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Chiusura delle frontiere un’arma a doppio taglio per l’Ungheria

Contemporaneamente alla messa in scena dell’atto VI della rivolta dei gilets jaunes in Francia, sulla sponda opposta del continente europeo, altre importanti rivendicazioni sono state portate nelle piazze di Budapest, in Ungheria, come prima dimostrazione reale di dissenso contro il governo di Orbàn. I manifestanti guidati dai sindacati e dalle forze di opposizione, hanno protestato contro una serie di riforme di malapolitica approvate dal governo corrente, tra cui:

– la riforma della giustizia, che attribuisce al Ministro della Giustizia la decisione finale su nomina, promozioni e stipendi dei singoli giudici, riducendo così i tribunali a istituzioni subordinate alla volontà del governo e violando di conseguenza il principio della divisione dei poteri, alla base di ogni democrazia;

– le restrizioni sulla libertà di stampa, manifestatesi nel corso delle proteste, quando è stato impedito a dei parlamentari, facenti parte del partito di opposizione, diaccedere alla sede della tv pubblica Mtv per leggere una petizione contro le politiche del governo, sotto la minaccia di una condanna a 10 anni;

– ma ciò che ha realmente scatenato la reazione dei cittadini è la nuova riforma del lavoro, ribattezzata “legge schiavitù”, che impone un innalzamento della soglia delle ore di straordinario annuali da 250 a 400, retribuibili entro 3 anni.

Il governo Orbàn avrebbe emanato questa legge per far fronte alla scarsità di manodopera che affligge un paese in continua crescita economica e che attrae sempre un maggior numero di aziende straniere, soprattutto tedesche, che delocalizzando, stabiliscono la propria sede in Ungheria, ma non riescono spesso a soddisfare la propria domanda di manodopera in molti casi poco qualificata.

Alla radice di questo squilibrio ritroviamo la chiusura quasi totale delle frontiere, che impedisce ai migranti intraprendenti il percorso della rotta balcanica, di entrare nel paese.

Nel corso di questi ultimi mesi il parlamento ungherese ha approvato leggi sempre più restrittive in tema di immigrazione, ha introdotto un aggravio della pena per l’accusa di favoreggiamento all’immigrazione irregolare fino ad un anno, maggiori tasse per le associazioni che si occupano di accoglienza e il divieto assoluto di concedere l’asilo ai migranti economici; tutto ciò probabilmente per rendere meno appetibile l’Ungheria agli occhi degli stessi migranti.

Purtroppo però, come spesso l’Europa ha dimostrato di fare negli ultimi tempi, si continua ad agire secondo il principio di due pesi e due misure, in quanto l’applicazione di sanzioni effettive nei confronti di questo paese non hanno ancora trovato riscontro, nonostante le sue politiche vadano a violare in maniera evidente trattati internazionali quale la Convenzione di Dublino.

Formalmente il Parlamento Europeo, lo scorso settembre ha deliberato l’applicazione dell’art.7 del Trattato di Lisbona che prevede la possibilità di sospendere alcuni diritti a uno Stato membro in caso di mancato rispetto dei valori fondanti dell’Unione Europea, ma per far ciò sono necessarie forti maggioranze qualificate, molto difficili da raggiungere.

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Il tema dell’immigrazione è sempre stato controverso per l’Unione Europea che attraverso le frontiere Schengen e le disposizioni della Convenzione di Dublino, ha favorito in qualche modo i paesi dell’Europa settentrionale. Le prime infatti hanno liberato i paesi dell’Europa settentrionale dal peso delle frontiere esterne, facendo ricadere i costi sui paesi di frontiera e riservando invece i vantaggi di un controllo comunitarizzato sempre ai paesi del nord.

La Convenzione di Dublino invece identifica i paesi su cui ricade l’onere dell’accoglienza dei richiedenti asilo; paesi che sono iscritti nella banca dati Eurodac su cui registare le impronte digitali e le generalità dei richiedenti presenti sul proprio territorio.

E’ necessario, a questo punto, riflettere sul fatto che le politiche di visti e le sanzioni sulle vetture non permettono agli immigrati di raggiungere l’Europa per via aerea, è per questo motivo che essi scelgono di tentare l’accesso attraverso i confini terrestri e marittimi. Partendo da questo presupposto possiamo ben capire che l’onere dell’accoglienza ricade sempre sui paesi di frontiera. Nel caso in cui alcuni migranti registrati nel paese di sbarco riescano a raggiungere paesi settentrionali, in teoria questi ultimi potrebbero, consultando la banca dati Eurodac, capire il primo paese di arrivo del migrante e rispedirlo ad esso perchè responsabile ancora della sua accoglienza.

Purtroppo, a causa del modo stesso in cui sono stati architettati i vari accordi internazionali, i paesi di confine sembrano avere le mani legate per qualsiasi mossa compiano, come spiega il prof Giuseppe Sciortino, sociologo dell’Università di Trento, nel suo Rebus Immigrazione, che riferendosi agli stati con confini esterni afferma ‘ Se fanno accordi con i governi degli stati da cui partono i natanti, sono accusati di sottrarsi ai propri obbblighi umanitari e di coprire di soldi e riconoscimento internazionale dittatori piuttosto ripugnanti. Se non pattugliano le acque del Mediterraneo si rendono responsabili di migliaia di morti. Se lo fanno riportando coloro che si trovano sui natanti nel paese, generalmente poco liberale, da cui provengono sono condannati dalla Corte europea. Se invece li salvano portandoli nelle proprie acque territoriali, come durante l’operazione Mare Nostrum, vengono accusati di favorire l’immigrazione irregolare’.

E’ indispensabile quindi sia sul piano nazionale che internazionale abbandonare l’approccio emergenziale che si ha nei confronti di quello che invece si presenta ormai come un fenomeno strutturale, e soprattutto imporre una ridistribuzione più equa dei costi e dei rifugiati, tenendo presente che per far si che il sistema migratorio comunitario funzioni, c’è bisogno della collaborazione degli stati di confine con interessi propri da tenere in considerazione al pari degli altri, visto che la responsabilità dell’accoglienza costituisce per questi un fattore impopolare politicamente, economicamente controproducente e socialmente conflittuale.

Data:

28 Dicembre 2018