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C’ERA UNA VOLTA L’ARTICOLO 18 E LA SPERANZA DI UN FUTURO MIGLIORE

Il lavoro dell’operaio -di qualsiasi operaio- è un lavoro duro. Non è paragonabile al solo lavoro mentale e intellettuale che richiedono altri tipi di lavori. Lavorare in fabbrica (nei campi o in qualsiasi posto in cui si svolgono mansioni manuali!) non è per tutti. C’è chi si alza prima del sorgere del sole già stanco e ancora assonnato ma, nonostante ciò, armato di buona volontà si reca quotidianamente sul posto di lavoro. Le ossa piangono per l’umidità, le articolazioni muoiono un pochino per ogni passo fatto, le mani si usurano con il tempo e talvolta capitano dolorosi imprevisti.

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Inviterei -al solo scopo illustrativo eh!-, coloro che non hanno mai effettuato un lavoro del genere a provare per una settimana cosa significa essere operaio. Chi è abituato al caldo e alla comodità, sicuramente scappa immediatamente. Sappiamo bene che gli operai mandano avanti il mondo. Sono forti, fortissimi e instancabili fisicamente. Non hanno altra possibilità. Questo non significa che debbano essere sotterrati con le loro fatiche. Non vuol dire nemmeno che debbano subire a vita il peso della loro scelta. Perché, se davvero si vuole cambiare qualcosa in Italia, non si inizia ad elargire garanzie per le persone che adempiono abitualmente i loro doveri e che ad ogni giro di boa sono le meno tutelate? Perché bisogna togliere ulteriormente diritti a chi non ha mai mancato ai propri compiti? Forse non sono sufficienti le imposte e le trattenute mensili sulla busta paga? A questo punto direi che in Italia si sta insinuando una triste mentalità.

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Quella del povero sempre più povero e del ricco sempre più ricco. Siamo tutti succubi dell’intesa tra un’azione politica inconsistente e un’agire economico di chi fa i propri interessi. La forbice, intesa come distanza tra ricchezza e povertà, si sta allargando ulteriormente. Se l’Italia prosegue verso questa linea di cambiamento, la società -cioè noi- cambieremo in peggio. Analizziamo la situazione. Tagliando diritti -quindi la possibilità di realizzarsi e autodeterminarsi, VIOLANDO COSI’ LA COSTITUZIONE!- non permettiamo alla persona l’effettiva partecipazione alla realizzazione di se stessa e della società -qui la costituzione è violata oltremodo!-. Dunque creiamo caste. Quella di chi può sapere e ha l’opportunità di studiare e di chi, invece, è relegato nella propria ignoranza. Una società d’elitè

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Descrivo la situazione con un esempio semplice, le tasse crescenti non consentirebbero al figlio dell’operaio di frequentare l’università. La scuola non costituirebbe più uno strumento di ascensione sociale, bensì costituirebbe un mezzo di collocazione nello spazio della collettività. Si varrebbe esclusivamente per quello che ci si può permettere economicamente, senza possibilità di poter creare un futuro diverso. Il rischio: una società ignorante, inconsapevole e disumana che non garantisce la tutela delle fasce deboli della popolazione. Ciò comporterebbe meno attenzione verso chi soffre. Gli ospedali pubblici soccomberebbero. Il sistema sanitario diventerebbe un club esclusivo per pochi. Insomma accadrebbe il disastro. Dopo questa breve e accennata riflessione, chiedo a ciascuno se è questa l’Italia del cambiamento. E’ questo che vogliamo costruire? Non credo. Mi appello alla coscienza di ognuno affinché ciascun soggetto capisca che il cambiamento tiene conto dei diritti globali e che ha a cuore il rispetto dell’altro -chiunque esso sia!-. Da questa consapevolezza inizia il vero cambiamento.

Data:

3 Gennaio 2015