ARGENTINA, I DATI DELLA MINACCIA DEFAULT

Appello ai creditori del presidente Fernandez: “Non riduceteci alla fame”

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No, in questo caso la parola “default” non ha nessuna connotazione positiva. Non vuol indicare una situazione preimpostata, perché se così fosse l’Argentina dovrebbe seriamente preoccuparsi. Anzi, i livelli di apprensione a Buenos Aires e dintorni sono già ai massimi storici, come storico (in senso negativo) sarebbe il nono default economico dello stato sudamericano. Breve inciso tecnico, per fugare gli interrogativi: in finanza, la situazione di default descrive l’incapacità di un emittente di rispettare le clausole contrattuali previse dalle regole del finanziamento. Facendo un esempio concreto: il termine si usa per descrivere le condizioni di uno Stato che dichiara fallimento o insolvenza, espressioni con cui questo scenario è conosciuto in Italia. Esistono varie forme di default economico, e quella appena descritta corrisponde alla più comune e grave “insolvenza sovrana”.

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L’esempio più lampante e vicino a noi in senso coronologico (anche se risale al 2012) è quello della Grecia: dunque l’insolvenza sovrana avviene in una Nazione senza la dichiarazione della propria giurisdizione (infatti fu il FMI del 2015 a confermare ufficialmente tale contingenza). Il default sovrano può essere di due tipi: formale (se un emittente non rispetta determinati indici di copertura o patrimoniali tali da causare una modifica al credito del prestito) o sostanziale (se un emittente non è materialmente in grado di corrispondere le parti di un rimborso del capitale alla naturale scadenza di ciascuna di queste rate). Per completezza, gli altri tipi di insolvenza sono: ordinata, strategica e sovrana strategica. Tutte e tre corrispondono a diverse strategie per salvare “in calcio d’angolo” l’economia del proprio Paese.

Ciò che all’Argentina non sta riuscendo, alla luce dell’ennesimo fallimento dei negoziati tra il governo albiceleste e i creditori. La deadline è il 4 agosto, e si saprà se la richiesta del presidente Alberto Fernandez di “non ridurci alla fame” sarà o meno ascoltata. L’AGI snocciola un po’ di numeri, che come sempre inquadrano nella maniera più oggettiva la situazione: il primo, più grosso e importante, è quello che corrisponde al debito argentino, ovvero di 65 miliardi di dollari. Le altre cifre dicono che l’Argentina ha il 40% di cittadini in stato di povertà e il Prodotto Interno Lordo è al -20.6% in un mese (nonostante una crescita del 10% registrata ad aprile): sommando i dati dei primi cinque mesi del 2020 il crollo del PIL corrisponde al 13.2%, a dimostrazione che la recessione iniziata nel 2018 e continuata nel 2019 con un’inflazione a livelli astronomici promette un futuro con più ombre che luci.

La stessa AGI riporta le stime del Fondo Monetario Internazionale: l’economia argentina dovrebbe contrarsi del 9.9%, e saranno ben quattro i settori che saranno economicamente in perdita (il commercio con un -20.9%, l’industria con un -25.7%, l’edilizia con un -62.2% e il turismo con un -74.3%). La pesca sarebbe l’unica a salvarsi dalla mattanza, fornendo una previsione di un +61%, unico dato positivo su base d’analisi annuale (quindi prendendo in considerazione come termine ultimo la fine del 2020).

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L’ultima “strategia estrema” messa in atto dallo Stato sudamericano, quella dei bond, è fallita, e nessuno se ne sorprende data l’occulta pericolosità di questa mossa. Il cosiddetto “prestito obbligazionario” (doppio vocabolo corrispondente all’inglese “bond”) consente, sì, di ricevere fondi da vari finanziatori che si accollano i prestiti (e ciò consentirebbe di risollevare un’economia, a patto che non sia gravemente compromessa), ma tali somme devono poi essere restituite. Evidentemente nessuno ha ritenuto logico procedere su questa strada, e l’unica che rimane è quella dei creditori (quella del 4 agosto, per intenderci). Per l’Argentina sarebbe l’unico modo per evitare l’ennesimo default e per tornare a respirare dopo un’apnea durata anche troppo.

Francesco Bulzis

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