“A metà del sonno” di Emiliana Erriquez

Un romanzo per non dimenticare

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Sono le 3,15 di una domenica come tante. Gli scricchiolii che nelle ultime settimane si erano ripetuti con profetica intensità, in quel palazzone di viale Giotto a Foggia, hanno cessato in pochi attimi il loro presagio di morte. Quel 11 novembre 1999 la città di Foggia si è risvegliata nella polvere della inutilità di progetti di vite, prendendosi una drammatica pausa da quella intollerante delinquenza che pure lacera il senso civico di una comunità fatta per lo più di brava gente.

Emiliana Erriquez è una scrittrice foggiana che nella sua ultima fatica ha ripercorso la più grande tragedia del dopoguerra del capoluogo dauno.

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Emiliana, perché hai deciso di scrivere questo libro?

Il parente di una delle vittime del crollo, Rocco De Paolis, era rimasto favorevolmente colpito dal mio primo libro, intitolato “Lasciami stare”, e quindi mi ha contattata chiedendomi di scrivere la storia di sua nipote. Una bimba di soli tre anni estratta viva dopo ore dalle macerie e sopravvissuta alla morte di entrambi i genitori. Mi sono sentita di farlo anche se il libro ha avuto una lunga genesi, circa dieci anni, in quanto ho dovuto fare ricerche, parlare con i sopravvissuti e con chi era sul posto prestando soccorso nelle ore successive al crollo.

Come si articola il romanzo? Racconti di una storia parallela solo ispirata, o ripercorri fedelmente l’episodio di cronaca?

Nel prologo la descrizione del crollo è piuttosto dettagliata. Successivamente l’occasione di un’intervista, fatta per commemorare i dieci anni dalla tragedia, sarà l’occasione per riportare alla luce le emozioni in vita, i rapporti, gli affetti della madre della bambina.

Quali sono i personaggi del racconto?

Ho usato dei nomi di fantasia che potessero lasciarmi libera di raccontare passaggi non realmente accaduti, ma solo immaginati nel tentativo di immedesimarmi nella emotività della mamma della bambina. La giornalista è Giulia, ma potrebbe avere il mio nome in quanto il riferimento al mio approccio con la storia è identico; lo zio è Massimo nel romanzo, ma nella cruda realtà è Rocco De Paolis, e la bambina Ester impersonifica Laura, la piccola vittima del crollo.

Nel racconto Giulia, che di recente ha perso la mamma, rielabora il suo dolore rivivendo quello di Rocco. Nella realizzazione di donna della piccola Laura, Giulia percepisce che per tutti c’è una speranza, e che un giorno anche lei potrà superare il dolore.

Qualcuno ha colto alla perfezione il messaggio di questo libro definendolo “una storia luminosa” perché è quello che, insieme a Rocco, volevamo trasmettere, e cioè che la resilienza è sempre un’arma vincente: dalla forza di ripartire, dal coraggio di elaborare un evento così traumatico si può andare avanti.

cms_9273/2v.jpgPer le dinamiche della tragedia raggela la sensazione che la morte abbia voluto attendere il rientro di tutti nelle loro case, anche dei genitori di Laura, dopo una faticosa giornata di lavoro.

E’ proprio così. Rocco ha raccontato che la sorella, che gestiva una pizzeria con il marito, dopo la chiusura era andata a prendere la bambina che dormiva dai nonni. Sono rientrati intorno all’una e alle 3,15 c’è stato il crollo.

Nel romanzo fai anche una disamina di cause e approfondimenti legati all’ inchiesta?

Ne parlo solo marginalmente, non volevo riproporre la cronaca dell’accaduto quanto piuttosto soffermarmi sul legame che si era creato tra zio e nipote, raccontare questa storia bellissima. Rocco, per amore della nipote, ha dovuto fare delle rinunce personali dovendo rivedere profondamente la sua vita, sempre in giro per il mondo per il suo lavoro di video operatore. Ma quella decisione non contemplava scelte, la tragedia lo aveva messo di fronte ad una realtà che certo non poteva prevedere. Il racconto del romanzo intende accompagnare il rapporto tra zio e nipote nel suo divenire, nelle sue fasi e nelle sue ragioni di salvezza, perché per la piccola Laura proprio di questo si è trattato, di una seconda possibilità. Oggi Laura è una donna in procinto di laurearsi, pronta a nuove sfide, quelle di una giovane donna che si affaccia alla vita.

