7° Clinical Update in Endocrinologia e Metabolismo

Gli esperti discutono sulla salute delle nostre ossa

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Si è appena concluso al San Raffaele di Milano un importante convegno medico sui criteri di appropriatezza di cure e terapie dell’ipovitaminosi D.

La task force di massimi esperti del settore ha dibattuto, in una lunga sessione scientifica, per stabilire i valori soglia sotto i quali si crea una condizione sfavorevole per la salute delle ossa.

Negli ultimi dieci anni, a fronte di un rinnovato interesse dell’opinione pubblica nei confronti dei danni causati dal deficit di vitamina D, si è osservata una crescita progressiva di composti contenenti il prezioso ormone.

Alla luce dei dati evidenziati dall’Agenzia del farmaco (AIFA), la comunità scientifica esprime preoccupazione nell’utilizzo, non sempre necessario, con un conseguente incremento della spesa farmaceutica pubblica.

Ma l’Italia, tradizionalmente paese del sole, è anche il paese della vitamina D?

I dati scientifici a disposizione evidenziano gravi carenze contro ogni aspettativa, al contrario dei Paesi scandinavi.

La carenza di vitamina D è una manifestazione estremamente diffusa nella popolazione a livello mondiale. - così commenta Andrea Giustina, professore ordinario di Endocrinologia al San Raffaele di Milano e presidente Gioseg (Glucocorticoid Induced Osteoporosis Skeletal Endocrinology Group) - In Italia il fenomeno è particolarmente diffuso nella popolazione anziana e in chi non si espone al sole. Si calcola che più del 90% degli anziani che vivono nelle case di riposo abbiano delle gravi deficienze di vitamina D.

Mediamente posso affermare che almeno la metà della popolazione, indipendentemente dal sesso e dall’età, durante i mesi invernali presenta bassi livelli circolanti della vitamina essenziale. La vitamina D è un ormone strategico per la resistenza dell’osso in quanto un osso non correttamente mineralizzato è conseguentemente poco resistente. Abbiamo quindi messo intorno a un tavolo i massimi esperti e li abbiamo costretti a definire una soglia al di sotto della quale non si è protetti dalla carenza di vitamina D. Questa soglia è rappresentata da 20 nanogrammi per millilitro: al di sotto di questa soglia, la protezione dell’ormone sull’apparato scheletrico non è assicurato. Quindi questa è la soglia che possiamo considerare di intervento per quello che riguarda diagnosi ma soprattutto terapia dell’ipovitaminosi”.

Le conclusioni dell’importante convegno sono riportate nel Documento approvato dal Consiglio Direttivo del GIOSEG.

Ma cosa determina la condizione di carenza di vitamina D?

cms_9677/2v.jpgNella dieta – spiega il professor Giustina – la vitamina D non è ben rappresentata. Spesso si cade nell’equivoco di considerarla come nutriente, come vitamina in senso stretto, ma si tratta di un ormone e nel cibo non ce n’è una quantità sufficiente. Quindi, se si vuole introdurre della vitamina D per via alimentare, bisogna fortificare i cibi (come per esempio i cereali a colazione, ndr) come fanno le popolazioni del Nord Europa. Tanto è vero che oggi ci troviamo di fronte al così detto paradosso scandinavo: i Paesi di quest’area geografica, nonostante non abbiano un’importante esposizione alla luce solare, presentano, proprio per l’abitudine di fortificare i cibi, valori circolanti della vitamina D superiori a quelli di Paesi mediterranei come l’Italia, la Grecia e la Spagna”.

Sebbene questa sostanza non sia presente in grandi quantità nei cibi, vale comunque la pena privilegiare alcuni alimenti quali il pesce, in particolare il salmone, lo sgombro, il tonno e le sardine, oltre al ben noto olio di fegato di merluzzo. In quantità inferiori la vitamina D è presente nei latticini e nel tuorlo d’uovo. La raccomandazione dell’esperto è di consumare un adeguato quantitativo di grassi in quanto una dieta fortemente ipolipidica inibisce l’assorbimento della vitamina D, così come quello delle altre vitamine liposolubili.

cms_9677/3.jpg Una carenza di vitamina D predispone al rischio di ipertensione, diabete, patologie autoimmuni e perfino alcune forme di tumore.

Alle fisiologiche carenze negli anziani e nelle donne in menopausa, che notoriamente predispongono i soggetti all’osteoporosi con conseguente aumento dei rischi di fratture ossee, assistiamo ai danni collaterali che un processo di modernizzazione ci presenta in termini di conto da pagare.

Il British Medical Journal ha evidenziato come nel mondo occidentale, negli ultimi anni, si stia assistendo ad un ritorno del rachitismo tra i bambini inglesi. Se è vero che la stagione estiva ci invita a trascorrere più tempo all’aria aperta consentendoci di beneficiare degli effetti dei raggi solari, le nuove generazioni rispondono poco all’invito della natura preferendo il richiamo delle sirene dei vari device e di socializzazioni virtuali, aumentando così il rischio di ipovitaminosi D.

Eppure basta un lasso di tempo breve di esposizione (mezz’ora o un’ora) quando il sole non è particolarmente a picco, giusto per andare incontro anche ai consigli del dermatologo, per fare buone scorte del prezioso ormone.

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E per chi avesse perso oramai la battaglia con la prova costume, il professor Giustina rivela una buona notizia: “Le forme morbide si rivelano un vantaggio: le persone in cui c’è un tessuto adiposo ben rappresentato possono fare delle scorte di vitamina D, che è appunto un ormone adiposo, steroideo, e quindi si può legare ai depositi di grasso. E’ quindi possibile che i benefici dell’esposizione alla luce solare si prolunghino un po’ di più anche nelle buie giornate invernali”.

E, in qualche caso, anche per più inverni.

(Fonte AdnKronos e sito ufficiale GIOSEG)

Maria Cristina Negro

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