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Conte: “Tria? Mi fido di tutti i ministri”

Conte: “Tria? Mi fido di tutti i ministri”

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Le polemiche sull’audio di Rocco Casalino? “Lasciano il tempo che trovano”. La manovra, invece, “non deve essere miracolosa, ma laicamente coraggiosa, utile al Paese. Coraggiosa più che miracolosa”. Deve essere “seria, razionale, ben costruita, ben impostata”. Da San Giovanni Rotondo, dove è arrivato per le celebrazioni per Padre Pio, il premier Giuseppe Conte risponde così alle domande dei cronisti.

Conte conferma piena fiducia al ministro dell’Economia: “Fiducia in Tria? “Massima fiducia, io ho fiducia in tutti i miei ministri, ho fiducia in tutti coloro che stanno lavorando alla manovra, non solo ministri ma a tutti i livelli. Poi per carità ho letto qualche polemica, ma lasciano il tempo che trovano” assicura il premier. “Le strutture burocratiche, le strutture amministrative sono a servizio delle iniziative che facciamo quindi c’è un dialogo serrato e tocca a noi indirizzarle, dare indicazioni politiche e sollecitare le risposte tecniche che sono funzionali per realizzare il nostro programma” spiega Conte rispondendo a chi gli domanda se la burocrazia remi contro la manovra.

A San Giovanni Rotondo, dove ha tratto “tanta energia, anche morale, per proseguire nelle attività di governo che stiamo portando avanti”, il premier Conte, incalzato dalle domande dei cronisti, invita ad andare “oltre sterili polemiche che di certo non aiutano. Invece siamo tutti concentrati -i ministri, i responsabili politici, le strutture tecniche- per varare questa manovra”. Una manovra, sottolinea il presidente del Consiglio, che “vogliamo fare negli interessi dei cittadini”. “Realizzeremo tutti i punti significativi del programma che abbiamo annunciato – assicura Conte – scrivendoli nel contratto di governo”.

“Siamo consapevoli, ovviamente – aggiunge il presidente del Consiglio – che bisogna intervenire per tagliare gli sprechi e le spese improduttive. Stiamo confezionando un prodotto che non solo dal punto di vista tecnico sarà ben valutato, confidiamo, ma soprattutto risponderà ai bisogni di cittadini”. Quanto al reddito di cittadinanza solo agli italiani, annunciato dal vicepremier Luigi Di Maio, Conte sottolinea: “Stiamo valutando tutti gli aspetti e le implicazioni tecniche”.

In pensione con 36 anni di contributi

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Al momento è solo un’ipotesi. Ma presto potrebbe prendere corpo l’idea di anticipare la pensione con un minimo di 36 anni di contributi previdenziali. Mentre il vicepremier Matteo Salvini punta “al massimo” a 62 anni di età e 38 di contributi, al Tesoro si starebbe lavorando su 64 anni e 36 di contributi. Un’ipotesi, quella delle riforma delle pensioni con ’quota 100’ – con un minimo di 62 anni di età e 36-37 anni di contributi – che sembra prendere forza. L’anticipo della pensione con un minimo di 36 anni di contributi interesserebbe nel 2019 una platea di circa 400mila persone in più rispetto alle regole attuali.

Durante il vertice sulla manovra che si è tenuto giorni fa a Palazzo Chigi, uno dei punti chiave tra quelli affrontati è stata la riforma delle pensioni. La Lega ha confermato la cosiddetta ’quota 100’ (62 + 38), con l’obiettivo si superare l’attuale legge Fornero. E in un’intervista rilasciata al ’Messaggero Veneto’, Salvini ha messo l’accento sui provvedimenti che consentiranno di smontare la legge realizzata dall’ex ministro al Welfare durante il governo Monti. La riforma del sistema previdenziale, ha assicurato Salvini, “consentirà a 300-400mila persone di andare in pensione liberando altrettanti posti di lavoro”.

