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Conte: “Stop Pil? Manovra invertirà trend”

Conte: “Stop Pil? Manovra invertirà trend”

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“E’ uno stop congiunturale che riguarda l’intero quadro dell’economia europea. Lo avevamo previsto ma proprio per questo abbiamo deciso di fare una manovra espansiva. L’Italia non può andare in recessione, bisogna invertire la marcia ed è per questo che abbiamo pianificato una manovra” che “mira a invertire questo trend“. Lo dice alla stampa italiana a Nuova Delhi il premier Giuseppe Conte, commentando gli ultimi dati dell’Istat che in una stima provvisoria indica il Pil invariato nel terzo trimestre del 2018 rispetto al trimestre precedente.

Sulla manovra “non rivediamo alcunché – sottolinea ancora il presidente del Consiglio – Abbiamo detto il 2,4%” e “rimane quello. Abbiamo detto però che è un tetto massimo e non intendiamo superarlo”. Ieri “ho visto il ministro Tria ma anche i tecnici del Mef e i rappresentanti delle forze politiche con cui stiamo lavorando al disegno di legge sul bilancio. Ho ritardato” la partenza per l’India “semplicemente perché avevamo da definire alcuni passaggi – spiega – Ho ritenuto più opportuno rimanere e confrontarmi per coordinare la sintesi politica”. Sulla manovra, aggiunge, “non c’è nulla di nuovo. Stasera rientro e dovrei aver trovato anche i tecnici del Mef che hanno rivisto un po’ i conti alla luce degli ultimi interventi”.

Poi la Tav. “Studieremo” il dossier “con cura, siamo in dirittura d’arrivo, stiamo ultimando l’analisi costi-benefici – dice il premier – Stiamo cercando di curare tutti i dettagli e ci sarà una sintesi come abbiamo fatto con altre opere”.

Quanto alle tensioni sul dl sicurezza, Conte osserva che “le osservazioni critiche sono benvenute ma c’è un momento in cui bisogna fare una sintesi. I parlamentari che si riconoscono nella maggioranza devono assumere un atteggiamento di consapevolezza e responsabilità” attenendosi “al contratto di governo”. C’è il rischio che i senatori contrari al dl sicurezza vengano espulsi dal M5S? “Questo rischio non spetta a me valutarlo. Non sono il leader del Movimento 5 Stelle. Dico semplicemente, da responsabile dell’autorità di governo, che abbiamo presentato un decreto legge, è legittimo presentare osservazioni critiche, ma poi c’è un momento in cui bisogna tirare le fila di queste posizioni critiche e concentrarsi sull’obiettivo che spetta al Parlamento”, ovvero “la conversione del decreto legge”.

Toninelli: ’Fermeremo la Tav’

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Resta caldo il fronte Tav. “Ci metteremo d’accordo con la Francia per non fare la Tav” dice il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, a Bruno Vespa per il nuovo libro ’Rivoluzione. Uomini e retroscena della Terza Repubblica’. “Mi risulta che Macron abbia escluso la Tav dalle priorità infrastrutturali proprio dopo aver valutato costi e benefici – afferma il ministro – E non ha stanziato risorse per finanziare il percorso dalla galleria a Lione”.

’’Io sto aspettando le risposte dei tecnici, ma sulla Tav si dovevano fare soltanto gallerie esplorative per la ricerca geognostica in modo da valutare i materiali necessari all’opera. Invece, hanno fatto un buco grande quanto il tunnel. In ogni caso la geognostica è costata all’Italia soltanto 617 milioni” osserva ancora Toninelli che contesta la tesi del commissario per la Tav Paolo Foietta secondo il quale il blocco dell’opera costerebbe all’Italia oltre due miliardi di risarcimento danni. “Il rimborso di due miliardi? Lo vedremo, ma dalle prime avvisaglie direi che non è assolutamente una cifra che sta in piedi”, replica il ministro delle Infrastrutture.

