ARABIA SAUDITA: IL BOIA RISPARMIERÀ I MINORENNI

Si moltiplicano le riforme incentivate da Mohammed bin Salman, ma la piena conquista dei diritti umani sembra essere ancora lontana

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Squarci di speranza si intravedono nel cielo plumbeo dell’Arabia Saudita, uno tra gli stati più inadempienti in materia di diritti umani. È da poco giunta notizia dell’abolizione della condanna a morte per gli imputati di età inferiore ai 18 anni, i quali saranno da ora in poi puniti esclusivamente con la detenzione o con sanzioni pecuniarie. A riportarlo è stato il presidente della Commissione saudita per i Diritti Umani, Awwad Alawwad, che ha inoltre precisato: “Il condannato potrà essere soggetto a una pena detentiva, per non oltre 10 anni, in una struttura carceraria per minori”.

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Il provvedimento giunge direttamente dal palazzo reale, dove è stato approvato da Re Salman su spinta del principe ereditario Mohammed, fortemente motivato nel portare a termine il progetto di ammodernamento del paese intitolato “Visione per il 2030”. Non a caso, appena lo scorso venerdì l’Assemblea generale della Corte Suprema, il più alto organo di giustizia, aveva sancito lo stop definitivo alla fustigazione pubblica, con la quale era consuetudine far espiare reati minori (come il consumo di alcol). Awwad Alawwad assicura che saranno approvate a breve altre riforme, con l’obiettivo di “mettere a punto un codice penale moderno”. Tutti elementi che portano acqua al mulino del futuro sovrano, il quale sta conquistando il gradimento dell’opinione pubblica con timide aperture a uno stile di vita “occidentalizzato”: tra i provvedimenti più acclamati, sono da menzionare la concessione della patente di guida alle donne, la possibilità di organizzare concerti pop tenuti da cantanti di sesso femminile e la riapertura dei cinema, che non vedevano la luce da ben 35 anni. Iniziative di certo lodevoli, apparentemente frutto di una sincera impronta riformista, ma che in realtà potrebbero essere state concepite alla luce di implusi prettamente economici. Il principale interesse dell’erede al trono consiste infatti nell’emancipazione finanziaria del Regno - tuttora basata essenzialmente sull’estrazione petrolifera - attraverso il potenziamento del settore terziario, specie per quanto riguarda i servizi ricreativi e le infrastrutture. Tutto ciò, naturalmente, è da inscriversi nel sopracitato progetto di adeguamento generale che avrà termine tra dieci anni.

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Sebbene possa tristemente spegnere gli entusiasmi sulla graduale normalizzazione del sistema giudiziario saudita, l’ipotesi appena presentata gode di diverse testimonianze a suo favore. Innanzitutto, numerose ombre si addensano attorno alla figura di Mohammed bin Salman, recentemente accusato di essere il mandante dell’omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi. Per di più, occorre ricordare che sono ancora in vigore le rigidissime leggi mutuate dalla shari’a (un complesso di norme comportamentali che, secondo la religione islamica, sarebbero state dettate da Allah, ndr). Ne sono esempio le brutali lapidazioni cui sono sottoposte le donne accusate di adulterio e l’amputazione delle mani inflitta a coloro che si macchiano del reato di furto. Va da sé che i nuovi decreti, pur rappresentando un notevole passo avanti rispetto al passato, rischiano di essere solo “fumo degli occhi” per una società ancora orfana dei più basilari diritti umani.

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A confermarlo è il Rapporto globale sulla pena di morte di Amnesty International [1], reso noto lo scorso 21 aprile: sebbene a livello mondiale le esecuzioni siano diminuite del 5% nel 2019 rispetto al 2018, Arabia Saudita, Iraq, Sud Sudan e Yemen hanno registrato un sostanziale incremento delle condanne a morte, specie per crimini legati al narcotraffico e omicidi. Tenendo presente che la Cina è esclusa dalle statistiche per insufficienza dei dati trapelati, si stima che ben l’86% delle pene capitali sia stato registrato soltanto in quattro stati: Iran, Arabia Saudita, Iraq ed Egitto. Un macabro record, che lascia l’amaro in bocca a tutti coloro che credono nel potere rieducativo della detenzione e nel valore della vita umana. D’altronde, come osservato dal filosofo tedesco Friedrich Schiller (1759-1805),“togliere al mondo un individuo perché ha fatto del male è come abbattere un albero perché uno dei suoi frutti è marcio”.

Fonte [1]: https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2017/01/20085801/Rapporto-sulla-pena-di-morte-nel-2019-ACT-50-1847-2020.pdf

Federica Marocchino

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