Berlusconi, nuova discesa in campo

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“Io candidato alle europee? “Penso di sì, è ciò che mi chiedono tutti. E poi, se dobbiamo salvare l’Italia, bisogna cominciare a fare le cose sul serio”. Colpo di scena al termine della kermesse azzurra di Fiuggi, dove Silvio Berlusconi è tornato a parlare dell’alleanza del centrodestra, senza risparmiare stoccate al governo gialloverde e al compagno di coalizione Salvini. L’annuncio ufficiale del Cav arriva all’uscita del Grand Hotel Palazzo della Fonte in una breve risposta ai cronisti. D’altra parte, fiume in piena sul palco, il capo di Forza Italia lo aveva già detto. “Sarò in campo alle prossime elezioni per salvare anche io il paese che amo”, annunciava, per poi scandire: “Dobbiamo aprirci a quegli altri italiani che in definitiva la pensano come noi e questa volta sono rimasti a casa o hanno espresso un voto di protesta. Dobbiamo ritornare ad avere un voto importante e che faccia ancora di noi la prima forza politica in Italia”.

Nel corso dell’intervento del leader azzurro a chiusura della tre giorni organizzata da Antonio Tajani, Berlusconi aveva sottolineato come il vertice del centrodestra a Palazzo Grazioli “ha confermato che la coalizione è definitiva per tutti e tre i partiti”. Però, aveva anche sottolineato, “Salvini ha delle uscite che non sono gradevoli e accettabili da perte nostra. Forse deve tentare di non far scoppiare un diverbio assoluto con i Cinque Stelle, quel diverbio che noi auspichiamo anche presto”.

“Ci troviamo a fare i conti con questo governo dove ci sono due squadre – aveva detto Berlusconi- una, quella della Lega, che si è presentata agli elettori con un programma scritto al 95 per cento da noi, e l’altra, il M5S che si sta rivelando come un erede della peggiore sinistra del Novecento”. Il leader azzurro parla del Movimento come di un “nemico dello sviluppo, delle imprese, delle infrastrutture, ferocemente giustizialista, propenso a un ritorno delle nazionalizzazioni, critico in modo assoluto nei confronti della Ue”. Quindi rincarava la dose: “Il decreto dignità non ha niente di dignitoso. Ha rivelato che questo governo, e soprattutto i 5 Stelle, sono nemici delle imprese e del mercato“.

L’ex Cav non ha risparmiato poi un attacco a Rocco Casalino, dopo l’audio nel quale il portavoce di Palazzo Chigi insulta e minaccia i tecnici del ministero dell’Economia. “Francamente in una democrazia con le regole consuete il signor Casalino dovrebbe starne fuori con la valigia in mano – osserva Berlusconi -. Oltre a offendere i funzionari del ministero ha minacciato il loro allontanamento ove non trovassero i soldi” per il reddito di cittadinanza.

Sul fronte manovra, che il governo si prepara a varare, il Cav è stato netto: “Se con la legge di bilancio prossima dovessero introdurre un aumento del deficit rispetto a quanto concordato con l’Europa le agenzie di rating ci declasserebbero” e “sarebbe un disastro. Purtroppo quello che io ho sentito dalla Bce è che questo rischio è molto elevato”.

In particolare, Berlusconi ha pungolato la Lega, chiedendo al Carroccio di “dimostrarsi coerente con gli impegni elettorali del centrodestra” e in particolare di allargare la platea dei destinatari della flat tax. “La flat tax – si legge nel testo del discorso dell’ex premier, consegnato alla stampa – non può riguardare solo alcuni e non altri, solo determinate categorie o soglie di reddito. Non può neppure prevedere aliquote diverse, altrimenti non è una flat tax, una tassa piatta, viene meno la logica stessa di questo tipo di imposizione”.

In nessun paese al mondo“, rincarava il leader di Forza Italia, “si chiama flat tax uno strumento fiscale che non riguardi tutti i contribuenti, e che non venga applicata a tutti con la stessa aliquota. Su questo il nostro impegno con gli elettori è stato ed è chiarissimo”.

