AL BARION L’INCONTRO CON I GRANDI PROTAGONISTI DEL CINEMA

Le nostre interviste ai registi Diego Olivares e Cosimo Terlizzi

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Sotto il sole di una placida giornata di primavera, continua lo spettacolo di un Bif&st che, quest’anno come non mai, sta regalando grandi sorprese. Nella sofisticata cornice del Circolo Canottieri Barion, a partire dalle 13:00 di ieri, il pubblico ha visto avvicendarsi alcune delle figure di spicco del cinema contemporaneo su un red carpet che non ha certo nulla da invidiare a quelli di Roma e della Laguna veneta, a conferma del connubio vincente tra la città di Bari e la settima arte.

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Il primo ad incontrare il pubblico, dopo foto e interviste di routine, è Leonardo Di Costanzo, regista de L’intrusa. Il film, uscito il 22 maggio 2017 e riproposto lo scorso sabato dal Multicinema Galleria (Bari), racconta la misteriosa storia dell’incontro tra due donne: Giovanna, impiegata in un centro ricreativo di Napoli, e Maria, moglie di un boss della malavita ricercato per omicidio. Giovanna le offrirà accoglienza in un monolocale del centro città, senza conoscere il suo oscuro passato…

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La protagonista, con il suo impegno sociale, aiuta i ‘bambini a rischio’ a non finire nella rete della criminalità organizzata. Così facendo, non raggiunge solo i più piccoli, ma anche l’intera comunità. - spiega Di Costanzo - Lavorare a contatto con il bisogno e, al tempo stesso, provare a integrare chi si trova al limite della legge significa dover spostare frequentemente i confini di ciò che è giusto e di ciò che, invece, è interdetto. Svolgere un’attività simile richiede un’enorme flessibilità mentale, unita alla capacità di mettere in discussione la propria concezione della vita. Per poter includere è sempre necessario aprirsi, e gli operatori nell’ambito del sostegno lo sanno bene…”. Una riflessione, questa, che ci riporta a temi di grande attualità. Le figure di supporto sociale sono, oggi più che mai, sobbarcate di enormi responsabilità e costrette a risolvere in concreto alcuni dubbi amletici. “Mi sono sempre chiesto fino a che punto si debba essere accoglienti, e a partire da quale soglia si debba cominciare a porre dei paletti” rivela a tal proposito il regista. A chi gli chiede da cosa abbia tratto maggiore ispirazione, risponde: “Ad essere onesto, ho svolto più che altro il lavoro di documentarista. La realtà ha fatto da grande sceneggiatrice in questa opera cinematografica”.

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Tra fragorosi applausi, il regista cede il testimone al collega Diego Olivares, pronto a parlare della sua ultima pellicola, Veleno. Anch’esso ambientato a Napoli, il film - che vede la partecipazione di una straordinaria Luisa Ranieri - tratta il delicato tema della contaminazione da rifiuti tossici nel territorio. E’ lo stesso regista ad esplicitarne, con garbo e visibile commozione, il significato più profondo: “Attraverso la vicenda di Cosimo e Rosaria, proprietari di una fattoria a rischio contaminazione, ho raccontato la storia di un contesto ambientale ‘infetto’. E’ un veleno che non si posa solo sulle piantagioni, ma anche sulle anime, provocando malattia, non-senso, contraddizioni e infinito grigiore, stemperato dall’inconsapevole ironia dei personaggi”.

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Terminata la conferenza stampa, abbiamo intercettato Olivares, ponendogli qualche domanda.

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Il suo film è stato ribattezzato come “western campano”. A cosa si deve la scelta di questo genere, oggi poco gettonato?

“In realtà, il western è solo una delle tracce dell’architettura sottostante alla pellicola. La scelta richiama all’idea di cinema popolare: l’intenzione produttiva, prima ancora che registica, era quella di trattare questa delicata tematica con un film che fosse popolare, non il classico film ‘da festival’. Ci siamo perciò ancorati al melodramma, al western e a tutti i generi cosiddetti popolari, avvicinandoci all’ideale di ‘Cinema della gente’”.

