“LA TOGA NON È UN ABITO DI SCENA”

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La toga non è un abito di scena”. A dirlo è stato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante l’incontro al Quirinale con i novelli magistrati in attesa di prendere servizio. Un richiamo composto, com’è nello stile del Capo dello Stato, che invita a non dimenticare la missione che si viene chiamati a svolgere: quella di amministrare la giustizia con imparzialità e senso del dovere, rifuggendo i riflettori della televisione.

cms_7417/2_.jpgNon si tratta di un simbolo ridondante o soltanto frutto di tradizione, ma rappresenta il senso della funzione che vi apprestate a svolgere. È uguale per tutti, anzitutto, perché i magistrati si distinguono fra loro soltanto per funzioni”.

Se il messaggio è chiaro - niente personalismi - la riflessione è andata su un’altra questione molto dibattuta: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, oggetto di una proposta di legge per cui gli avvocati hanno raccolto decine di migliaia di firme.

Unicità, dunque, dell’ordine giudiziario, ma netta distinzione tra giudici e pubblici ministeri.

Ci vogliono “spirito critico e capacità di mettere da parte le personali convinzioni quando queste non trovino fondamento nella conoscenza dei fatti acquisiti e nelle norme dell’ordinamento.

Ha ribadito con fermezza il Presidente, esortando a coltivare prima di tutto l’etica. Non si deve “né perseguire né dare l’impressione di perseguire finalità estranee alla legge, ovvero di elevare a parametro opinioni personali quando fa uso dei poteri conferitigli dallo Stato”.

Principi che dovrebbero essere ovvi, ma che è bene ricordare in un Paese in cui i verdetti giudiziari su questioni soprattutto politiche vengono spesso investiti dalle polemiche.

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L’irrinunziabile principio dell’autonomia e dell’indipendenza non può essere una legittimazione per ogni genere di decisione, anche arbitraria, bensì rappresenta la garanzia di difesa da influenze esterne” ha detto ancora Mattarella, precisando come l’attenzione rivolta all’azione giudiziaria non debba e non possa “determinare alcun condizionamento delle decisioni: il processo penale non è una contesa fra privati che possano presumere di orientarlo condizionando i magistrati”. Ecco perché è necessario che i processi si svolgano, con tutte le garanzie, solo nelle aule di giustizia. Lì il magistrato è chiamato all’interpretazione della norma “senza mai esprimere arbitrio”. Perché “vi è un delicato confine, da rispettare, tra interpretazione della legge e creazione arbitraria della regola”.

Parole da non dimenticare mai, nel supremo interesse dello Stato, nella sua duplice veste di collettività ed istituzione.

Vincenzo Fortino

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