“STORIA DI STORIE DIVERSE” - XXXIX

Insegnanti di sostegno allo specchio: la disabilità tra difficoltà e gratificazione

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cms_20757/Foto_1.jpg“Storia di storie diverse”, ovvero storie di alunni disabili, persone con caratteristiche speciali, con limitazioni visibili ed innegabili potenzialità. Il loro percorso scolastico, le difficoltà incontrate e quanto sia ancora difficile oggi parlare di integrazione nella scuola italiana.Partendo da una discussione sulle questioni di più stretta attualità, negli articoli della rubrica si affronteranno anche le problematiche più generali del sistema scolastico, con una visuale privilegiata, quella di chi lavora al suo interno.

Le proteste degli studenti sono sempre più frequenti, la necessità di un rientro immediato a scuola è la priorità. La didattica a distanza è alienante, può funzionare per un arco di tempo limitato ma non sostituire la scuola perché la scuola non è un computer.

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L’insegnamento è una relazione tra due persone. Nell’età dell’adolescenza, la scuola è uno spazio peculiare di vita per i ragazzi, uno spazio di autonomia, di emancipazione dalla famiglia, un contesto in cui l’identità di chi è in crescita comincia a delinearsi.

Come ha sostenuto il giornalista e scrittore Massimo Gramellini a proposito del momento che sta attraversando la scuola, “la didattica a distanza è un modo di far lezione a cui non bisogna abituarsi. Un bambino o un ragazzo in solitudine non può crescere alla stessa maniera di un compagno che ha la fortuna di avere degli scambi con gli altri. Naturalmente ora è un momento speciale, siamo tutti chiamati a dei sacrifici. Gli studenti e i loro insegnanti hanno dato una prova straordinaria di serietà, impegno, responsabilità. Dobbiamo però evitare un pericolo: abituarci a pensare che tutto ciò sia normale. Dobbiamo continuare a vivere la solitudine come un’eccezione, necessaria in certi casi ma limitata nel tempo.”

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Ancora più accentuata è la solitudine degli studenti con disabilità. Sono circa 270.000 in tutta Italia ma è un errore trattarli in maniera sommaria, come un calderone; il dato, infatti, si lega al tipo e al grado di disabilità. “Le forti criticità legate alla disabilità con il Covid-19 ci hanno fatto passare dalla padella alla brace” afferma Maurizio Benincasa, il quale presiede la federazione che tutela i diritti delle persone con disabilità. I disabili non devono tornare alla Dad, afferma Benincasa, e su questo, come insegnante specializzata, non posso che concordare.

Alla fine del 2020 la mia scuola è stata chiusa per oltre un mese perché divenuta un pericoloso focolaio. Per me e per la mia alunna, la piccola Virginia, è ricominciata la didattica a distanza con due ore al giorno di collegamento senza compagni né condivisione, senza una comune scansione dei tempi di lavoro, fuori da quel microcosmo che è la vita di classe. Se ciò è importante per un normodotato, lo è ancor di più per un disabile che vive, già normalmente ed insieme alla sua famiglia, una forte situazione di isolamento, a causa delle molteplici problematiche legate alla patologia.

La scuola per questi bambini è un momento di socialità indispensabile e non sperimentato altrove, spesso l’unica occasione che hanno, reale e quotidiana, di poter condividere spazi di vita con i loro coetanei. Per questi bambini la didattica a distanza è stata un disastro. Quel che avveniva era un collegamento con gli insegnanti di sostegno o con gli assistenti specialistici senza la presenza degli altri insegnanti.

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Il rischio dell’isolamento, un problema conosciuto da vicino e da sempre, con il Covid-19 è peggiorato ulteriormente per cui, anche in questo caso i ragazzi disabili sono stati tenuti ai margini, non sono stati inclusi. Per ovviare, in parte, a questo problema lasciavo che Virginia entrasse con gli altri nella classe virtuale e vi si trattenesse prima dell’inizio della lezione affinché avesse scambi comunicativi con compagni e insegnanti.

Riuscivo a ricreare, anche se per un tempo limitato, quegli incontri che si svolgevano in classe; tuttavia, non appena l’insegnante cominciava a far lezione, era necessario allontanarsi e passare in un’altra classe virtuale, ahimè vuota. Virginia, infatti, pur frequentando la classe quinta è, a livello di apprendimenti, ferma alla prima classe per cui non riesce né a comprendere, né a seguire le lezioni con gli altri alunni.

Le nostre lezioni, tuttavia, seppure a distanza, erano molto serene e precedute da lunghe conversazioni che Virginia gradiva in quanto lei, pur avendo una severa compromissione nel linguaggio, in produzione e in ricezione, è dotata di una grande intenzionalità comunicativa: il suo desiderio di entrare in contatto con l’altro e di esprimere sensazioni e vissuti è molto forte ed agevola la sua capacità di entrare in relazione.

Dal mese di gennaio, fortunatamente, siamo rientrati in presenza e si sono conclusi i tentativi di Virginia di offrirmi caramelle attraverso lo schermo: era incredibilmente tenera e gentile, attraverso questi gesti cercava di immaginare di poter essere realmente vicino a me. La scuola in presenza, cui eravamo disabituati, ci dà una sensazione unica di gioia e completezza: ritrovarsi di nuovo tra i bambini, godere della loro spensieratezza, sentirsi stimolati dalla loro curiosità, dal loro desiderio di imparare non ha prezzo. Togliere agli insegnanti la vivace quotidianità della vita di classe significa privarli di tutto. Le interazioni che si creano tra alunni e insegnanti sono la parte più bella del nostro lavoro.

Vincenza Amato

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