8 SETTEMBRE 1943

RINVIGORIAMO LA MEMORIA DI UNA DIGNITA’ RISCATTATA

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In mezzo agli ancora generosi riverberi solari che riscaldano la fine della stagione estiva,l’8 settembre giunge sempre con i suoi margini evocativi piuttosto negletti; quasi alla ricerca dell’ombra dell’oblio per una memoria che, per tanti versi, ancora con dolore si riporta alla stessa data del 1943 da cui ci distanziano più di 70 anni.
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D’altra parte, quell’8 settembre 1943 nel corso di una rovinosa seconda guerra mondiale, sarebbe passato alla Storia con il greve bagaglio di conseguenze negative per le sorti contingenti degli italiani, subitanee all’illusorio fuggevole essersi sentiti rinfrancati dal fatidico annuncio del Maresciallo Badoglio, alle h. 19.43, dall’Eiar di via Asiago, circa l’armistizio che, su richiesta del Governo Italiano al generale Eisenhowuer, poneva fine alle ostilità fra l’Italia e le truppe anglo- americane, “con l’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria”.
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Vana illusione che la guerra fosse finita, perchè gli Italiani avrebbero avuto ancora due anni di molto patire nel diffondersi del caos dell’anarchia in seguito all’ignominia dell’abbandono da parte dei vertici politici e militari, oltre che degli stessi monarchi che scelsero la fuga da Roma verso Pescara per sottrarsi alla reazione, per altro tempestiva, dei tedeschi; con il pronto accerchiamento delle caserme con i panzer “Tigre” di Rommel mentre la Wehrmacht metteva in atto i suoi rastrellamenti piombando sulle colonne di soldati fatti prigionieri ed avviati ai lager nazisti.
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Delle conseguenze dell’armistizio dell’8 Settembre 1943, purtroppo è passata alla storia proprio l’ignominia dello sfascio dell’intero Paese come emblema dell’abbandono subito dall’esercito rimasto a sfaldarsi in mancanza di direttive superiori; di contro, ai troppi esempi del “salvare la pelle”, gettando via la divisa e dandosela a gambe, per sfuggire all’incalzare della furia dei tedeschi contro l’esercito di “un popolo di zingari”, come da definizione hitleriana.
Comunque, con le debite eccezioni di sacrificio ed eroismo di cui gli Italiani sono stati capaci anche in quel tragico frangente: tanto a Cefalonia dove la divisione Acqui finì falciata non essendosi arresa; così nell’esempio lasciato dal colonnello Giovannico Biddau il cui valore, emerso già nella prima guerra mondiale, si rese ancora più fulgido unito alla pietas che, dapprima, lo indusse a mettere da parte il ruolo di “occupante” a capo del presidio di Dernis, adoprandosi a sottrarre componenti dell’etnia serba alle stragi messe in atto dagli affiliati al fascista slavo Ante Pavelic; essendo stata, poi, la stessa pietas unita all’alto senso del dovere, la spinta che proprio l’8 Settembre 1943 lo indusse a non abbandonare i suoi soldati del 26° Reggimento Lombardia a Spalato da dove, come prigioniero politico, fu deportato nel campo di sterminio di Flossemburg e morì, stremato dalle torture e da un male non curato, 15 giorni prima dell’arrivo degli americani.
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Di questo fulgido esempio di soldato, Trieste tramanda la memoria a mezzo del cippo posto sull’erta di San Giusto; ma servirebbe che siffatta memoria fosse indirizzata verso una più specifica globale commemorazione degli 89mila soldati trucidati dai tedeschi dopo l’8 Settembre; caduti non solo continuando a combattere ma morti anche nei lager; essendo parte degli oltre 600mila soldati che, dopo l’8 Settembre 1943, subirono la tremenda deportazione nazista.
Proprio loro, benchè non se ne parli mai, furono i primi a spianare la strada verso quella Resistenza che nacque dalle ceneri dell’ignominia del caos generato dalla codardia dell’abbandono.

Rosa Cavallo

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