“MORIRE DI CARCERE”

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I dati dei suicidi in carcere sono allarmanti. A partire dall’anno 2000 fino al 2021 hanno perso la vita dietro le sbarre 3.260 detenuti, di cui 1.198 per suicidio. Dal dossier “Morire di carcere” del centro studi Ristretti Orizzonti, si evince che la media del 2020 è di tre decessi a settimana. La riforma del sistema penitenziario è intanto arenata nei lavori di Camera e Senato.

Il Presidente Mario Draghi ha visitato i luoghi in cui si sono verificate le violenze degli agenti penitenziari contro i detenuti e ha dichiarato che “il governo non ha intenzione di dimenticare. Non può esserci giustizia dove c’è abuso e non può esserci rieducazione dove c’è sopruso. Le indagini in corso stabiliranno responsabilità individuali ma la responsabilità collettiva è di un sistema che va riformato. Le pene non possono consistere in trattamenti contrati al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

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Il ministro della Giustizia Marta Cartabia, sui pestaggi avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, ha ribadito: “Il governo ha visto, sa e non dimenticherà. L’uso della forza è stato insensato e smisurato”.

“La Corte di Strasburgo – riporta il Fatto Quotidiano ha condannato l’Italia per trattamento inumano e degradante dei detenuti, obbligandola a risarcire alcuni carcerati e a porre immediatamente rimedio al sovraffollamento delle carceri. I detenuti vivono in celle dove hanno a disposizione meno di tre metri quadrati e, dormendo su letti a castello (4 uno sull’altro), in molte celle non possono scendere tutti dai letti perché non c’è spazio sufficiente per stare in piedi contemporaneamente. Secondo gli standard internazionali un detenuto dovrebbe avere a disposizione sette metri quadrati in una cella singola mentre un maiale almeno sei in un allevamento”.

Quello del sovraffollamento è un problema di natura strutturale nel nostro paese. Occorre lavorare sul piano dell’edilizia carceraria, ad esempio, con la costruzione di nuovi padiglioni; per arginare il problema si parla anche di pene alternative al carcere, di allungamento della detenzione domiciliare, di semilibertà (reinserimento parziale nell’ambiente libero per partecipare ad attività lavorative), di affido in prova ai servizi sociali (in cui viene meno ogni rapporto del condannato con la struttura carceraria).

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La riforma giudiziaria della Cartabia propone un maggior ricorso a misure penali differenziate per rinunciare alla dimensione puramente afflittiva della pena, secondo la visione anglosassone. Ma c’è chi reputa inapplicabile tale modello. “È vero che vi è il bisogno di separare la penalità dal carcere ma il sistema è assolutamente impreparato e si rischia una deriva criminogena. Senza un’adeguata organizzazione di uomini e mezzi si rischia l’elusione della pena. - dichiara al Fatto Quotidiano Sebastiano Ardita, magistrato esperto delle questioni relative alla detenzione - Ogni giorno occorre verificare se chi è messo alla prova lavora, fa uso di sostanze, come si comporta in famiglia e chi frequenta. Servono massime condizioni di cautela, solo in questo modo chi doveva stare in carcere può essere libero, con un vantaggio della società”.

Vincenza Amato

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