“Euterpe agli Inferi”

Musica e storia si intrecciano nel segno del nazismo

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Inserito nel panorama di eventi promossi su tutto il territorio nazionale in occasione del mese della memoria, si è tenuto a Bari, presso l’Auditorium dell’Archivio di Stato, un concerto-approfondimento che ha aperto un insolito focus sul tema dell’Olocausto: quello relativo alla musica.

Durante il periodo del Nazismo, la produzione artistica e musicale sarà distintamente etichettata in “arte ammessa” e “arte degenerata”: la prima è consona ai valori esaltati dalla dottrina nazionalistica, la seconda è da bandire.

Ma quali sono gli elementi discriminanti? Cosa determina la legittimità di una composizione? Qual è la musica liberamente eseguita e quale, al contrario, quella proibita?

Il viaggio attraverso le musiche, arricchite dagli approfondimenti de “I Melodisti”, ha inteso ricostruire le vicende culturali che porteranno alla tristemente famosa “lista nera” del 1938.

La soprano Francesca Ruospo, accompagnata al pianoforte da Vincenzo Cicchelli, ha eseguito un repertorio di difficile esecuzione e di rara bellezza. Le note di Schubert, Ullmann, Schumann, Ravel, Weill, Gershwin fino ai virtuosismi del “negro spiritual”, così tanto odiato dal regime, hanno dato forma ai testi di Stefania Gianfrancesco consentendo di cogliere fino in fondo la portata culturale di quella furiosa e cocente operazione di censura culturale.

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Il popolo tedesco rimane imbrigliato nella sua stessa idea di negazione, dovendo così indirizzare le sue scelte musicali verso ciò che serve per propaganda a scapito di ciò che piace realmente. Adolf Hitler ha gusti molto raffinati, uno dei suoi brani preferiti è l’Adagio dalla sonata di “Chiaro di Luna” di Beethoven, ma saranno proprio le musiche più apprezzate a dover essere bandite. Sembra proprio che l’ascesa di Hitler e l’inizio del suo “delirio psichico” traggano origine dal suo insano rapporto con la musica.

August Kubizek pubblica nel 1953 il libro di memorie Il giovane Hitler che ho conosciuto, in cui rivela particolari inediti sulla sua amicizia con il Führer. Egli è noto soprattutto per essere amico fraterno di Hitler nel periodo adolescenziale: emerge dai suoi aneddoti l’invidia del futuro dittatore non solo nella capacità del popolo ebraico di occupare posti di prestigio nella società - mentre lui è senza lavoro - ma, soprattutto, nei confronti dei talenti musicali. Kubizek ne rimane vittima, essendo un artista di indubbie capacità, divenendo cavia a cui sottoporre la volontà di comando. Attraverso la sua dialettica, Hitler pensa di soffocare l’evidente talento artistico dell’amico.

A fronte della necessità di “purificare” la musica rendendola ariana, di fatto, agli inizi degli anni Trenta i più celebri compositori, i sovrintendenti più stimati, i direttori d’orchestra più grandi, i solisti più noti al mondo, i cantanti più amati dal pubblico, le orchestre più gloriose hanno nomi ebrei. Una vergogna che va cancellata col massimo rigore insieme a tutti gli elementi bolscevichi e negroidi, cioè quanto di più “degenerato” esista. L’imperativo diventa quindi quello di eliminare l’elemento ebraico dalla musica tedesca. Il grande compositore Handel, se pur apprezzato per i suoi possenti oratori che esaltano l’immaginario onirico di regime, si vede “purificare” i suoi testi, giudicati immondizia, da ogni accenno biblico. Stessa sorte per Mozart: bisognerà arianizzare i suoi componimenti, liberando opere come “Le nozze di Figaro” dal libretto scritto dall’ebreo convertito Lorenzo da Ponte.

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Gli artisti, gli autori ed i compositori hanno poche alternative all’espatrio; una parte di essi si autocensura scegliendo il silenzio piuttosto che soggiacere alle leggi e ai veti del nazismo. Ma la via più atroce resta quella dei campi di concentramento.

A sessanta chilometri di distanza da Praga, nella Repubblica Ceca, intanto si allestisce uno dei maggiori luoghi teatro di falsi storici. Propagandato come posto di villeggiatura, Terezin accoglie in realtà la maggior parte dei musicisti deportati, diventando il campo di concentramento di artisti (tra cui parecchi scrittori) e bambini. Nonostante condizioni di vita disumane, all’interno del ghetto si cerca di ricreare un certo clima culturale, attraverso concerti, spettacoli teatrali e conferenze, ma anche sperimentazioni artistiche, che stimoleranno i ragazzi al disegno: si possono ammirare oggi al Museo ebraico di Praga gli oltre quattromila disegni salvati. Questo strano permissivismo, però, fa parte di un piano prestabilito: ingannare i prigionieri e gli osservatori internazionali sulla vera attività all’interno del ghetto. Ai bambini sarà riservato l’inganno più vile: quello di credere di avere un futuro.

