ALESSANDRA MORELLI. MANI CHE PROTEGGONO

Storie, luoghi, volti dei miei trent’anni fra guerre e conflitti

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Venerdì 25 novembre 2022, alle 17.00, presso la sede di CSV Lazio ETS (Roma, via Liberiana, 17), Alessandra Morelli presenta il suo libro dal titolo “Mani che proteggono. Storie, luoghi, volti dei miei trent’anni fra guerre e conflitti” (Ancora, editore). Intervengono, insieme all’autrice, Padre Fabio Baggio (Sottosegretario Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale presso la Santa Sede), Emanuela Del Re (Rappresentante speciale dell’Unione Europea per il Sahel), Roberto Natale (Direttore Rai per la Sostenibilità).

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Le mani si uniscono a formare il tetto di una casa che protegge la persona. Le mani sono molto grandi. Enormi. Smisurate. A sostenerle, due rami di ulivo incrociati: l’emblema della pace, della speranza, della riconciliazione, della giustizia, della fratellanza. Questo è il simbolo dell’Agenzia delle Nazione Unite per i Rifugiati, l’UNHCR, l’organizzazione umanitaria in cui ho prestato la mia opera per trent’anni. Questo simbolo è stata la mia seconda pelle. E stata la mia missione, il senso della mia vita. Con queste parole Alessandra Morelli ci conduce in un cammino di vita costellato di storie, luoghi, volti lungo anni di un lavoro che solo persone della sua tempra spirituale e della sua determinazione riescono a portare avanti fino al punto di poterlo raccontare, trasmettendo il senso e il significato di ciò che può definirsi “missione”. Una missione umana, la sua, in cui si dipanano pagine di diario personale e tasselli di storia dei nostri giorni.

So bene che Alessandra mi redarguirà non appena avrà letto che la definisco una persona straordinaria, una donna straordinaria. Mi ostino a ripeterlo e corroboro le mie parole rimandando, per i contenuti del suo impegno, a quanto ebbi occasione di scrivere in questa pagina di Cultura il 10 dicembre del 2021, nella giornata mondiale dedicata ai diritti umani https://www.internationalwebpost.org/contents/10_DICEMBRE:_GIORNATA_MONDIALE_DEI_DIRITTI_UMANI_24080.html#.Y30HyXbMKUk.

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Avevo delineato di lei un ritratto che andasse oltre un’ “istantanea” convenzionale, affinchè lo si potesse commisurare con la ricchezza umana della Donna di dialogo e di mediazione, delegata dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati che per trent’anni, ripeto trent’anni, ha operato nelle missioni più pericolose presenti in questo nostro pianeta devastato da fame, guerre, congiure, tutte deponenti e convergenti nella sempre più generalizzata violazione dei diritti umani. Ovunque, in un andirivieni tra Roma (talvolta per la frazione di una notte prima di ripartire, una notte appena sufficiente per ascoltare la voce delle proprie radici) e il resto del mondo (ex Iugoslavia, Rwanda, Albania, Kosovo, Guatemala, Sri Lanka, Sahara Occidentale, Afghanistan, Indonesia, Georgia, Yemen, Birmania, Somalia, Gracia, Niger). Ovunque è stata, sempre in condizioni esistenziali estreme (misurandosi contro freddo e caldo e ogni genere di intemperie, tra gelo e polvere dei deserti, giungla inquietante e campi di battaglie, attentati e malattie), ovunque Alessandra sia stata inviata, ovunque ha posto cura per negoziare: per salvare esseri umani, parlando con uomini armati fino ai denti e/o assumendo decisioni e responsabilità in cui la sola frazione di un attimo mal valutato avrebbe potuto cambiare il segno delle dinamiche.

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Consapevole che ogni scelta avrebbe potuto catturare un cuore ovvero generare tempeste, Alessandra ha sempre messo in gioco la propria pelle con il coraggio che anima i giusti, pronta a tutto per proteggere uomini, donne, bambini vittime di quella scellerata disumanità del potere perennemente in guerra pur di dominare, corroso da incomprensibili radicalizzazioni ideologiche e spietati codici in cui il sangue innocente può giungere ad essere celebrato come ambrosia terrena, preludio di salvifiche parestesie preconizzate da chissà quale personale deità, capace nella sua turpitudine di cambiare, con un semplice ordine, la vita di esseri inermi.

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Trovo questo libro veramente uno scrigno di bellezza perché con la densità di argomenti riportati conduce in situazioni non a tutti note, se non addirittura inimmaginabili, tutte sostenute da un tocco sentimentale (rara capacità di chi ha il talento di scrivere trasmettendo, nel contempo, messaggi in bottiglia ad elevato potenziale sociopolitico) che fa sentire il lettore anch’egli compresente con la talentuosa autrice. E non solo quando effonde emozioni travolgenti ma anche in momenti in cui le parole sono taglienti come bisturi. Quelle di Alessandra sono nella sostanza parole di pace e, come tali, mai sovrabbondanti, bensì semplici e decise ma come tali, suscettibili, all’occorrenza di divenire brutali se necessarie a modificare paradigmi connessi ai destini della povera gente.

Tutto in un’esposizione che ripercorre dinamiche militari e civili, focalizzando gravi incidenti e situazioni apocalittiche, affrontando i nessi di causalità per far comprendere l’importanza del doversi districare tra improvvise, paventabili e imprevedibili, inquietudini.

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Il libro parla di baratri dell’animo ma racconta anche della genialità, dell’onestà e dell’eroismo presente in tanti cuori pulsanti che vivono anch’essi su questo pianeta: i cuori degli operatori nel silenzio, esistenze autorevoli che fanno la Storia e che incoraggiano a guardare al futuro con speranza. E proprio questa considerazione che mi induce a vedere in questo libro di Alessandra Morelli una lettera a cuore aperto, sincera, personale e al tempo stesso universale, in cui ogni frase pervade come un monito deciso e la carezza poetica propria delle parole che parlano anche a chi le disconosce o ne ha dimenticato l’importanza del loro essere l’arma di difesa più efficace contro il male del vivere. Dialogare significa contribuire a rendere il mondo un posto migliore convivere con i propri simili condividendo i beni della terra fraternamente.

cms_28405/6.jpgMi fermo qui per non deprivare il lettore del piacere di scoprire, pagina dopo pagina, la trama di una storia di vita straordinaria. Ho esordito riportando l’incipit del libro. Condividendo il messaggio etico concludo proponendo la chiusa. I popoli di tutto il mondo devono affermare il loro diritto a spazi pacifici di convivenza dove coltivare e coltivarsi, dove ci sia cooperazione e collaborazione piuttosto che competizione e conflitto. Dove la cura reciproca non sia una tecnica, ma l’attenta sollecitudine per le persone, per le relazioni, per la vita. Questa è l’unica formula conforme alla dignità umana. Il lavoro di cura è ciò che conserva la vita e la rende degna di essere vissuta. La cura è azione e discorso che si realizzano in tutti quei gesti di attenzione, di protezione e di accoglienza che costruiscono relazioni generando comunità. (...). In questo senso la cura è la politica prima. Nell’attesa, continuiamo a raccontare le storie di chi fugge, manteniamo accesa la luce della coscienza, testimoniando con forza la necessità di restare umani anche durante la tragedia inumana della guerra.

Antonella Giordano

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