È stata uccisa Karina Garcia Sierra, la candidata sindaca di Suarez

Sognava di cambiare il suo Paese

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Desiderava diventare la prima donna sindaca della sua città. Voleva dare il suo contributo per rendere il suo Paese libero dal dominio dell’oro verde.

Karina Garcia Sierra, trentuno anni, candidata del partito liberale a sindaco di Suarez, nel sud-ovest della Colombia, è stata, invece, uccisa assieme ad altre cinque persone che erano con lei. L’auto blindata su cui viaggiava insieme alla scorta e a sua madre Otilia Sierra, è stata crivellata di colpi e poi data alle fiamme. È accaduto domenica sera, 1 settembre.

Lo scorso 27 luglio Karina García aveva ricevuto l’approvazione del Partito liberale, che aveva riconosciuto il suo precedente lavoro e si era affidato a lei perché diventasse il nuovo sindaco di Suarez.

Karina era un avvocato dell’Università di Santiago de Cali, decisa a mettere la sua istruzione e il suo coraggio al servizio del Paese. Solo qualche mese fa, il 1° luglio, aveva conseguito un nuovo titolo di studio, la laurea come specialista in contratti di stato presso l’Università Externado.

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"Grazie a tutti coloro che hanno fatto parte di questo risultato. A mia mamma e mio papà, infiniti ringraziamenti per avermi insegnato per tutta la vita quanto sia importante studiare … la migliore eredità che possiamo lasciare ai nostri bambini è un titolo da difendere … l’educazione deve essere il nostro miglior strumento", scriveva la bella Karina sulla sua bacheca di Facebook postando diverse fotografie che ritraevano la gioia di quel momento.

Karina Garcia Sierra era molto nota per il suo impegno in politica. Amava circondarsi di giovani e il suo ritratto, rivela l’immagine di una donna appassionata, una madre amorevole, legatissima alla famiglia. Amante della natura, nutriva innumerevoli passioni tra cui spiccava quella per i cani, ma il suo sogno più grande era di certo, diventare il primo sindaco donna di Suárez.

Quel percorso era però da sempre stato segnato dall’ostilità. Minacce, in parte velate e poi, infine, quei manifesti dipinti di nero che non lasciavano presagire nulla di buono.

Naturalmente, a ben poco è valsa la denuncia cautelativa fatta nei confronti di un gruppo armato su cui Karina, nutriva forti sospetti, ed ha miseramente fallito il programma di protezione, deciso dal governo, che non ha saputo compiere la sua funzione.

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Nonostante le minacce, la candidata sindaco ha viaggiato per tutto il tempo della campagna elettorale, incontrando persone, tenendo comizi, e anche domenica scorsa non si è sottratta ai suoi impegni che la obbligavano ad attraversare quel distretto, notoriamente presidiato da dissidenti delle FARC. Viaggiava con altre sei persone su quell’auto blindata che si è trasformata nella sua trappola di morte.

Subito dopo l’incidente, la polizia ha raccolto e reso la testimonianza di una delle guardie del corpo, l’autista, unico sopravvissuto all’attacco:

“La guardia del corpo è ferita e si trova all’ospedale di Suárez. Il testimone dichiara che hanno lanciato due granate contro il veicolo in movimento e poi li hanno attaccati con esplosioni di fucile. Lui è riuscito ad aprire lo sportello dell’auto blindata e a lanciarsi fuori, mentre gli altri occupanti sono rimasti bloccati in auto e avvolti dalle fiamme."

Il governatore del Dipartimento di Cauca, Oscar Campo, a pochi minuti dalla notizia della strage ha subito ricordato che Suárez è circondata da colture e laboratori per la cocaina e che nel territorio è attivo un gruppo dissidente delle FARC, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia e la banda criminale dei «Los Pelusos».

Lo stesso governatore, sin dall’inizio ha dichiarato che era troppo presto per stabilire con certezza chi fossero i responsabili del massacro, ma di certo non si escludeva un ruolo attivo dell’ex formazione guerrigliera tornata in cima alle cronache per l’annuncio di alcuni comandanti di voler aprire una "nuova fase della lotta armata".

Si tratta di un cambiamento che sopraggiunge dopo quell’accordo di pace, siglato nel 2016 a L’Avana, Cuba, accordo che aveva messo fine a 52 anni di ostilità tra lo stato colombiano e l’organizzazione guerrigliera comunista, in cui erano morte 260mila persone.

Ed è di queste ultime ore la notizia che le indagini della strage di Suarez si starebbero indirizzando proprio verso la costellazione della FARC e che il ministro dell’interno colombiano Guillermo Botero abbia messo una taglia di 150 milioni di pesos (circa 30 mila euro) per chi offra informazioni su due suoi componenti: Mayimbù e Marlon.

Parallelamente alla strage di Suarez le autorità locali segnalano inoltre che lo scorso sabato, nella stessa provincia sono state trovate altre tre persone assassinate e, nella notte di domenica, tre nuovi cadaveri con la testa avvolta in sacchi di plastica.