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Per l’esecuzione della Messa di Requiem di Verdi, che il direttore d’orchestra Rafael Schachter si ostina a proporre ritenendola un inno alla ribellione contro i propri oppressori, spesso le prove si rivelano inutili in quanto per ben due volte i cori di 150 elementi vengono deportati in massa ad Auschwitz dopo la prima esecuzione. A Schachter viene concesso un terzo tentativo in occasione della visita della Croce rossa e dei rappresentanti del governo danese, che premono per visitare il ghetto dove sono ospitati anche cinquecento cittadini danesi. E’ il momento quindi di allestire una volgare mistificazione della realtà. I primi a pagarne il prezzo saranno i 7500 occupanti ritenuti “impresentabili” perché denutriti e con evidenti segni di maltrattamento, che verranno spediti verso il loro tragico destino ad Auschwitz. Verrà fatta allestire una scenografia con finti negozi e finti alberi da giardino, un caffè, un parco giochi per bambini, un auditorium. Il delegato della Croce rossa, che visiterà per otto ore il campo, fotografando e annotando ogni cosa, riferirà di aver trovato un ambiente accogliente, “una normale città di provincia”. La recita è riuscita.

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Nel ghetto di Terezin è detenuto un attore-regista che ha anche recitato nell’Angelo azzurro insieme a Marlene Dietrich. Si chiama Kurt Gerron. L’occasione è ghiotta per filmare tutto e far sapere al mondo intero come si vive bene nel campo di concentramento nazista. Se filmerà tutto, Gerron avrà salva la vita. Il film propaganda si farà e si chiamerà “Il fuhrer regala una città agli ebrei”. Verrà proiettato nei cinema tedeschi ma, poco dopo, il regista e l’intero cast verranno deportati ad Auschwitz.

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Analizzando l’alternativa di lasciare la Germania, certo l’espatrio consente di avere salva la vita per una persona normale ma, per un artista, si traduce in una “morte interiore”. Gli artisti che hanno compiuto questa scelta ben presto si sono sentiti sradicati dal loro ambiente, senza più origini. Schonberg, per esempio, pur ricevendo importanti riconoscimenti in America scriverà: “se fossi rimasto nel mio Paese avrei composto altro, avrei composto meglio, avrei composto diversamente”. Laddove il nazismo non ha soppresso l’artista ne ha provocato la morte interiore e soprattutto ha deviato il corso della storia dell’arte: senza l’esperienza del nazismo, la stessa sarebbe oggi completamente diversa.

Un rapporto di odio amore era quello riservato dai nazisti al Jazz. Quella musica che Goebbels definiva negroide, ebraica e da giungla, per ironia della sorte fu portata in Europa da Erwin Schulhoff, il compositore morto nel campo di Terezin. Di certo era una musica dai ritmi sincopati non adatti alla marcia, per di più basata sull’improvvisazione, laddove la cultura nazista impone paletti fermi da cui non ci si può discostare. Il jazz è bandito per ragioni ideologiche ma tollerato perché anche gli stessi gerarchi, in gran segreto, l’ascoltano. In tutte le case è presente una radio, il cui potenziale quale strumento per l’indottrinamento delle masse è fondamentale per il regime. Bandire un genere musicale così amato dal grande pubblico può esporre al rischio che si vadano a cercare queste sonorità su frequenze che condannano il regime e che inducono alla riflessione. Meglio è, piuttosto, assecondare quindi l’“insana passione”, magari anche solo nelle ore notturne.

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Nel 1938 Goebbels organizza due infamanti mostre: una dedicata alla Musica degenerata dal titolo Entartete Musik e l’altra intitolata Entartete Kunst, dedicata all’Arte degenerata. All’interno dell’esposizione, le opere vengono disposte anteponendo nelle prime sale quelle ritenute consone. Nelle sale dell’arte degenerata sono esposti Kandinski, Kokoschka, Klee, Munh, Chagall, Nolda, Van Gogh, ma soprattutto le opere del più degenerato di tutti: Picasso.

Tra i musicisti a essere tacciati di Entartete Musik compaiono soprattutto i compositori austriaci, la cui decadenza sembra originata dall’influenza del giudaismo e del capitalismo. Saranno esiliati nomi illustri del calibro di Ernst Toch, Paul Hindemith ed Ernst Krenek, mentre scompariranno nei lager Viktor Ullmann ed Erwin Schulhoff.

Sebbene Goebbels, nel 1938, ancora si ostinasse ad elencare ciò che doveva essere bandito, non era per contro capace di dare una connotazione alle caratteristiche della musica ariana. Tutto ciò che è intolleranza, violenza, abominio e negazionismo è sterile, non è in grado di produrre. Ed è per questa ragione che il nazismo non sarà mai in grado di produrre una propria estetica.

Maria Cristina Negro

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