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CARA OH CARA

C’era una volta un vice capo di gabinetto del Sindaco di Roma, quando al Campidoglio c’era Walter Veltroni. E sempre una volta c’era un capo della Polizia Provinciale di Roma, quando il Presidente era Luca Zingaretti. E di rivestire quei ruoli, l’uno successivo all’altro, venne incaricato Luca Odevaine. Ma questo signore era anche membro del tavolo ministeriale di coordinamento sull’immigrazione nonché componente delle commissioni delle gare per la gestione di servizi presso il CARA di Mineo. Per chi non lo sapesse i CARA (Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo), furono istituiti nel 2002 con la denominazione di Centri di Identificazione (CDI), e poi disciplinati dal Dpr. 303/2004 e dal Decreto Legislativo 25/2008. Si tratta di strutture destinate ad ospitare i richiedenti asilo ammessi sul territorio nazionale, in attesa di conoscere l’esito della loro richiesta di permanenza, ai sensi delle leggi sulla protezione internazionale. Si tratta di centri aperti, da cui gli ospiti possono uscire liberamente durante le ore diurne, ed anche assentarsi, previa autorizzazione prefettizia.

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Ovviamente si è sviluppato un business redditizio dietro alla solidarietà, se si considera che nel 2014 la gestione dei Centri di Accoglienza governativi è costata l’”irrisoria” cifra di 139 milioni di euro, mentre le strutture temporanee hanno richiesto l’esborso di 277 milioni, secondo i dati forniti dal “Rapporto sull’economia dell’accoglienza”, a cura di un gruppo di studio costituitosi presso il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno. Ovviamente “piatto ricco mi ci ficco”, anche perché già il numero dei richiedenti è alto, ma se poi consideriamo che per una risposta occorrono almeno sei mesi, stando a quanto denunciato da un avvocato del Consiglio Italiano per i Rifugiati, appare evidente che l’affare avrebbe fatto venire l’acquolina in bocca a chiunque avesse avuto a disposizione una cooperativa, predisposizione all’inciucio e magari un buon amico al tavolo interministeriale per la gestione dei migranti. Anzi, talmente lucroso era l’affare che al signor Odevaine venivano riconosciuti 5.000 euro mensili a titolo di pilota emerito di immigrati nei centri gestiti dalla Coop di Salvatore Buzzi. Ma non solo, perché “in virtù dell’asservimento delle sue funzioni di pubblico ufficiale” – parole dell’accusa nel processo per Mafia Capitale – si vedeva recapitare ulteriori 20.000 euro da esponenti del gruppo La Cascina. D’altra parte servire lo Stato per uno stipendio non è materia per furbi. E di furbi nella vicenda “accoglienza” ce ne sono parecchi. Anzi, accogliendo i migranti, a parere di alcuni filosofi del “magna magna”, si contribuisce a risanare l’economia di zone altrimenti depresse e si creano indotti. Insomma, “si farebbe del bene con i soldi pubblici”. Alla faccia! Però a volte i furbi vengono presi con le mani nel sacco – o meglio, in banca – ed infatti il 6 ottobre scorso è stato disposto il sequestro di 250.000 euro a carico di Luca Odevaine, ex del Campidoglio e di Palazzo Valentini ed attualmente relegato in casa agli arresti domiciliari.

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Senza fare dietrologia, senza ricordare per chi è stato vice capo di gabinetto e capo della Polizia Provinciale, senza insistere su quali fossero i suoi rapporti con una certa parte della politica, si può affermare tranquillamente che Odevaine abusava del suo ruolo, delle sue conoscenze e della buona fede. Ed è questo il problema della solidarietà: troppi interessi dietro e pochissimi a vigilare. Anche l’Anac, l’agenzia nazionale contro la corruzione, guidata da Raffaele Cantone, ha lanciato l’allarme sulla mancanza di controllo dei costi e della gestione dell’accoglienza. Ma si può fare ben poco, soprattutto se la lotta è portata avanti a colpi di circolari e se ci si concentra solamente sulla corruzione dei dipendenti pubblici. Già, stranamente sembra che tutto il resto conti poco, è più importante colpire chi prende un caffè senza timbrare un’uscita, che arrestare un fenomeno di sciacallaggio oneroso per tutti i cittadini.

Ma l’importante è sapere che prima o poi qualcuno – com’è accaduto – venga fermato, che le mani sporche siano bloccate e che i cari CARA possano un domani essere gestiti con riguardo alle persone e non con la speranza di lucro o di aumento del consenso elettorale per qualcuno.

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14 Ottobre 2016