Questo è dunque il clima che si respira in prossimità delle elezioni che si terranno in Colombia il prossimo 27 ottobre per le nomine di sindaci, governatori e legislatori locali e a quanto pare a nulla valgono gli sforzi del presidente Ivan Duque volti a stemperare la tensione.

Donald Trump è passato, nel giro di pochi mesi, dal definirlo “bravo ragazzo” a ritenerlo responsabile dell’aumento del traffico di stupefacenti negli Stati Uniti.

Il delitto politico di Karina Garcia Sierra che avviene due mesi prima delle elezioni regionali, scuote dunque la popolazione colombiana al pari di una scossa di terremoto che arriva in un luogo già disastrato dal sisma.

Com’è tristemente noto, il narcotraffico ha sempre avuto in Colombia una influenza diretta nella vita politica, sociale ed economica del Paese segnato da conflitti armati interni di gruppi insurrezionalisti, paramilitari e dalla criminalità organizzata.

Questa corsa all’arricchimento “facile” è stata agevolata da vari dirigenti nazionali, accusati di alleanze con gruppi di narcotrafficanti per ottenere a loro volta potere politico ed economico.

Eppure non è stato sempre così.

All’inizio, l’uso delle foglie di Erythroxylum coca era limitato ad alcune comunità indigene dell’America meridionale. Faceva parte della cultura di quei popoli concedersi il piacere di consumare quell’erba, ed era permesso proprio così come in alcuni Stati anche europei, è oggi consentito fumare erbe proibite altrove.

Si trattava, insomma, di un fenomeno ammesso e circoscritto, ma negli anni ’60 e ’70, la forte domanda di sostanze stupefacenti proveniente dal mercato mondiale ne incrementò la produzione e da allora, ogni cosa non fu più la stessa.

Dall’uso circoscritto che contraddistingueva lo stile di vita di alcune popolazioni contadine, il fenomeno cominciò ad assumere dimensioni preoccupanti al punto da rendere necessario emanare nuove leggi volte a condannare chi coltivasse, commercializzasse o distribuisse la droga.

In forte contrapposizione a tutto questo, i Peace Corps insegnavano nel contempo ai contadini la fabbricazione della cocaina.

Tracciare i vari passaggi della lotta ai narcotrafficanti non è cosa semplice. Di certo, per risalire all’origine della trasformazione del Paese segnata da un’escalation di violenza mai registrata prima, bisogna ritornare all’aprile dell’84, periodo in cui Pablo Escobar, leader del Cartello di Medellin, ordinò l’assassinio del Ministro della Giustizia Rodrigro Lara Bonilla, “reo” di aver denunciato attività illegali dopo la scoperta di un laboratorio di coca a Tranquilandia.

Quel primo accertato omicidio fu la ragione sufficiente affinché il governo, guidato da Belisario Betancur, attivasse in maniera immediata la Legge di Estradizione contro i narcotrafficanti, avendo così uno strumento utile a combattere la fabbricazione, il traffico e la detenzione di stupefacenti.

Il dilagare del fenomeno su così larga scala, preoccupò non poco gli Stati Uniti e alcuni Paesi dell’Europa che, per contrastare il fenomeno, assicurarono alla Colombia aiuti logistici e finanziari.

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Il culmine della lotta ai narcotrafficanti si mise in pratica nel Piano Colombia, un piano che mirava a combattere anche i gruppi armati illegali.

Nella cruenta lotta per il predominio dei forti interessi legati alla droga, a Medellin, in quegli anni, interi gruppi di narcotrafficanti furono decimati nelle guerre interne, ma il suo esponente più violento, Pablo Escobar e la sua stretta cerchia di parenti e amici sopravvissero a lungo diventando, di fatto, i nuovi ricchi della Colombia.

Ancor oggi la Colombia, continua a essere tra i più grandi Paesi nella produzione di cocaina con approssimativamente il 70% del totale del commercio a livello mondiale e il 90% della lavorazione.

Carichi di foglie continuano con regolarità ad arrivare ai laboratori nel sud del Paese, dove viene processata e poi ridistribuita dalle mafie locali negli Stati Uniti.

I narcotrafficanti colombiani, col passare del tempo, oltre che brillanti imprenditori, sono diventatati anche autori di un’ondata di destabilizzazione sociale e violenza in tutto il Paese, necessari a proteggere la natura illecita della propria attività.

Contro di tutto questo, consapevolmente, come un’eroina moderna ha voluto combattere la coraggiosa Karina, una donna che, oltre a un profondo senso di giustizia, è stata probabilmente animata dal desiderio di vedere suo figlio crescere in un posto migliore.

Per quei delinquenti incalliti, uccidere lei, giustiziarla ancor prima delle elezioni, è stato facile. Proprio come sparare sulla Croce Rossa.

Gianmatteo Ercolino

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