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CONFLITTO IN SUD SUDAN: IL RUOLO DEL VATICANO

In un nostro recente contributo abbiamo cercato di riassumere quelli che sono stati gli eventi del conflitto in Sud Sudan, dallo scoppio nel dicembre del 2013 fino alla terza tregua stipulata il 27 giugno 2018. Facilitato da rappresentanti della chiesa presbiteriana scozzese, della chiesa anglicana e di quella cattolico-romana, il Revitalised Agreement on the Resolution of Conflict in South Sudan (R-Arcss) è stato siglato ad Addis Abeba il 12 settembre seguente. Il trattato soddisfaceva gli interessi dei due fronti e quelli del presidente sudanese Omar al-Bashir, e di quello ugandese Yoweri Museveni, i due leader africani con più influenza nella regione. L’obiettivo: creare un governo di unità nazionale, in un primo momento entro maggio, poi per il 12 novembre di quest’anno. Il 30 agosto, i tre schieramenti d’opposizione – la coalizione dei movimenti di opposizione che non avevano aderito all’Accordo del 2018 (SSNDA, SSUF/A e il R-SPLM) – fanno fronte comune, creando l’alleanza del South Sudan Opposition Movements. Per mano di Machar salta nuovamente la formazione del governo di unità, e il 7 novembre si annuncia un nuovo rinvio. “I due contendenti si sono accordati di estendere il periodo di pre-tansizione di 100 giorni a partire dal 12 novembre”, aveva fatto sapere il ministro degli affari Esteri ugandese, Sam Kutesa, dopo un incontro nel palazzo presidenziale a Entebbe (Uganda), al quale hanno partecipato oltre a Kiir e Machar anche il presidente ugandese, Abdel Fattah Al-Burhane, a capo del Consiglio sovrano del Sudan, e Kalonzo Musyoka, rappresentante keniano.

Washington, tra i maggiori sostenitori del Sud Sudan, aveva espresso subito disappunto per il nuovo rinvio, minacciando di rivedere le relazioni con Juba. “La loro incapacità di mantenere gli impegni stipulati da loro stessi, fa pensare che non siano in grado di saper gestire il processo di pace”, commentava con un tweet il segretario di Stato aggiunto per gli Affari africani, Tibor Nagy, mentre l’UNICEF lanciava un appello per stanziare 10 milioni di dollari in favore delle comunità sud-sudanesi, colpite da violente alluvioni. Quella che si sta combattendo è “una nuova guerra fredda”, con alcuni Paesi europei e gli Stati Uniti che premono sul governo di Juba contestandogli i rapporti con “potenze orientali”, dalla Cina alla Malesia: è quanto lamenta inun’intervista con l’agenzia Dire Ajing Adiang Marik, ambasciatore del Sud Sudan in Italia. “Total è rimasta da noi dieci anni e alla fine se n’è andata senza aver scavato nemmeno un pozzo, contestandoci concessioni accordate alle società cinesi”. “Il petrolio si è trasformato in una maledizione per la nostra gente; le ingerenze internazionali continuano a ostacolare la ripresa dell’economia, devastata dalla guerra”. Durante l’intervista al Westin Excelsior Hotel, l’ambasciatore ha posto l’attenzione sui nuovi rischi legati all’atteggiamento della “troika”, composta da Stati Uniti, G.B. e Norvegia. “È triste che chi urlava notte e giorno per la pace in Sud Sudan ora non ci stia aiutando, anzitutto da un punto di vista finanziario”. “La guerra ha distrutto la nostra economia e non abbiamo i fondi necessari per garantire l’attuazione dei punti dell’accordo”.
La tesi dell’ambasciatore è che il presidente Kiir, acconsentendo al rinvio, abbia dimostrato ancora una volta la sua buona volontà. Sarebbe invece Machar, minacciando un ritorno al conflitto, ad alimentare nuove incertezze. “Insieme con alcuni Paesi europei, come la Gran Bretagna, sta gettando ombre su un Paese dove gli scontri armati sono in realtà cessati da tempo”.

Là dove il diritto e la comunità internazionale non riescono ancora (nel Terzo Millennio!) ad affermarsi, ci prova allora l’Istituzione per eccellenza, la più longeva; come già erano riusciti a fare in occasione della definitiva tregua al conflitto armato, è la religione che riesce a riavvicinare le parti. Se il gesto estremo del bacio dei piedi compiuto da papa Bergoglio lo scorso 12 aprile aveva suscitato clamore e disappunto nei più – altri, come la vaticanista di Avvenire, Stefania Falasca, ne avevano elogiato il reale impegno verso una veloce transizione – si deve ammettere che è la stessa Chiesa cattolica a giocare un ruolo di primo piano nelle trattative. Proprio negli scorsi giorni si sono riuniti a Roma, presso la Comunità di Sant’Egidio, alcuni rappresentanti della South Sudan Opposition Movements Alliance. Dopo un’attenta analisi della situazione in cui versa il Paese, i delegati si sono impegnati a imprimere un nuovo slancio alla transizione pacifica verso l’agognato governo di unità. A conclusione dei colloqui è stata firmata una dichiarazione, presentata due giorni fa in conferenza stampa. “Solo attraverso il dialogo politico e il negoziato – ha dichiarato il generale Thomas Cirillo Swaka, a capo del SSNDA – il processo di pace può avanzare e affrontare le cause alla radice del conflitto”. “È necessario includere tutte le forze coinvolte nella crisi, per dare fiducia ai tanti profughi interni e a quanti si sono rifugiati nei Paesi limitrofi”, ha affermato invece il responsabile relazioni internazionali della Comunità di Sant’Egidio, Mauro Garofalo. I movimenti hanno anche chiesto alla comunità cattolica “di accompagnarli in tale processo verso un governo di unità nazionale e di continuare a coinvolgere il governo in carica, i firmatari dell’accordo di Addis Abeba e le varie organizzazioni a livello regionale e internazionale”.

(Foto dal Web)

Data:

22 Novembre 2019