244mila morti nel mondo. Oms: "Caldo e vita all’aria aperta potrebbero limitare il contagio"

In Italia 28.884 i decessi dall’inizio dell’emergenza.Galli: "Prossime tre settimane davvero decisive"

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Sono 3.429.795 i casi di contagio da Coronavirus nel mondo e 243.858 i decessi attribuiti alla pandemia di Covid-19. Questi i dati aggiornati ad oggi forniti dalla John Hopkins University.

Diversi Paesi nel mondo hanno registrato, invece, meno di 30mila casi di contagio. E’ il caso della Svizzera, dell’Ecuador, dell’Arabia Saudita, del Portogallo, del Messico, della Svezia e dell’Irlanda, dove il numero dei positivi ha oltrepassato in misura diversa da paese a paese i 20mila. Si attestano sopra i 10mila casi di contagio dichiarato Pakistan, Cile, Singapore, Israele, Bielorrusia, Austria, Qatar, Giappone, Emirati Arabi Uniti, Polonia, Romania, Ucraina, Indonesia e Corea del Sud. Danimarca e Serbia hanno riferito di oltre 9mila casi e Filippine e Bangladesh oltre 8mila. Norvegia, Repubblica Ceca, Repubblica Dominicana, Colombia e Panama hanno annunciato di avere circa 7mila positivi, Australia, Sudafrica, Egitto, Malaysia e Finlandia figurano al di sotto di questa soglia con un numero di contagi che ha superato i 5mila.

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"Il caldo e la vita all’aria aperta potrebbero limitare il contagio". Lo ha sottolineato Sylvie Briand, direttore del dipartimento per la gestione dei rischi infettivi dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ospite di ’RaiNews24’. "E’ necessaria anche nella fase 2 grande attenzione e molta prudenza perché il virus è ancora tra di noi. Soprattutto ai focolai epidemici in circostanze particolari, penso alle persone a rischio come gli anziani o a chi ha più patologie. Occorre tutelare questi soggetti con un monitoraggio stretto del tasso di contagi e una sorveglianza particolare".

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cms_17342/LOGO-PROTEZIONE-CIVILE-NAZIONALE.jpgScende ancora il numero dei morti in Italia per Coronavirus. Nelle ultime 24 ore hanno perso la vita 174 persone, per un totale di 28.884 decessi dall’inizio dell’emergenza. Secondo i dati forniti dalla Protezione Civile sono in diminuzione anche gli attualmente positivi, in tutto 101.179 (-504 rispetto a ieri). I guariti sono complessivamente 81.654, in aumento di 1.740 nelle ultime 24 ore. Calano ancora i ricoverati con sintomi (17.242, -115) e i pazienti in terapia intensiva (1.501, -38). In isolamento domiciliare si trovano ancora 81.436 persone. I casi totali dall’inizio dell’emergenza sono 210.717 (+1.389). In tutto sono stati eseguiti 2.153.772 tamponi, i casi testati sono 1.456.911.

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"Le prossime tre settimane saranno decisive. Lo diciamo da sempre, ma queste lo sono davvero per farci capire come andranno veramente le cose, nell’auspicio che vadano il meglio possibile, ma con la sensazione che in certe situazioni ci sono ancora dei margini di rischio che potevano essere dimensionati diversamente, se non ridimensionati". Lo afferma Massimo Galli, primario di malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano, ospite di ’Mezz’ora in più’, su Rai3, alla vigilia dell’avvio della fase due.

"E’ evidente che la situazione è diversa da regione a regione e che è clamorosamente mancato, lo abbiamo detto da tempo, l’intervento sul territorio, con qualche eccezione come il Veneto. L’emergenza non è finita, dobbiamo trovare il modo per gestire la riapertura e la convivenza con questo virus. E per questo sono preoccupato che in regioni dove l’epidemia è stata limitata, ci sia stato meno controllo territoriale dei contagi e dei contatti, che ora avrebbe rappresentato un ulteriore elemento di sicurezza", è il quadro tracciato da Galli.

In Lombardia, ricorda, nelle scorse settimane molti contagi sono avvenuti in famiglia. "Ora stiamo passando da un intervento drastico di chiusura, semplice nelle caratteristiche e pesante nelle conseguenze, ma che ha ottenuto validi risultati - avverte - a una situazione in cui apriamo, con la regola della ’mascherina, guanti e distanza’, e una forte speranza nello stellone. Questo è un limite oggettivo, poteva, doveva e deve essere fatto di più, come definire i contagi nelle famiglie e i loro contatti. E questo non lo si è fatto nemmeno sperimentalmente. Ora si torna al lavoro, ma bisogna che sia fatto con determinate regole e certezze sul monitoraggio dei lavoratori".

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