10 years challenge

Il grande fratello dietro l’innocenza di un gioco

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È oramai un’invasione sui principali social network, l’ennesima moda del momento sotto le spoglie di un divertente gioco virale. Si tratta di “10 Years challenge” un confronto tra utenti con foto di oggi e foto scattate dieci anni fa messe a confronto per verificare come si sia cambiati nel corso del tempo. Nessuno è immune da quest’intrattenimento online: persone comuni, celebrità, politici, aziende e molti altri ancora pubblicano a ripetizione foto di dieci anni addietro con a fianco una scattata oggi. 10 Years Challenge secondo le dichiarazioni provenienti dall’entourage di Facebook, non sarebbe altro che un fenomeno spontaneo molto simile alla Bucket Challenge, una sfida divenuta virale l’estate di cinque anni fa e che consisteva nel versarsi secchi di acqua gelata addosso per sostenere la raccolta fondi in favore della ricerca per la sclerosi laterale amiotrofica (sla).

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L’unica differenza rispetto a cinque anni fa è che oggi non solo non vi sia alcuna raccolta fondi, ma che gli stessi social, Facebook in particolare, hanno perso in credibilità facendo insospettire enormemente i suoi utenti. Tutti ricordano il caso di Cambridge Analytica e della mole di dati personali raccolti e provenienti da un gioco creato da Aleksandr Kogan. Allo stesso modo si potrebbe pensare male anche di 10 Years Challenge e della gran quantità di immagini personali che sta raccogliendo, anche se stavolta Facebook sembra non c’entri nulla nella diffusione del meme.

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Il dubbio è venuto alla scrittrice Kate O’Niell su Twitter la quale si è appunto chiesta come saranno utilizzati i dati forniti e se verranno utilizzati da algoritmi ad hoc. Il meme 10 Years Challenge in poche parole è un potenziale database di foto personalizzate di milioni di utenti che improvvidamente hanno condiviso i propri dati in maniera dettagliata senza tanto pensarci su. Il club dei dubbiosi si allarga anche con coloro i quali pensano che il meme non sia altro che un sistema di intelligenza artificiale in grado di riconoscere le persone partendo da una vecchia foto, un’immensa raccolta di dati personali mai messa in atto con milioni di immagini da usare per addestrare gli algoritmi al riconoscimento facciale rendendoli capaci di individuare una persona partendo appunto da una sua foto scattata tempo addietro.

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Le teorie complottiste e non sul grande fratello orwelliano trovano pane per i loro denti ogni qualvolta si accenni alla possibilità di una sorveglianza di massa grazie all’arma del riconoscimento facciale, sia che lo faccia Facebook sia che lo sperimenti il governo cinese nell’ambito del Sistema di Credito Sociale per valutare la reputazione dei propri cittadini in ogni aspetto della loro vita; del resto l’identificazione e il riconoscimento di milioni di cittadini è ormai una realtà grazie alle 626 milioni di camere per la sicurezza sparse in tutto il mondo pronte, con la scusa della sicurezza pubblica, a carpire dati e comportamenti di una popolazione sempre più nuda davanti al potere della sorveglianza.

Andrea Alessandrino

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