“LA MERAVIGLIA DELLA DECIMA MUSA”: STORARO SI RACCONTA

La penultima Master Class ospita il grande cinefotografo, vincitore di tre premi Oscar

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Un teatro stracolmo e quasi totalmente al buio accoglie la penultima Master Class del Bif&st 2018. E’ il giorno dedicato al grande Vittorio Storaro, che si apre con un video commemorativo delle tante produzioni a cui ha preso parte, collaborando con i più grandi registi del cinema mondiale. Il conformista, Apocalypse now, L’ultimo imperatore, Café Society, Tè nel deserto: questi e tanti altri film portano il nome di colui che, in Italia e nel mondo, è considerato uno dei più autorevoli “direttori della fotografia” di tutti i tempi. Un’etichetta americaneggiante, questa, che sta stretta al maestro 77enne: “Negli Stati Uniti, coniarono l’espressione ‘director of photography’ per scimmiottare il direttore vero e proprio, ovvero il regista. - ci tiene a precisare - Poiché ho un enorme rispetto di questa figura, preferisco usare l’espressione ‘autore della fotografia cinematografica’, che spiega peraltro in maniera più precisa in cosa consiste il mio lavoro. Se per voi è troppo lunga, possiamo utilizzare il termine ‘cinefotografo’, per designare colui che fa da ‘scrittore’ delle immagini in movimento”.

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Fin dalle prime battute, il giornalista Fabio Ferzetti conduce l’eccezionale ospite in un viaggio attraverso le memorie di una vita colma di successi e riconoscimenti. “Conoscete il film ‘Nuovo Cinema Paradiso’? Bene, io ho vissuto una storia molto simile a quella del protagonista. Mio padre era un proiezionista per la Lux Film. A 7, 10, 14 anni, incollavo le mie manine al vetro e guardavo le immagini in movimento. Lui sognava il cinema, ed io ho appoggiato il suo sogno sulle mie spalle” racconta, dando avvio ad una sorta di piacevole cronistoria delle sue esperienze. Vincitore di ben 3 premi Oscar (per Apocalypse Now, Reds e L’ultimo imperatore), il maestro deve le sue solide conoscenze al lungo percorso di formazione e alla gavetta che, senza bruciare le tappe, ha sostenuto con passione e dedizione: “Per tanti anni sono stato un operatore di macchina: essere primo spettatore delle pellicole era un privilegio a cui non potevo rinunciare. Grazie a questa esperienza ho acquisito la formazione tecnica che ha fatto da base alla mia professione, e che ho poi perfezionato frequentando l’accademia. Ma ciò non è bastato: lì il sapere non aveva ancora aperto i suoi orizzonti alla rivoluzione del colore, a cui si guardava ancora con diffidenza. Davanti al lavoro vero e proprio, capii che la scuola mi aveva insegnato ben poco di ciò che sarebbe stato necessario sapere. Cominciai allora a studiare autonomamente il Cinema e l’arte, specialmente la pittura. Quando ero ancora un ragazzino, la mattina ero immerso nei miei libri, mentre nel pomeriggio andavo al cinema per aggiornarmi sulle ultime pellicole”.

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A proposito di arte, una domanda di Ferzetti in merito al ruolo delle opere di Francis Bacon nel film Ultimo tango a Parigi spalanca le porte alla narrazione di un capitolo fondamentale della vita di Vittorio, che lo vede più maturo e già avviato alla professione. “Guardando un quadro di Bacon, - spiega l’artista - mi sembrò di vedere una delle scene che si presentavano spesso sul set: due persone avvinghiate su un letto e alcuni uomini attorno a loro, con in mano i fogli della sceneggiatura. La sua arte fu per me di grande ispirazione, soprattutto per due elementi che tuttora sono ravvisabili nel film: la percezione delle ‘figure spezzate’, filtrate da vetri martellati, e i toni dell’arancio che pervadono una Parigi non convenzionale. A quel tempo non conoscevo ancora il significato esatto dei colori, erano le mie emozioni a guidarmi”. E poi ancora, sempre in riferimento alla controversa e struggente pellicola diretta da Bernardo Bertolucci: “Quando i miei conoscenti appresero della proposta di Bertolucci, tutti mi consigliarono di rinunciare alla collaborazione. Il motivo? La presenza di Marlon Brando (il protagonista, N.d.R.). Quest’ultimo aveva la fama del divo scapestrato e arrogante, che trovò totale disconferma sul set: in realtà, era una presenza meravigliosa, con cui si instaurò un rapporto di grande complicità. Per dirne una, ogni volta che per colpa sua si girava qualche minuto di più era solito portare a tutti gli operatori un bicchierino di liquore, porgendo le sue scuse”.

Assieme a quella del regista, anche la figura dell’attore incontra la più profonda stima da parte del cinefotografo, che dà ulteriore riprova del suo essere un professionista dotato di grande umiltà e sensibilità artistica. “L’attore è come una statua vivente, a seconda delle angolazioni e dell’altezza dell’inquadratura cambiano le sue proporzioni. E’ in questo che si concretizza il ruolo di una formazione artistica: bisogna avere un gusto neoclassico per rappresentare alla perfezione un personaggio - sostiene, con voce ferma e sguardo appassionato - In tutta la mia carriera, mai nessun attore mi ha mai chiesto di variare le luci o le angolazioni per apparire meglio in video. I grandi artisti sanno bene che ciò che si rappresenta è il personaggio, non il loro ego. Solo attori mediocri sarebbero capaci di avanzare una proposta del genere”.

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In presenza di una personalità tanto geniale, è inevitabile nutrire curiosità verso quella che è la sua concezione del Cinema e della vita in generale. Così Vittorio risponde alla domanda di Ferzetti sulla sua visione del mondo: “Mi ha sempre affascinato il discorso dei segni zodiacali. E’ come se, al momento della nostra nascita, l’universo intero scattasse una fotografia, immortalando la congiunzione astrale e il campo magnetico a cui siamo sottoposti nell’istante stesso in cui veniamo al mondo, capace di condizionare la nostra esistenza. Mi piace credere in questa idea, poiché ipotizza uno stretto legame tra macro e micro cosmo”. “Il Cinema viene definito spesso come la ‘decima musa’ perché si nutre di tutte le altre arti: pittura, letteratura, musica - prosegue l’artista - La grande bellezza del Cinema consiste proprio nel saper porre in comunione tutte le arti, che, come vi dicevo prima, è necessario conoscere per poterne integrare la percezione all’interno dei film. Ad esempio, io ho sempre sfruttato in particolar modo la potenza della musica. Tutte le pellicole che ho curato presentano una forte musicalità, in grado di scandire il mio operato”.

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Infine, il momento più atteso dal pubblico e dalla stampa: quello legato alle anticipazioni dei prossimi impegni cinematografici che vedranno coinvolto Storaro. Per il momento, è solo un titolo ad emergere, accostato a uno dei nomi più altisonanti del Cinema: sono in corso i lavori per la commedia A Rainy Day in New York, diretta da Woody Allen. “Per il momento non posso anticiparvi nulla. - afferma Vittorio, con un pizzico di rammarico – Pensate che su ogni pagina della sceneggiatura inviatami è stampato il mio nome, in modo che non possano verificarsi fughe di notizie. A Woody piace lavorare così, e sotto un certo punto di vista sono d’accordo con lui: meglio restare liberi, almeno finché si può, dalle limitazioni commerciali e dai pareri della stampa!”. Non ci resta che attendere fiduciosi…

Federica Marocchino

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