“DIZIONARIO DEL NUOVO LESSICO”

È possibile introdurre neologismi nella lingua italiana?

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Le evoluzioni sociali e culturali che interessano un determinato popolo coinvolgono, per forza di cose, anche la lingua parlata dal suddetto. La linguistica cognitiva, ovvero l’insieme di studi che riguarda le relazioni tra il cervello e come ci si esprime, insegna che il linguaggio è la più antica forma di comunicazione della storia. Inteso sia nella sua forma verbale che in quella non verbale, ovviamente. Negli anni ’50 del secolo scorso fu Noam Chomsky, uno dei più grandi esperti di linguistica, a definire come l’apprendimento di una lingua passi da varie fasi che si succedono. Una di queste fasi comprende la memorizzazione di nuovi vocaboli. Sulla base di questo assunto i descrittivisti, ossia la corrente vigente della linguistica cognitiva, asseriscono che la lingua la fa chi parla. Calate in contesti sempre diversi, le persone si improvvisano onomaturghe e introducono nuovi vocaboli nel loro parlato. Lo slang informatico e videoludico ne è l’esempio perfetto: sempre più spesso si sentono termini come “targettare” (da target, bersaglio), “bypassare” (da bypass, aggiramento) o “shotlockare” (da to shotlock, analizzare), che altro non sono se non anglicismi italianizzati utilizzati in luogo dei rispettivi “bersagliare”, “eludere” e “scandagliare”. Sono limitati ad uno specifico contesto culturale e sociale, oltre che da utilizzare soltanto nel linguaggio parlato e dunque interdetti dal più formale scritto.

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Nonostante ciò, possiamo immaginare termini che abbattano queste barriere contestuali e diventino quindi universali? Durante una conversazione, chi scrive si è reso conto di come talvolta l’italiano manchi di economia linguistica. Questo principio enuncia che si debba cercare il minor numero di parole per esprimere un concetto. A dirla tutta è anche una declinazione del principio di risparmio articolatorio, secondo il quale ciascuna persona tende a spendere quanta meno energia possibile per formulare vocaboli e frasi. Per questo si cade nella trappola tesa dalla lingua inglese, quintessenza della sintesi: il linguaggio di Sua Maestà presenta una fortissima capacità di crasi tra due o più parole, e ne consegue una tendenza molto sviluppata al conio di nuovi termini. Esempio, fresco di periodo pandemico: è molto più comodo dire “vado a fare la prima dose all’hub” che non “vado a fare la prima dose al centro vaccinale”. Con l’anglicismo il parlante ha espresso lo stesso concetto della locuzione nostrana, risultando tuttavia più breve ed efficace. La brevità è una caratteristica praticamente essenziale, in quanto la memoria a breve termine ha una capacità limitata e si rischia di perdere degli elementi per strada. Fattualmente non accade anche con perifrasi che traducono una sola parola di una lingua straniera, in quanto aderiamo alla visione socialmente più utile per non sentirci esclusi ed escluse. Motivo per cui, italianizzazione di anglicismi a parte, il conio di neologismi non è generalmente ben visto.

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Facendo un piccolo sforzo immaginativo è possibile capire quali termini possono essere più o meno facilmente integrati nella nostra lingua. Dalla conversazione del sottoscritto accennata sopra sono emersi tre vocaboli principali. Il primo di essi è qualcove, e tradurrebbe l’inglese “somewhere”. Andrebbe ad aggiungersi ai già esistenti “qualcosa”, qualcuno” e “qualvolta”, ponendosi come alternativa più sintetica della perifrasi “da qualche parte”. Analizzandone l’etimologia, seguirebbe lo stesso principio di formazione degli altri tre, ovvero dal latino: qualis + quid + ubi, quale + che + ove. Per questo ammette dei sinonimi, che esulano da questo trittico e che variano per formalità: qualdove, qualchedove e qualove. Il primo di questi tre è probabilmente il più immediato e intuitivo, anche se meno formale di qualcove. Il secondo si costituirebbe sul calco di qualcheduno, indi per cui rimarrebbe limitato nel suo uso. Il terzo si propone di essere una variante più poetica, in quanto “ove” è una forma di “dove” che si è ridotta solo nei componimenti in versi. Il contrario di qualcove sarebbe nullove, traduzione di “nowhere”, e si affiancherebbe a “nessuno” e “niente”.

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L’ultimo termine di questo quartetto di neologismi è posferito. Al femminile diventa posferita, posferiti al maschile plurale e posferite al plurale femminile. Si pone come antitesi di preferito, e originariamente presenterebbe una -t- tra la -s- e la -f-, che cade per una questione di eufonia. Come il termine che tutti conosciamo si forma dall’unione del prefisso “pre-“ più il verbo latino “fero, fers, tuli, latum, ferre”, risultando alla lettera “ciò che porto prima”, il suo contrario segue lo stesso identico principio ma con il prefisso “post-“. A differenza di qualcove e nullove, questo termine sarebbe parto originale dell’italiano. Molto più immediato del costrutto “ciò che preferisco di meno” o “il meno preferito, la meno preferita”. Si potrebbe storcere il naso per queste derivazioni dal sapore un po’ straniero, ma dobbiamo considerare che la nostra lingua non è di recente derivazione: termini come “scacco matto” o “tatuaggio” non sono propri del nostro Paese bensì affondano le radici in culture lontane nel tempo e nello spazio. Il primo proviene dal persiano sharahmat, “re in difficoltà”, mentre il secondo dal verbo polinesiano tatau, che significa “scrivere” o “incidere”.

E voi, che termini proporreste per ampliare la lingua italiana?

Francesco Bulzis

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