Unione europea chiede che durante la fase di transizione si mantenga di fatto lo status quo. Questo significa che nella fase di transizione il Regno Unito continuerà ad accettare il principio della libertà di movimento dei cittadini Ue, accetterà le sentenze della Corte europea di Giustizia e continuerà a far parte del mercato unico e dell’unione doganale. Un’ipotesi che trova il consenso di massima della premier May, ma che è invece osteggiata dall’ala euroscettica dei Tories.

Una volta stabiliti i termini della transizione e pubblicate da parte della Ue le linee guida sul futuro rapporto tra Londra e l’Europa, dovrebbero partire i negoziati commerciali. La data indicativa è quella di MARZO 2018. La Ue propone al Regno Unito due modelli di partnership commerciale: quello norvegese e quello canadese. Per Londra, nessuno dei due è accettabile. Il modello norvegese prevede infatti a libertà di movimento dei cittadini Ue, mentre l’accordo commerciale col Canada non comprende i servizi finanziari, che invece rappresentano una voce fondamentale del pil britannico. Il governo May punta ad un accordo “su misura”, che consenta al Regno Unito di mantenere l’accesso al mercato unico, riservandosi però il diritto di non aderire a determinate regole Ue. Londra chiede anche di poter continuare la collaborazione con lacune agenzie europee, come Europol.

Altra tappa fondamentale è quella di ottobre 2018. Per quella data, l’accordo raggiunto dalla May e dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, approvato dal Consiglio europeo, dovrà essere convertito in un trattato, il cosiddetto ’withdrawal agreement’, sottoscritto da Londra e Bruxelles. Non si tratta ancora dell’accordo commerciale vero e proprio, ma di un trattato che vincolerà le parti a rispettare i termini concordati per l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue, compreso il pagamento da parte di britannica di oneri finanziari per circa 44 miliardi di euro. Poiché questo tipo di trattato non richiede la ratifica da parte dei parlamenti nazionali degli stati Ue, la sua entrata in vigore dovrebbe avvenire rapidamente.

Il Consiglio europeo dovrebbe quindi fare una “dichiarazione politica” sul futuro rapporto tra la Ue e il Regno Unito, fornendo indicazioni dettagliate sull’accordo commerciale tra le due parti. L’andamento del negoziato che Davis e Barnier avranno condotto a Bruxelles nei mesi precedenti determinerà se la dichiarazione politica della Ue si discosterà poco o molto dalle linee guida già fissate a marzo 2018 o se vi saranno deroghe e concessioni in settori come la sicurezza, le regole commerciali, la cooperazione nucleare e l’aviazione.

La firma del ’withdrawal agreement’ rappresenterà il punto di non ritorno per il Regno Unito e la Ue. Le parti dovranno rispettare gli impegni presi. Per Londra, questo significherà, tra l’altro, pagare quanto promesso, mantenere aperto il confine irlandese e garantire i diritti dei cittadini Ue residenti in Gran Bretagna.

La successiva tappa chiave sarà quella del 29 marzo 2019, il ’Brexit Day’. Alle 23 (la mezzanotte a Bruxelles), il Regno Unito uscirà ufficialmente dall’Unione europea e avrà inizio la fase di transizione. Nei due anni successivi (ma potrebbero esserci delle proroghe), Londra e Bruxelles dovranno mettere a punto gli aspetti pratici del loro divorzio. Nel Regno Unito, ad esempio, dovranno essere approntati i nuovi controlli alle frontiere e il nuovo regime doganale, mentre il negoziato commerciale, qualora non dovesse ancora essersi concluso, proseguirà.

Infine, per marzo 2021 (ma potrebbero esserci dei rinvii), tutto sarà concluso. Il periodo di transizione sarà giunto al termine e l’accordo commerciale tra Regno Unito e Ue, ratificato dai parlamenti nazionali dei 27 stati membri, dovrebbe entrare in vigore. E sarà allora che i britannici, come accadeva un tempo, nei loro bollettini meteo potranno tornare a dire: “Nebbia sulla Manica, il Continente è isolato”.

Trump cancella parole feto e trans

cms_7967/trump_dito_afp.jpgL’amministrazione Trump ha vietato ai funzionari dei Centers for Disease Control and Prevention l’uso di una serie di parole, tra le quali ’feto’ e ’transgender’, nei documenti ufficiali per il bilancio del prossimo anno della principale agenzia di controllo sulla sanità pubblica. La lista delle ’parole proibite’ è stata comunicata ai funzionari dei Cdc in una riunione che si è svolta giovedì scorso ad Atlanta, rivela oggi il Washington Post.

Nella lista figurano anche “vulnerabile”, “diversità” e le formule “evidence-based” e “science-based”, cioè basato su prove e sulla scienza, che i funzionari dell’amministrazione Trump suggeriscono di sostituire con la frase: “I Cdc basano le proprie raccomandazioni sulla scienza in considerazione degli standard e della volontà della comunità”. Per le altre parole abolite non vengono offerte alternative.

La comunicazione è stata accolta con “incredulità” dai ricercatori che non ricordando che in passato siano mai state messe al bando dai documenti ufficiali per il budget parole ritenute controverse.

“Nella mia esperienza non ho mai ricevuto alcuna pressione di tipo ideologico”, ha detto al Post un analista dell’agenzia che scrive le relazioni sul lavoro svolto dai Cdc per la bozza di bilancio dell’agenzia, che è di circa 7 miliardi all’anno per 12mila dipendenti.

Non è la prima volta però che nella gestione delle agenzie federali emerge il modo in cui l’amministrazione conservatrice di Trump intende allontanarsi dall’attenzione che durante le amministrazioni di Obama era stata dedicata alla questione dell’orientamento sessuale, dell’identità di genere e dei diritti delle donne. Dal sito del dipartimento della Sanità sono per esempio scomparse le informazioni destinate alla comunità Lgbt. E anche da quello dell’agenzia per le famiglie è stata eliminata la pagina dedicata alle famiglie Lgbt.

La lista delle parole proibite, che pare quindi sia stata imposta anche ad altre agenzie che dipendono dal dipartimento della Sanità, è destinata ad avere un impatto nei molti uffici dei Cdc che usando quotidianamente nel loro lavoro i termini banditi. Per esempio il National Center for Hiv/Aids lavora su programmi per prevenire la diffusione dell’Hiv all’interno della comunità transgender. Oppure le ricerche sulla malattia da Zika virus comprendono ricerche sullo sviluppo del feto.

Germania, ’rischio attentati da donne e teenager’

cms_7967/polizia_tedesca_potsdam_1_afp.jpgLa minaccia islamista alla Germania arriva anche da donne e teenager. Lo rivela l’intelligente tedesca, secondo cui tra le 720 persone inserite nell’elenco di quanti potrebbero condurre un attacco terroristico oltre il 10% sono donne e minorenni. La cifra conferma quanto sostenuto di recenti dal capo dei servizi di Berlino (Bfv), Hans-Georg Maassen, che aveva denunciato il rischio accresciuto di donne e ragazzi radicalizzati, molti dei quali che rientrano in Germania dopo aver vissuto nelle aree sotto il controllo dell’Is.

Le donne, sostiene Maassen, “si identificano così fortemente nell’ideologia dello Stato islamico che possono anche essere descritte come jihadiste”. Quanto ai ragazzi, negli ultimi mesi tre attacchi islamisti sono stati condotti da minorenni, mentre dietro uno che è stato sventato c’era un 12enne.

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17 Dicembre 2017