Oggi il premier Giuseppe Conte, parlando con la stampa italiana a Nuova Delhi, ha detto che il dossier Tav verrà studiato “con cura, siamo in dirittura d’arrivo, stiamo ultimando l’analisi costi benefici. Stiamo cercando di curare tutti i dettagli e ci sarà una sintesi come abbiamo fatto con altre opere”.

Intanto, all’indomani del via libera del Consiglio comunale di Torino all’odg della maggioranza pentastellata contrario alla realizzazione della Torino-Lione, il presidente della regione Piemonte, Sergio Chiamparino, parla di “uno schiaffo alla città che lavora”. ’’Non c’era mai stato in Consiglio comunale di Torino un fatto così significativo – spiega Chiamparino – tutte le massime rappresentanze del mondo della produzione e del lavoro in Sala Rossa per chiedere di riflettere prima di dire no a un’opera considerata fondamentale. Si è voluto andare avanti, peraltro senza la presenza della sindaca e si è dato uno schiaffo a quella città che lavora. E’ una responsabilità che la sindaca e la maggioranza che guida la città hanno voluto assumersi’’.

’’Non chiederò più incontri al governo – scandisce il governatore nelle comunicazioni all’Aula di Palazzo Lascaris sulla realizzazione della Torino-Lione – Massima disponibilità alla discussione se il governo risponde positivamente e accetta un tavolo di confronto, altrimenti chiederò a questo Consiglio di trovare le modalità perché ci sia in Piemonte una consultazione popolare che consenta di far capire chi è dalla parte dell’Europa e chi è dalla parte della chiusura, chi è dalla parte della crescita sostenibile e chi è dalla parte della decrescita infelice’’. Per Chiamparino “bisogna uscire da un’ambiguità, e lo dico rivolto al vicepremier Salvini, non esistono grandi opere di serie A e grandi opere di serie B o quanto meno lo si dica”, quindi “è bene che la componente salviniana del governo esca da questa ambiguità e dia una risposta chiara”.

Dl sicurezza, opposizione in soccorso

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Il tempo stringe per l’approdo del decreto sicurezza in aula. A palazzo Madama è atteso per l’esame dell’assemblea lunedì 5 novembre, una navigazione che si non si annuncia placida, viste le voci dissonanti che sono emerse nel Movimento Cinque Stelle. La maggioranza, se in queste ore si dimostra blindata in commissione Affari costituzionali, in Aula conta sulla carta su un margine appena discreto: sei voti in più rispetto ai 161 della maggioranza assoluta. E il ricorso alla fiducia, che comporterebbe un ’serrate i ranghi’, resta ancora sullo sfondo (il ministro Riccardo Fraccaro ha detto di non sapere se ci sarà), anche perché è uno strumento storicamente indigesto ai pentastellati.

Un dato, quello di appena sei voti di margine, che potrebbe destare qualche preoccupazione per il governo M5S-Lega alla luce dei quattro ’dissidenti’ pentastellati che non sembrano intenzionati a votare il provvedimento così com’è, soprattutto per le misure relative ai migranti. Sono i senatori De Falco, Fattori, Nugnes e Mantero i più refrattari, con gli ultimi tre già usciti allo scoperto nell’annunciare la loro contrarietà.

De Falco concede appena qualche spiraglio in più, parlando di decreto “migliorato ma non ancora del tutto accettabile”. Se la fronda dovesse consolidarsi e arrivare ad annullare il margine di vantaggio (ai sei voti in più sulla carta se ne possono aggiungere due ex M5S e un paio di senatori eletti all’estero), potrebbe risultare decisivo l’atteggiamento del centrodestra. Fdi e Fi, infatti non hanno fatto ostruzionismo e hanno presentato emendamenti mirati.

Ignazio La Russa (Fdi), pur protestando, per lo svuotamento di ’Strade sicure’, ha fatto capire che prima di sparare a zero contro il decreto e votare contro sarà necessaria una valutazione in sede politica con Giorgia Meloni. E all’Adnkronos il vice presidente vicario Lucio Malan ha esplicitato che l’opposizione resta sui contenuti e Fi non agisce solo “fare dispetto al governo”. Insomma, sempre che non venga posta la fiducia, il decreto sembrerebbe contare su un atteggiamento non pregiudizialmente ostile da parte del centrodestra.