Come fronteggiare la criminalità organizzata, che fa da “rumore di fondo” all’intero film?

“Il problema è fortemente complesso, poiché oggi la malavita è innervata in tanti strati della vita civile, a cominciare dalla politica. Possiamo parlare di un vero e proprio sistema di collusioni e connivenze capace di generare le più terribili mostruosità; ne è esempio proprio la faccenda legata ai rifiuti tossici. Prendere consapevolezza del fatto che la criminalità è sempre un male, e che come tale va condannata, è di certo il primo passo verso un suo possibile abbattimento”.

Non dev’essere stato facile scegliere di parlarne… cosa l’ha spinta a compiere questa coraggiosa scelta?

“Confermo: non è affatto facile occuparsi della delinquenza, specialmente in ambito cinematografico. Tuttavia, credo che sia necessario portare alla luce quest’ampia problematica, in quanto riguarda il futuro di noi tutti e, nel caso della vicenda legata ai rifiuti tossici, anche della Terra che abitiamo. E’ importante ricordare che, per il momento, questo è l’unico pianeta a nostra disposizione!”.

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Dopo qualche attimo di pausa, il palco è animato dall’intero cast di Dei, produzione presentata in esclusiva lo scorso sabato sera al Galleria. La freschezza dei giovanissimi attori e la simpatia del regista la fanno da padrone nell’ultima parte dell’incontro. Fin dalle prime battute, si percepisce il feeling in grado di conferire coesione alla squadra; quest’ultima, infatti, non risparmia grandi sorrisi e parole di elogio nei confronti di Cosimo Terlizzi e Riccardo Scamarcio, rispettivamente regista e produttore dell’opera. “Sentivo l’esigenza di raccontare la malinconia connaturata allo spostamento dalla provincia alla grande città, e l’ho fatto attraverso la storia di un ragazzo come tanti” sostiene Terlizzi. “Il regista ha svolto con grande attenzione e sensibilità il suo lavoro, consentendoci di interpretare i personaggi per come noi li ‘leggevamo’. - commenta l’attrice Martina Catalfamo - Non mi sono mai sentita così libera, spero di poter lavorare ancora in questo modo”.

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Anche Terlizzi, al termine dell’incontro, ha potuto soddisfare la nostra curiosità con una breve intervista.

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Quali elementi autobiografici sono ravvisabili nella sua opera?

“In questo film non c’è solo qualcosa di mio, bensì qualcosa che è di tutti, che ci accomuna. Spero che ogni spettatore possa rispecchiarsi nelle scene presentate. Lo spostamento dalla terra alla città sta a rappresentare, in fondo, il viaggio che ciascuno di noi compie da un polo all’altro della sua anima, il suo cammino interiore”.

Qual è il simbolismo che sottende la trama, legato alle immagini della città e della terra?

“Per me le immagini sono già un testo, vanno lette come se fossero parole. Il simbolismo proposto è vicino agli archetipi insiti nella mente di ciascuno di noi. Ho rappresentato l’ideale della città facendo abitare i ragazzi protagonisti su un attico, il che richiama all’idea della conquista e del predominio sul mondo ma, allo stesso tempo, non permette mai di tornare con i piedi per terra. La provincia, al contrario, è l’emblema della corporeità e delle passioni che consentono di metterci in contatto con noi stessi e con gli ‘dei’ da cui prende il nome la pellicola”.

In che misura considera innovativa questa pellicola?

“In realtà, ho diretto il film con modalità piuttosto classiche, senza strafare. Ho preferito puntare sull’asciuttezza, privandolo di inquadrature che avrebbero finito per sfumarne troppo i contorni. La novità sta tutta nelle dinamiche interne ai personaggi, nella drammaturgia sottile del racconto”.

Parole che ci fanno desiderare di trovarci già al cinema, pronti a gustarci ogni scena di una pellicola che promette di deliziare e, al tempo stesso, solleticare gli spazi più reconditi dell’anima…

Federica Marocchino

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