“ANNA CHE MENTRE COMBATTE NON E’ SOLA”

La malattia e la rinascita nel segno del “cancro prêt-à-porter”

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“Cancro”: un termine che, al solo pensiero, fa trasalire, perché associato alla ormai obsoleta dicitura che lo dipinge come un “male incurabile”. Una patologia a cui si guarda con terrore, di cui si evita di parlare se non in termini strettamente scientifici, con quel freddo linguaggio burocratico di chi si allontana dalle tempeste della vita sperando di non esserne travolto. Solo chi ha percorso con le proprie gambe e uno spirito da guerriero l’impervia strada della malattia ne conosce i retroscena, spesso distanti anni luce dagli stereotipi che associano la malattia a una condizione di assoluta miseria e sofferenza: lo sa bene Paola Olmi, giornalista del Resto del Carlino e autrice del romanzo semi-autobiografico “Anna che mentre combatte non è sola” (2014, casa editrice Cattedrale). Il libro, che rientra nella categoria della medicina narrativa, è un viaggio alla scoperta del sé attraverso la malattia, nella “consapevolezza di come la salute sia un dono, e la malattia uno stato comune ai più”.

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Chi è Anna, protagonista del Suo romanzo?

cms_7919/2.jpgAnna è una donna che vive il quotidiano in modo straordinario, come tutte le persone che si trovano di fronte a un problema. In questo caso, si tratta anche del mio alter ego: il mio è una sorta di docu-romanzo, in cui tutto ciò che sembra finzione è realtà e tutto ciò che sembra vero è invece pura fantasia. A volte il quotidiano è superiore alle aspettative, all’immaginazione...

"Imparare a mettersi in sintonia con l’accadere degli eventi e accettarli tutti è come apprendere una nuova lingua". Come si può accettare il flusso di avvenimenti negativi al momento della devastante diagnosi?

Come può un salmone andare controcorrente? Non è possibile, ciascuno di noi deve per forza di cose seguire il flusso degli eventi, poiché contrastarlo porterebbe solo a ulteriori problemi. Io sono convinta che la vita sia un mistero, e che le situazioni negative in cui ci imbattiamo lungo il cammino possano essere sfruttate come trampolino di lancio verso una rinnovata consapevolezza, verso una forza mai sperimentata prima. Sono solita allontanarmi un po’ dalle persone che ricercano una vita perfetta, a loro misura, perché non è affatto così che vanno le cose...A tal proposito, mi piace citare una frase del celebre Khalil Gibran, che recita: “Quanto più a fondo vi scava il dolore, tanta più gioia potrete contenere”.

"Le sfuggono ancora molte parole ma ha la sensazione di non essere mai stata sola, neanche durante la sua temporanea assenza dal mondo". Quali presenze percepisce Anna nel corso dell’intervento chirurgico per l’asportazione del tumore?

La mia storia dimostra che da soli non si può raggiungere alcun obiettivo, nel momento in cui si deve affrontare un ostacolo così grande: di qui l’emblematico titolo che ho scelto per la mia opera. Anna, per sua fortuna, ha trovato gente che ha saputo restarle vicina durante tutto il percorso, in primis la famiglia e gli amici. Inoltre, la protagonista non si sente sola perché il suo cuore abbraccia, anche nel corso della malattia, un grande dono: la fede. Anna si è “affidata” e “fidata”: affidata a Dio, grazie a quella religiosità che non è “caduta dal cielo” ma che lei stessa ha saputo costruire, pezzo dopo pezzo, anche e soprattutto nelle difficoltà; “fidata” dei medici che l’hanno presa in cura.

Vi svelo un dettaglio che non rientra nella trama del mio libro: ho una carissima amica che lavora a Houston, è uno dei numeri uno in un grosso centro per la cura dei tumori. Appena le ho comunicato l’infausta notizia, mi ha invitata a prendere il primo aereo e raggiungerla, dicendomi che si sarebbe occupata personalmente del mio caso. Io però ho preferito la mia famiglia: i miei figli, mio marito, i miei genitori. Ho scelto di affidarmi ai medici della mia città, Macerata, e ho scoperto che i protocolli erano identici. Inoltre, grazie alla tecnologia, abbiamo stabilito un collegamento tra il Texas e l’Italia, mettendo a punto una terapia su misura per me.

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Tagli alla sanità: Anna ne parla velatamente raccontando del suo tragitto verso la sala operatoria, su una barella spinta da un solo infermiere. Qual è il Suo parere in merito a un problema che, purtroppo, si rivela essere sempre attuale?

Il problema certamente è tangibile e va risolto al più presto, tuttavia la mia storia è una perfetta testimonianza di quella che è l’altra faccia della medaglia: la buona sanità, che cura e guarisce. Nonostante abbia subito cinque interventi e sia in attesa di altri, posso dire che il mio percorso è stato positivo. Sarebbe troppo facile evidenziare solo le carenze del nostro sistema. La mia speranza è che gli Oss, gli infermieri, i volontari e i medici possano trovare il tempo per ascoltare il paziente e comprendere le sue esigenze, un passaggio fondamentale nel percorso di cura. Spero che si punti sempre più ad una “medicina umanistica”, piuttosto che al freddo marketing aziendale che è alla base di quella che oggi chiamiamo “malasanità”.

Il più potente alleato di Anna, paradossalmente, è proprio la chemioterapia. Cosa ne pensa delle medicine alternative che si sono diffuse negli ultimi anni, portando alla morte tanti malati?