“Il Decreto Sicurezza è in bilico perché i parlamentari Cinquestelle non lo vogliono votare? Sono cose che succedono quando si procede con una maggioranza che non condivide una visione comune e gli stessi valori. Valuteremo il testo in Parlamento senza pregiudizi, come abbiamo sempre fatto. Una cosa è certa: Forza Italia – spiega tuttavia Mara Carfagna in una nota – non sarà la ruota di scorta di nessuno”.

Caso Ischia imbarazza i 5S

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Scoppia la grana ’condono’ in casa M5S per la sanatoria degli abusi edilizi a Ischia, prevista del decreto Genova. Attualmente alla Camera, il provvedimento avrebbe creato forte imbarazzo all’interno del Movimento, mettendo in difficoltà i vertici, tant’è che i malumori sono emersi in occasione del voto sugli emendamenti all’articolo 25: alcuni parlamentari, infatti, hanno deciso di lasciare l’Aula per disertare la votazione. A complicare il quadro per i pentastellati l’atteggiamento di Fi, pronta ad astenersi non solo sul punto, ma su tutto il dl. Per bloccare i maldipancia e gettare acqua sul fuoco Luigi Di Maio è costretto a intervenire sui social a fine giornata. Con un post su Fb il vicepremier lancia ’’l’operazione verità’’ per precisare, in tre punti, che ’’il MoVimento 5 Stelle è contrario a ogni condono, ma non può cancellare gli effetti di quelli approvati dai governi passati”.

“Nel decreto emergenze -assicura il leader pentastellato- non c’è nessun condono: prevediamo soltanto che i terremotati di Ischia che aspettano una risposta da anni la ricevano entro 6 mesi’’. E ’’se la richiesta viene negata, il proprietario dell’edificio non riceverà fondi per la ricostruzione”. Nessun ’’passo indietro sul fronte della legalità”, garantisce Di Maio, ma ormai la frittata e fatta. E i maldipancia interni restano. Anche perché l’immagine data ai propri elettori, avvertono alcuni esponenti M5S, è quella di un “vero e proprio asse con Forza Italia, da sempre favorevole a una sanatoria nell’isola”, con il placet della Lega.

Il Pd coglie l’occasione lanciare l’affondo e in Aula Ettore Rosato tuona: ’’Con questo decreto M5S sta buttando al mare la parola onestà. Resta solo l’ipocrisia e la disonestà che state facendo diventare legge…’’. Alle sue parole i colleghi urlano ironicamente in coro “Onestà, onestà!’’. Fi gongola e replica: ’’Ancora una volta le giravolte di finto moralismo del Pd: in Aula si dichiara contro i condoni, in Campania finge di essere a favore per poi consentire la sanatoria in occasione del terremoto in Emilia’’. E ancora, scrivono i tre deputati azzurri Carlo Sarro, Paolo Russo e Antonio Pentangelo: ’’M5S non è da meno: promuove una definizione delle pratiche da condonare, ma rende la norma inintellegibile e la proceduta tanto farraginosa da condannarla all’inefficacia’’.

Fi bacchetta anche il Carroccio: ’’Ovviamente anche la Lega ha la sua parte in commedia: getta la pietra ’del dagli al condono’ e nascone la manina!’’. Sarro respinge al mittente l’accusa di essere da sempre ’condonisti’ e spiega all’Adnkronos: ’’Abbiamo sostenuto da 10 anni le ragioni della sostenibilità del condono come unico rimedio per affrontare e risolvere il problema campano, non solo di Ischia, ma -aggiungo- del Mezzogiorno e di altre Regioni d’Italia che ugualmente sono interessate al fenomeno dell’abusivismo. Questo che impropriamente viene chiamato condono, previsto dal dl Genova, riguarderebbe i Comuni dell’Isola di Ischia che costituiscono l’area del terremoto, ovvero, Casamicciola, Lacco Ameno e una parte del territorio comunale di Forio”.

