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Confindustria-sindacati

Dopo mesi di estenuanti trattative, sembra che Confindustria e i sindacati abbiano finalmente trovato un’intesa in merito all’attuazione delle norme sulla rappresentanza e al tema dei modelli contrattuali. A sbloccare la situazione è stato un incontro avvenuto nella serata di giovedì fra i segretari confederali di CGIL, CISL e UIL e i rappresentanti di Confindustria.

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Tutto risolto? Pare di sì, ma attenzione a non cantare vittoria troppo presto. Se infatti la discussione di questi giorni ha sicuramente risolto i temi tecnici relativi all’accordo, prima che questo venga rettificato occorre un’analisi approfondita da parte degli organismi interni delle rispettive parti in causa; in particolar modo, è atteso nei prossimi giorni un parere ideologico dei leader coinvolti nelle trattative: Susanna Camusso (CGIL) Annamaria Furlan (CISL) Carmelo Barbagallo (UIL) e Vincenzo Boccia (Confindustria.) Nei prossimi giorni i quattro si riuniranno fra loro per confermare o rivedere l’intesa raggiunta; l’incontro in questione non è ancora stato calendarizzato, ma la sensazione è che non avrà luogo prima dell’inizio di febbraio.

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Ad ogni modo, quanto accaduto negli ultimi giorni segna indubbiamente una svolta nell’ambito di una trattativa che sembrava ormai destinata ad arenarsi; una svolta che, se tutto andrà come previsto, cambierà in maniera significativa il mondo del lavoro e dell’industria nel nostro Paese. Ma, di preciso, quali sono i termini dell’accordo in questione?

Al netto di possibili cambiamenti dell’ultima ora, potremmo dire che l’intesa verterà fondamentalmente su quattro decisivi temi. Proviamo ad analizzarli insieme.

  1. La previsione per i lavoratori di un salario minimo destinato ad un costante aggiornamento in base all’andamento inflazionistico e alla produttività dei lavoratori stessi; da sottolineare che in nessun caso l’imprenditore dovrà pagare entrambe le voci retributive, pertanto i due aggiornamenti non potranno sovrapporsi. Sarà il segmento dell’accordo, a detta degli analisti, ad avere un maggiore impatto politico. Tutti i partiti che fino ad oggi hanno chiesto un reddito minimo per i lavoratori, infatti, alla luce di quest’intesa potrebbero inevitabilmente veder indebolita l’efficacia della loro proposta.
  2. Una maggiore libertà contrattuale per le parti in causa, libertà che tuttavia non si sostituirà in alcun modo all’esistenza di due distinti livelli di contrattazione (uno nazionale ed uno aziendale). La questione della contrattazione integrativa, è stata forse la più difficile da risolvere; potremmo dire che l’unico modo delle parti per venirsi incontro su questo tema è stato quello di rinunciare ciascuna ad alcune delle proprie proposte in nome di un sano compromesso.
  3. L’impegno ad attuare gli accordi sulla rappresentanza raggiunti tra sindacati e Confindustria nel 2014. Tale intesa, tra le altre cose, prevedeva che qualunque soggetto avesse raggiunto almeno il 5% di rappresentanza nell’ambito dell’elezioni dell’RSU, acquisisse automaticamente il diritto di partecipare alle negoziazioni, e che anche le unità produttive con un numero inferiore di 200 dipendenti dovessero avere almeno tra rappresentanti sindacali al proprio interno. Malgrado l’accordo prevedesse l’istituzione di una commissione interconfederale permanente per monitorare l’attuazione dello stesso, le cose non funzionarono. Ora, sindacati e Confindustria intendono ricominciare quel percorso lasciato in sospeso nel 2014.

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4. La creazione di un modello contrattuale maggiormente vicino alle esigenze sociali dei dipendenti. Verrà avviata una lotta senza quartiere al fenomeno del dumping e dei cosiddetti contratti pirata. Si tenterà di definire accordi differenti in base al settore di appartenenza del lavoratore e, soprattutto, ci sarà un’abolizione di tutte le tipologie contrattuali considerate ormai desuete o controproducenti. In verità, il mondo della politica aveva già tentato di agire in questo senso con l’approvazione del Jobs Act, ma tutti gli emendamenti previsti per attuare il cosiddetto “disboscamento contrattuale” si erano rivelati inefficienti, al punto che lo stesso presidente della Commissione Lavoro a Montecitorio, Cesare Damiano, aveva ammesso che “la scrittura del testo, su questo punto, aveva delle contraddizioni.”

cms_8281/5p.jpgOgnuno di noi, naturalmente, confida che i nuovi accordi possano favorire le condizioni dei lavoratori e al tempo stesso la produttività delle aziende italiane. Eppure, troppo spesso negli ultimi anni i termini contrattuali previsti non sono stati rispettati fino in fondo, e le buone intenzioni (anche quando sono state messe per iscritto) sono rimaste inattuate. In altre parole, non può esserci dubbio sulla bontà dell’accordo raggiunto nelle ultime ore, ma affinché non rimanga lettera morta è indispensabile perseguire con determinazione e serietà gli intenti comuni. In caso contrario, il pericolo è di ritrovarsi ancora una volta davanti a un immobilismo cronico, di cui inevitabilmente faranno le spese soprattutto i lavoratori.

Data:

27 Gennaio 2018