Traduci

Carlo Scarpa : il negozio Olivetti in Piazza San Marco a Venezia

Dopo aver ricevuto alla fine del 1956 il Premio Olivetti per l’architettura, Scarpa, nei ventiquattro mesi successivi, sistemò sotto i portici delle Procuratie Vecchie in Piazza San Marco il negozio destinato ad accogliere le esposizioni dei prodotti dell’industria di Ivrea, per i quali Adriano Olivetti immaginò di approntare un “biglietto da visita” (F. Dal Co, L. Borromeo Dina, 2011).

cms_2187/3.jpg

Nessuna “decadenza”, tuttavia, è nella Venezia cantata e vissuta da Scarpa. Da Venezia, piuttosto, Carlo Scarpa (1906-1978) trae un insegnamento in qualche modo perverso: quello che proviene dalla dialettica fra celebrazione della forma e disseminazione labirintica, tra volontà di rappresentazione ed evanescenza del rappresentato, tra ricerca di certezze e consapevolezza della loro relatività (M. Tafuri, 2002, pag. 140).

cms_2187/4.jpg

La diffusione di una vera e propria “maniera wrightiana” trova un ostacolo di fondo nel classicismo latente della cultura italiana, affascinata e turbata dal “genio barbaro”. La rivelazione dell’opera di Wright è tra i fattori che attraggono verso l’architettura di Carlo Scarpa, prevalentemente impegnato, sino ad allora, nel disegno dei vetri di Murano e nel campo dell’arredamento. La ‘via veneziana’ all’architettura organica diverge dalla strada maestra dell’associazione per l’adesione un po’ distratta all’apparato ideologico e per l’euforica manipolazione del linguaggio di Wright (A. Belluzzi, C. Conforti, 1985, pag. 23).

cms_2187/5.jpg

La rinuncia alle trasformazioni, idealmente estesa all’intero centro antico, è un fatto senza precedenti anche in una città come Venezia, tendenzialmente ostile al nuovo. Le resistenze cinquecentesche nei confronti dell’architettura classica toccano una specifica tendenza artistica, ma non puntano a cristallizzare l’immagine preesistente, come accade ai nostri giorni. L’intangibilità del centro antico, perseguita negli ultimi decenni del Novecento, costituisce un paradosso, e si propone come valore ideale: irraggiungibile ma consono a una cultura storica che non vuol trascurare alcuna testimonianza, e che non riesce più a dimenticare (F. Dal Co, 1997, pp. 86-87).

cms_2187/6.jpg

I dettagli costruttivi, siano questi quelli che si colgono nella tessitura dei portentosi pavimenti, nell’uso della pietra impiegata nella scala, nei rivestimenti lignei o negli arredi, sollecitano in modo incalzante l’attenzione e la curiosità dei visitatori. Chi vi entra viene accolto da una luce inattesa, che filtra in tralice attraverso le ampie vetrine ombreggiate, trovandosi coinvolto in un gioco caleidoscopico di trasparenze e riflessi. Sulla sinistra dell’ingresso e come tale ben visibile anche dall’esterno, una scultura di Alberto Viani, che si specchia nell’acqua raccolta dalla pozza scavata nella lastra di marmo nero del Belgio su cui poggia. I pavimenti sono resi traslucidi dall’inserimento nella pasta di posa di tessere colorate, disposte secondo un motivo che pare ispirato da una composizione di Paul Klee. Miracolo di trasparenza è anche la scala, composta da scalini scolpiti sovrapposti come vassoi di pietra, e l’effetto che nel mezzanino alla conclusione del ballatoio produce l’infisso che inquadra la finestra aperta verso il porticato prospiciente Piazza San Marco. Un racconto architettonico che si offre in ogni suo particolare, frutto di un’arte della dedizione non supina, di uno sperimentare senza timore del paradosso, di un ricercare avverso ai luoghi comuni. Un intreccio di valori che noi e il nostro tempo rischiamo di dimenticare, ignorare e perdere e di cui questo negozio è tra i documenti più preziosi (F. Dal Co, L. Borromeo Dina, 2011).

cms_2187/7.jpg

Secondo Scarpa, Venezia “potrebbe accettare le cose più moderne” grazie alla sua varietà morfologica: “è dissimmetrica, alta, bassa, storta, diritta”. I valori della cultura locale sono parte integrante del suo modo di essere, e nel negozio Olivetti riaffiorano, quasi inconsciamente, nei riflessi dei cristalli, nelle vibrazioni del velo d’acqua alla base della scultura, nel pavimento a mosaico con tessere in pasta di vetro. Lo spirito ironico di Scarpa emerge dalla porta di servizio, definita “faraonica” in quanto è rivestita di pietra d’Istria e sembra condividere la pesantezza delle architetture egiziane, mentre può essere aperta – a sorpresa – con un tocco leggero (F. Dal Co, 1997, pp. 87-88).

cms_2187/8.jpg

A questo proposito sembra lecito stabilire una relazione fra il mondo figurativo di Scarpa e quello di Paul Klee. Le kleeiane icone del possibile – come le ha chiamate Massimo Cacciari – echeggiano negli spazi allusivi di Scarpa: un universo di possibilità lasciate aperte, compresenti, coagulate in forme polisignificanti, invita, specie nelle ultime opere del maestro veneziano, a viaggi interpretativi che mettano in discussione i viali “a senso unico” del “cattivo moderno”. Forse, nei particolari di Carlo Scarpa, Ernst Bloch avrebbe potuto scorgere risposte positive alle sue istanze di recupero del tempo dell’esperienza (M. Tafuri, 2002, pag. 143).

Data:

9 Maggio 2015