Di fatto esiste un asse tra Fi e M5S? ’’C’è semplicemente che i Cinque stelle e, anche la Lega, sono venuti sulle nostre posizioni, Fi non ha fatto asse con nessuno’’, ribatte Sarro che aggiunge: ’’Abbiamo solo ribadito quelle che sono le nostre ragioni proposta da 10 anni, attraverso ddl emendamenti e le nostre battaglie politiche”.

Come andrà a finire il caso Ischia? ’’Purtroppo, nonostante il nostro sforzo e apporto collaborativo con gli emendamenti, arriveremo ad una norma che sarà scritta male e creerà non pochi problemi. Ciò che conta -sottolinea Sarro- è che passa il principio che il condono ha dignità come istituto giuridico, e soprattutto, costituisce la vera misura per risolvere questo problema’’. Il forzista Russo osserva: ’’Non c’è un emendamento che preveda l’abbattimento delle case abusive. Scusate, se non c’è il condono e non c’è l’abbattimento, insomma che volete fare?’’.

Pd, Martina si è dimesso

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Maurizio Martina si è dimesso da segretario del Pd. “Caro Presidente – si legge nelle lettera di dimissioni invita al presidente dem, Matteo Orfini – dopo il nostro Forum nazionale tenuto a Milano il 27 e 28 ottobre scorsi ritengo assolto il mandato affidatomi dall’Assemblea nazionale il 7 luglio quando, eleggendomi, indicava per la mia segreteria una serie di obiettivi utili alla ripartenza del Pd dopo la sconfitta elettorale di marzo. Faccio quindi seguito agli impegni presi, dimettendomi dall’incarico di segretario”.

“E chiedendoti – prosegue Martina – di poter convocare a breve l’Assemblea stessa per gli adempimenti conseguenti. Fino a quel momento garantirò ovviamente per la mia parte un ordinato lavoro di tenuta in attesa delle nuove deliberazioni”.

“Ritengo che in questi mesi complessi il nostro lavoro abbia aiutato a impostare il percorso d’impegno necessario ai democratici dall’opposizione all’alternativa alle forze che oggi governano pericolosamente il Paese. Siamo tornati in tanti territori, abbiamo cercato di rilanciare l’idea di un partito fianco a fianco alle persone che vogliamo rappresentare, pensando prima di tutto a chi ha di meno e a chi sta peggio. Con la manifestazione di Piazza del Popolo a Roma abbiamo dato voce alla comunità democratica che vuole combattere per un’Italia migliore. Con il Forum di Milano abbiamo cercato di mettere in chiaro gli impegni del nostro riformismo radicale: emancipazione, cittadinanza, ecologia, Europa”.

“Sono davvero convinto – prosegue Martina – che lo spazio dell’alternativa nel paese sia largo e che tocchi ora al Pd muovere l’iniziativa in modo aperto, unitario e plurale. Oggi è giusto definire la nuova fase di questo percorso pensando innanzitutto alle prossime scadenze elettorali e in particolare alle cruciali elezioni europee di fine maggio 2019. Ne va del destino europeo e della nostra democrazia.

“Colgo l’occasione per ringraziare te, la presidenza, e tutti i componenti dell’Assemblea nazionale per la collaborazione e l’impegno garantito in questa fase molto particolare della vita del nostro partito. Mi piace ricordare uno dei messaggi più forti incontrati in questi mesi di lavoro intenso e appassionato: noi siamo somma, non divisione. Lo dobbiamo alle donne e agli uomini del Partito Democratico e lo dobbiamo all’Italia”, conclude Martina.

“L’Assemblea verrà convocata nei prossimi giorni e le primarie, verosimilmente, si terranno entro febbraio”, ha spiegato il presidente del Pd Matteo Orfini lasciando il Nazareno dopo la segreteria del Pd.

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31 Ottobre 2018