ANCHE LA FAME È UN PARADOSSO

Kim Jong Un: “grave condizione economica”

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Anche al più irriducibile dei dittatori può capitare di dover cedere davanti a una realtà incontrovertibile: la Corea del Nord si trova in una “grave condizione economica”. Lo ha ammesso Kim Jong Un, leader incontrastato del Paese asiatico dal 2011, all’agenzia di stampa nordcoreana Kcna. Si tratta, di certo, di una dichiarazione che non annuncia “la scoperta dell’acqua calda”, ma, paradossalmente, fa venire allo scoperto un personaggio che, nonostante ciò, continua a dire attraverso slogan e proclami di poter tenere testa militarmente anche agli Stati Uniti di America. Evidentemente, anche il caudillo in salsa orientale inizia a rendersi conto che il popolo non può essere nutrito solo di retorica militare e patriottismo. Tutti conosciamo la drammatica situazione socio-politico-economica di questo regime stalinista, non paragonabile persino alla DDR e all’Unione Sovietica qualche anno prima della caduta del Muro di Berlino. La Repubblica Popolare Democratica di Corea, nata nel 1945 dopo la liberazione dal giogo politico-culturale giapponese, ha una economia statalista pianificata: le risorse vengono impiegate valutando il consumo reale a favore degli investimenti futuri. In parole povere, parte di quello che produci, nonostante le necessità impellenti, deve essere risparmiato. Gli unici partner commerciali, considerata la posizione ufficiale dello Stato di diniego di ogni forma di libera imprenditoria o di liberi scambi commerciali, sono La Repubblica Popolare Cinese e gli odiati ex connazionali Sudcoreani.

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Nonostante il cambiamento di rotta avvenuto nell’ultimo decennio che ha lasciato un po’ di spazio a una sorta di imprenditoria privata e l’alleggerimento dei dazi USA, la bilancia tra export e import pende a sfavore dei pochi prodotti che il Paese asiatico riesce a portare oltre confine. Secondo uno studio di CorriereAsia, prodotto in collaborazione con RsA asia, nel 2018 il prodotto interno lordo della Corea del Nord è stato di 1.612 miliardi di dollari con un tasso di crescita economica pari al 3.5% e un tasso di disoccupazione al 4,2%. Aumenta il PIL, ma la popolazione fa la fame! Un altro dato importante, seppur paradossale, è l’aver adottato nell’ultimo decennio diversi espedienti per aggirare formalmente il divieto, come già accennato, di imprenditoria privata. Così come riportato sulla pagina di CorriereAsia, le prime forme di imprenditoria private sono nate in Nordcorea negli anni novanta, le quali venivano in parte represse ed in parte tollerate da Kim Jong-il, padre dell’attuale Capo di Stato, Kim Jong-un. Negli ultimi anni, invece, è diventato molto raro che lo Stato intervenga negli affari delle compagnie “private”, che vengono anzi silenziosamente incoraggiate. Il progetto dell’attuale governo sembra imporre al paese una sorta di “capitalismo autoritario”, a tratti simile al modello che ha dati buoni risultati in altri paesi asiatici come la Cina e il Vietnam.

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Queste circostanze comportano che vi siano, anche in Corea del Nord, settori “privati” in crescita che compongono il 30-50% dell’economia del Paese (stime non ufficiali), ma che rappresentano una opportunità di investimento solo potenziali, dal momento che la Corea non ha ancora attuato una politica di apertura al mondo simile a quella dei paesi confinanti. Resta, comunque, il fatto che l’impresa nordcoreana deve essere registrata come azienda di Stato, rimanendo a gestione privata. Questo, però, a creato cittadini di serie A, benestanti e cittadini di serie B che hanno poco per poter sopravvivere. Ci ritroviamo davanti a un paradosso nel paradosso che mette da una parte una persona che continua ostinatamente a dare una immagine vincente di sé e dello Stato e dall’altra un popolo che inizia a non avere più in comune neanche la fame. E Kim Jong Un, pertanto, ha anche affermato che è giunto il momento di dare “una svolta decisiva” allo sviluppo economico del suo Paese. Forse, per riequilibrare lo status sociale del proprio popolo, privato da diritti e libertà di opinione; ma chissà! Intanto, dopo una riunione plenaria del partito, ricordando di essere un tipo “davvero tosto”, non ha potuto fare a meno di dispensare l’ennesima minaccia a Washington in caso di mancata riduzione delle sanzioni; la promessa, ha sostenuto il leader asiatico, è di dare un temibile “regalo di Natale” (fonte Kcna) entro la fine dell’anno. Per fortuna la Casa Biancaha fatto sapere di essere nuovamente disponibile al dialogo.

Umberto De Giosa

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