Il crollo di quell’edificio di sei piani ha portato con sé le vite di 67 persone e le parole di un’intera comunità che, negli istanti successivi, affidava lo sgomento per un evento così irrazionale ad un assordante silenzio…

Era raggelante in quelle ore vedere tanti volti disperati che cercavano in un incontro di sguardi le motivazioni di una tragedia così assurda. Il pensiero di tutti, molto spesso, è che si tratta di eventi impossibili nella realtà o che non potranno accadere a noi. E’ angosciante ancora oggi rivedere quel vuoto dove un tempo c’era un edificio che ospitava tante famiglie.

Nel tuo percorso di scrittrice qual è il filo conduttore dei tuoi romanzi?

La caratteristica comune ai miei lavori, che fondamentalmente sono storie autonome, è che si ispirano alla realtà. Non mi piace inventare storie ma piuttosto fare ricorso alla realtà. In “Il mare è sempre lì che ti guarda” ho preso spunto dalla vicenda di un’amica per parlare di violenza sulle donne, “Era mia madre” è una versione romanzata della vita di mia madre, in “Lasciami stare” racconto, in due storie parallele, la difficoltà di accettarsi nonostante imperfezioni fisiche e la storia di Alina, una bambina vittima dell’attacco terroristico di Beslan, in Ossezia del Nord, Russia.

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In quel massacro del settembre del 2004, 32 ribelli fondamentalisti islamici e separatisti ceceni sequestrarono 1200 persone recluse nella palestra di una scuola in condizioni disumane. Alla fine del blitz morirono centinaia di persone, tra cui 186 bambini innocenti. Come si fa a raccontare episodi angoscianti senza rimanerne sconvolti?

Da quando sono mamma anch’io, di due bimbi, comprendo meglio che quando i protagonisti di fatti così aberranti sono dei bambini il dolore diventa insostenibile. In particolar modo, raccontando la storia di Laura in questo ultimo lavoro, ho avvertito l’angoscia di mamma nell’immaginare questa creatura di soli tre anni sola e stremata sotto le macerie. E’ stato terribile e frustrante ripensando a quell’assurda tragedia che si poteva evitare.

Il tuo saggio “Oriana Fallaci: una vita vissuta in pienezza” è vincitore del premio Giuseppe Sciacca 2006, sezione saggistica. In qualità di membro di EWWA (European Writing Women Association), ti chiedo: qual è la caratteristica della donna e scrittrice Oriana Fallaci che più ti affascina?

Forse è proprio quella caratteristica, che ho fatto mia, di partire sempre dalla realtà come fonte di ispirazione per le mie storie. Il tratto distintivo che consiste nel mettere sempre un pezzo di me in ogni racconto, proprio come faceva lei. Oriana, come la chiamo confidenzialmente avendola studiata per tanti anni, in “Lettera a un bambino mai nato” racconta il dramma di una scelta, in “Un uomo” racconta del suo amore per Panagulis.

Ho letto che hai una profonda conoscenza delle lingue ed i tuoi libri sono tradotti all’estero. Provvedi tu alla traduzione?

Sono laureata in lingue con un master in traduzione. Mi occupo di traduzioni di libri dall’inglese ed ho vissuto negli Stati Uniti, ciononostante per la traduzione in inglese è importante affidarsi ad un madrelingua. C’è un editor americano che se ne occupa.

Stai già pensando al prossimo lavoro?

Ne ho già iniziati tre o quattro, devo solo capire su quale concentrarmi. Nel frattempo ho tanti altri progetti e in tutto questo devo cercare di chiudere il cerchio con l’impegno di mamma: la mia bimba più piccola ha solo un anno e mezzo, conciliare tutto diventa molto impegnativo. Approfitto per scrivere nei momenti in cui è più tranquilla e gioca con il fratellino.

Ecco, forse è proprio questo l’argomento del libro dei libri: la cronaca quotidiana della vita di milioni di donne che, ogni giorno, devono far quadrare l’universo dei propri impegni.

Maria Cristina Negro

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