Molti miei conoscenti, perlopiù volti noti, si sono affidati alle medicine alternative perché spaventati dall’idea dei capelli che cadono, del viso e del corpo che si trasformano sotto i colpi della chemio. Hanno preservato il loro aspetto fisico, su cui avevano fondato parte del proprio successo, fin quando la morte non se li è portati via. Il mio appello è quello di seguire i protocolli forniti dagli ospedali perché, seppur senza una certezza matematica, dal cancro si può guarire e si guarisce sempre più. In media, una donna su 8 si ammala di tumore al seno, e nei prossimi anni la percentuale andrà crescendo progressivamente. La cosa fondamentale, però, è che anche il numero di guarigioni sta esponenzialmente aumentando.

Per sconfiggere la malattia attraverso le terapie tradizionali è necessario spezzare tutti i tabù ad essa legati: anni fa negli ospedali si nascondeva la scritta “chemioterapia” e si evitava di pronunciare la parola “tumore”, specialmente in presenza del malato. Le stanze adibite a chemioterapia erano spoglie, grigie, sembravano gelide anticamere di obitori. Oggi invece i reparti oncologici sono sempre più “a colori”, sostenuti dalla forza dei legami che si creano tra i pazienti sottoposti agli stessi protocolli di cura. Non ha senso negare e nascondere il dolore, poiché così facendo si sottopone il malato a ulteriori ostacoli.

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Come descriverebbe quella "saggezza amalgamata a prudenza istintiva" che il cancro dona alle proprie vittime? Si può accettare la malattia come se fosse un dono?

Di certo, se non ci fosse la malattia questo sarebbe un mondo migliore. Tuttavia, dobbiamo comprendere e accettare il fatto che la nostra società sia composta prevalentemente da malati, poiché quasi tutti soffriamo di una qualche patologia più o meno grave. Accettarla come un dono è difficile. Io ci sono riuscita “vestendomi” del mio cancro, indossandolo e rendendolo, per citare le parole del mio libro, una malattia “prêt-à-porter”. Dopo la diagnosi, superata la fase di panico e pianto, sono uscita alla ricerca di un libro sull’argomento, ma nessuno dei volumi esposti parlava di tumore come lo intendevo io. Tutti inveivano contro il cancro, etichettandolo come “la bestia”, insultandolo. Penso che questa non sia la maniera adatta di affrontare qualcosa che, in fin dei conti, è dentro di noi, fa parte del nostro corpo. Ho cominciato ad ascoltare la mia malattia, accettandola nel corpo e nello spirito, alla luce dei miei ideali, dei miei progetti futuri, della mia fede e del profondo amore che nutro nei confronti della mia famiglia.

"Il cancro si comporta in modo maledettamente democratico". Una frase che colpisce dritto al cuore, portandoci alla consapevolezza che nessuno è immune da questo male. Come si affronta la paura di ammalarsi, prima ancora di qualsiasi diagnosi?

La paura di ammalarsi fa parte di noi, perché implica la paura di un futuro ignoto. E’ naturale temere la malattia, specialmente per chi è giovane e ha sempre goduto di buona salute. A mio parere, c’è da accettare innanzitutto l’idea della morte, aiutandosi con la fede e con la consapevolezza che, magari, dopo questa vita si possa abitare un mondo migliore, eterno. La malattia, poi, va affrontata senza pregiudizi: si pensa sempre che possa costituire il periodo più brutto della propria esistenza, ma in molti casi non è così. C’è chi, come me, ne è uscito rigenerato e rafforzato. Qualcuno mi ha detto che durante la terapia è riuscito a comprendere aspetti della vita che, forse, senza la malattia non avrebbe mai potuto esplorare. Io sono felice di essermi ammalata principalmente per un motivo: ho sempre voluto scrivere un libro, ma non ho mai trovato un argomento degno di essere raccontato. Poi è arrivato il cancro e ho capito che quella era l’occasione giusta, scoprendo la scrittura nella sua funzione catartica e terapeutica. Ho seguito questa passione scrivendo un altro libro di medicina narrativa, intitolato “Marco e l’arcobaleno”. Scritto in prima persona da un 14enne affetto da una patologia respiratoria, il romanzo si apre con una frase che rappresenta il fil rouge del mio progetto letterario: “se non piovesse, non potrei vedere l’arcobaleno”.

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"Anna, nel suo vivere quotidiano, si rende sempre più conto di quanto sia ragionevole e giusto sperare, anche contro ogni speranza". Qual è il Suo messaggio di speranza verso tutti coloro che stanno affrontando la malattia o stanno accudendo un familiare affetto da tumore?

Mi rivolgo specialmente ai familiari dei malati che, incontrando il cancro solo in maniera indiretta, sono soggetti a uno spaesamento ancora più forte: non lasciate soli i vostri cari, anche laddove vi venga espressamente richiesto. Quella che si manifesta come rabbia è, in realtà, solo paura di un futuro da affrontare chiusi nel proprio solitario dolore: bisogna perciò superare quel naturale senso del pudore che spesso ci blocca e, dolcemente, spingere il malato ad aprirsi. Il segreto sta nel combattere insieme a denti stretti, senza abbattersi mai. In fondo, possiamo definirci quasi tutti “malati”, chi nel corpo, chi nello spirito. C’è da conviverci, nella convinzione che “malato è bello”, in quanto la malattia fa parte di quella meravigliosa creatura che è l’uomo.

Federica Marocchino

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