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CHE BRUTTA FINE HA FATTO D’ARTAGNAN!

Sono tante le produzioni teatrali, televisive e cinematografiche dell’opera letteraria I Tre Moschettieri, messe in scena sin dall’inizio del ‘900. Se partiamo dal presupposto che si tratta di uno dei più grandi romanzi della letteratura mai scritti, quasi tutte, almeno quelle per il grande schermo, hanno lasciato un segno indelebile nell’immaginario collettivo appassionando, commovendo, divertendo e anche annoiando. Delle circa 20 pellicole proiettate nelle sale fino a oggi, però, sono poche quelle che hanno goduto dei consensi della critica e del pubblico. Ma nessuno è ancora riuscito a eguagliare l’emozione di un racconto scritto quasi due secoli fa, nonostante l’avvincente trama. E alla lista dei tentativi falliti, nel riuscire a mettere insieme un prodotto cinematografico che ricalcasse dignitosamente le gesta di Athos, Aramis, Porthos e D’Artagnan, da ieri, a mio parere, può trovar posto anche il film di Giovanni Veronesi, I Tre Moschettieri – La Penultima Missione. Già dal titolo è fin troppo chiaro cheil riadattamento in salsa tricolore di quest’opera non ha nulla a che vedere con il capolavoro di Alexandre Dumas (ndr, padre). E allora: perché far rivoltare nella tomba lo scrittore francese? La scarna e leggera sceneggiatura, scritta a due mani dal regista toscano con Nicola Baldoni, trae spunto dal racconto cappa e spada solo per alcuni dei principali protagonisti: ci sono i quattro spadaccini del Re, Lugi XIII e la Regina madre. Siamo nella seconda metà del ‘600, il cardinale Mazzarino (succeduto al Richelieu) è alle prese con la persecuzione degli Ugonotti, mentre Maria de’ Medici, madre del sovrano francese, adotta un piano per frenare il massacro dei protestanti sul territorio transalpino (ndr, per la cronistoria, invece, non è andata per niente in questo modo), richiamando in servizio l’attempata combriccola di fedeli moschettieri per una …penultima missione.

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E questo è il canovaccio del film, con un susseguirsi di sequenze prive di gag esilaranti e con un colpo di scena nel finale che era meglio evitare. Tutto sommato ci può anche stare di sceneggiare una pellicola prendendo spunto da un importante classico della letteratura francese, seppur solo per alcuni personaggi, ma non va bene se alla fine il risultato è arrangiato e fin troppo strampalato. Si può dire che l’ultimo lavoro di Veronesi, ha attratto il pubblico in sala proprio per la bizzarria della trama e per il cast di eccezione impiegato, anche se tra le star nostrane, l’unico bagliore luminoso è quello che fuoriesce dalla recitazione del guascone Francesco Favino che, a tratti, sembra scimmiottare, egregiamente, “Brancaleone” Gassman. Al punto da far sembrare comparse Rubini, Mastandrea e Papaelo. Non pervenuti, invece, i ruoli ridotti quasi a cameo di Margherita Buy e Alessandro Haber. Oltre all’interpretazione di Favino ho apprezzato molto la fotografia dello splendido paesaggio Lucano (anche qui siamo ben distanti dai verdi boschi della campagna parigina e dai giardini di Versailles) in cui film è stato girato. Altro non mi è rimasto impresso. Voglio esser sincero, ho visto di peggio, ma mi aspettavo qualcosa in più da questa pellicola, considerato il cast e lo spunto letterario della trama che negli ultimi precedenti cinematografici ha sempre fatto incassare cifre a doppi zero rispetto ai 7 milioni di euro racimolati in quasi tre settimane di programmazione e raccolto anche qualche consenso di critica. Ma per ottenere questo, evidentemente, ci sarebbe voluto qualcuno con una visione artistica che va ben oltre Manuale d’Amoree le sceneggiature dei film di Pieraccioni. Concludo sperando che a Veronesi non venga in mente di girare un sequel.

(Foto dal profilo facebook di Giovanni Veronesi)

Data:

18 Gennaio 2019