Nel corso del suo intervento l’ex premier ha preferito andare a braccio. Ma nel testo per la stampa, sul tema della manovra, spiegava: “Se si deve usare il deficit lo si usi per qualche cosa di serio che crei ricchezza, che crei lavoro. La risposta del vicepremier grillino è caratteristica del loro dilettantismo: chiedere al Tesoro più soldi e – di fronte alle resistenze del ministro Tria che non vorrebbe sfasciare i conti pubblici – minacciare di cacciarlo. Trattano il ministero dell’Economia come un bancomat da cui prendere i denari di cui hanno bisogno per finanziare le loro promesse elettorali“.

In 6 anni spariti oltre 50mila negozi

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La liberalizzazione del commercio introdotta dal governo Monti, concedendo la facoltà ai negozianti di stare aperti 24 ore su 24 per 365 giorni l’anno, domeniche e festivi compresi, ha contribuito, in 6 anni, alla chiusura di 55.951 negozi di piccole e medie dimensioni, con superfici inferiori ai 400 mq. Ma non solo, nello stesso periodo che va dal 2011 al 2017, i megastore, al contrario, sono aumentati di oltre 2.400 unità in Italia. E’ quanto emerge da un’elaborazione condotta da Confesercenti su dati Istat e Mise per l’Adnkronos in vista del round di audizioni che si svolgerà a partire da martedì prossimo, il 25 settembre, alla commissione Attività produttive della Camera, su cinque proposte di legge in tema di liberalizzazioni per abrogare o modificare le norme contenute dal decreto Salva Italia.

In particolare, la Confesercenti rileva che con la totale “deregulation” degli orari e dei giorni di apertura, complice naturalmente il calo dei consumi delle famiglie, ad aver subito il maggiore contraccolpo sono stati soprattutto gli esercizi commerciali di dimensioni più piccole: quelli con una superfice inferiore ai 50 metri quadri hanno registrato 31.594 chiusure; a seguire quelli tra i 50 e 150 mq con – 22.873. Perdite di gran lunga inferiori per i negozi tra 150 e 250 mq (-754) e tra 250 e 400 mq (-730). In controtendenza risultano quindi i megastore con 2.419 nuove aperture.

Lo scenario si riflette, di conseguenza, sulle quote di mercato dei consumi commercializzati. La Gdo nei 6 anni considerati ha guadagnato 7 miliardi pari ad un incremento di circa il 3% a danno dei piccoli. Nel 2011 infatti la Gdo aveva una quota di mercato pari al 57,7%, salita nel 2016 al 60,2%, laddove il comparto ’tradizionale’, nel medesimo periodo, è passato dal 29,8% al 27,2%. In crescita anche il commercio online che ha guadagnato il 2,5 punti percentuali passando da una quota dell’1,9% al 4,4%. Mentre altre forme di commercio hanno perso terreno passando dal 10,6% a 8,2%.

La liberalizzazione inoltre, secondo l’indagine di Confesercenti, ha inciso negativamente sull’occupazione complessiva del settore senza creare posti di lavoro aggiuntivi: tra il 2012 e il 2016 infatti, gli occupati del commercio sono passati da 1.918.675 a 1.888.951 con una perdita di 29.724 posti di lavoro.

Un calo dovuto soprattutto alla morìa di piccoli negozi. A spingere il dato verso il basso è infatti il crollo dei lavoratori indipendenti, cioè imprenditori e collaboratori familiari, che in questi quattro anni sono diminuiti di oltre 62mila unità, e la flessione degli esterni (imprenditori della consulenza e altro, che appoggiavano la rete dei negozi di vicinato) che invece perdono oltre 17mila posti di lavoro. Un’emorragia di occupazione che la crescita dei dipendenti (+47mila) e dei lavoratori temporanei (oltre 3.400 in più) non è riuscita a compensare.

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24 Settembre 2018