ASPETTANDO NATALE

I "detti" della tradizione popolare italiana

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Il Natale ha una valenza importante dal punto di vista della tradizione. Dà inizio, infatti, a quello che l’etnografia definisce "ciclo dei dodici giorni" che si conclude con l’Epifania. Si tratta di un periodo che, in passato, aveva una sacralità fondamentale che permetteva di fare pronostici sull’andamento dell’anno. D’altra parte, la stessa tradizione è legata alle calendae romane (le calende erano il primo giorno di ogni mese) e al dodekaemeròn (i dodici giorni di epoca bizantina).

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Nei proverbi e nei detti popolari c’era la saggezza da trasmettere ai fanciulli per avviarli alla conoscenza del clima, dell’agricoltura e del lavoro dei campi, farciti di riflessioni, osservazioni e regole di vita.

Gli alimenti disponibili per le famiglie contadine provenivano dai campi, dall’orto e dall’allevamento degli animali (mucca, maiale, pollame). Oltre che nelle proprie gravose fatiche, si confidava nell’aiuto della Provvidenza per scongiurare le tempeste e le malattie .

Nel corso dei secoli, le osservazioni relative ai fenomeni atmosferici e all’avvicendarsi delle coltivazioni, assieme alle credenze popolari più diffuse concorsero alla formazione dei proverbi, che si ritenevano idonei strumenti per indicare i tempi dei lavori campestri.

Poiché ancora sul finire dell’Ottocento era privilegio di pochi saper leggere e scrivere, i proverbi costituivano il cantilenare memorizzabile per trasmettere di generazione in generazione i contenuti della saggezza popolare.

In Valle d’Aosta numerosi proverbi richiamano tali contenuti con la musicalità tutta propria del dialetto:

A Tsalende le moutseillón, a Paque le llasón (A Natale i moscerini, a Pasqua i candelotti di ghiaccio)

Euntre Tsalende è le Rèi le dzor marcon le mèis (Tra Natale e l’Epifania i giorni prevedono i mesi)

Tchalendi sentsa lunna dè trèi votchi butti-ne una (Natale senza luna di tre mucche tenetene una)

Se feit douce a Tsalende, le tsandeile i tet a Paque ( Se il tempo è mite a Natale, candele di ghiaccio sui tetti a Pasqua).

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Anche in Piemonte la tradizione popolare contadina rimarca l’importanza delle condizioni metereologiche. Natale era un indicatore infallibile : il sole significava pioggia a Pasqua e viceversa. Pare che il proverbio si sia sempre rivelato esatto.

Quand a Natal as va al sol, a Pasqua a sa sta davsin al feu(Quando a Natale si va al sole, a Pasqua si sta vicino al fuoco)

Si feit dance a Tsalende, le tsalenide i tet a Pasque (Se fa dolce a Natale, a Pasqua i tetti avranno il ghiaccio appeso ai candeletti)

Cllier Tsalende cllière dzovalle (Chiaro il Natale rari i covoni. Natale sereno, covoni di meno).

Identica “voce” ha la tradizione nel triveneto dove è diffuso il detto :

A Nadal el pas de un gal;
a la vecieta de n`oreta. (
A Natale i giorni si allungano tanto quanto il passo di un gallo. Per la Befana (la vecchietta) i giorni si allungano di un`oretta).

Come da lunga tradizione i genovesi nei proverbi pongono l’accento sulle ricadute economiche delle avversità climatiche natalizie:

Freido avanti Dênâ no gh’è dinae da poeilo pagâ (Freddo prima di Natale non lo paga alcun quattrino)

Natale o ven unn-a votta all’anno, chi no ne profitta, tûtto a sô danno (Natale viene una volta l’anno, chi non ne approfitta, è tutto a suo danno).

In Emilia Romagna è diffusa ancora oggi il detto: Se Nadèl la dmenga è ven, l’ann l’è sgraziè ben; se è ad mert l’avnirà, furtunè l’ann è sarà(Se il Natale cade di domenica è un anno disgraziato; se è di martedi l’anno sarà fortunato).

In Toscana si suol dire: Alle giovani i bocconi, alle vecchie li stranguglioni (Alle giovani il miglior cibo; alle anziane gli avanzi del pranzo).

Nel Lazio è molto diffuso il proverbio: Anni e bbicchieri de vino nun se conteno mai!(Anni e bicchieri di vino non si devono raccontare).

In Abruzzo e Molise si usa questo proverbio per le festività di fine anno: A Sante vicchije ‘nze appicce ‘cchié cannèle (Al vecchio anno non si accendono più candele).

Nelle Marche e in Umbria è molto diffusa il detto: De Natà o de Pasqua gnisciù se mòa do sta!(A Natale o a Pasqua nessuno si muova da casa.)

In Campania è sempre ripetuto questo proverbio popolare: Chi magna a Natale e pava a Pasca, fa ‘nu buono Natale e ‘na mala Pasca (Chi mangia a Natale e paga a Pasqua, fa un buon Natale e una brutta Pasqua).

In Basilicata si suggerisce alle cuoche: Cu n’uocch uarda la hatta e cull’at frigg u pesc

(Con un occhio guarda la gatta, con l’altro cucina il pesce).

Alludendo alla cena della vigilia, durante la quale era obbligatorio mangiare a sazietà e si dovevano rimpinzare uomini e donne, animali, e persino il fuoco, che doveva essere gratificato di dosi di legna più abbondanti in Puglia si soleva dire:

De Natale / puru lu focu s’ha a binchiare (A Natale anche il fuoco si deve rimpin-zare).

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Fame e freddo sono i drammi della società contadina. In Calabria era diffuso il detto:

Prima di Natale né friddu né fame, doppu Natale friddu e fame (Nei giorni prima del Natale non si sente né il freddo né la fame, successivamente si avvertono i patimenti della fame e della fredda stagione)

Per dare l`idea di quanto si allunghino le giornate in dicembre in Sicilia si soleva dire:

Di la `Mmaculata a Santa Lucia quantu `n passu di cucciuvia. Di Santa Lucia a Natali quantu `n passu di cani. Di Natali all`annu novu quantu `n passu d`omu .(Dall`Immacolata a Santa Lucia quanto un passo di allodola, da Santa Lucia a Natale quanto un passo di cane, da Natale all`anno nuovo quanto un passo d`uomo).

In Sardegna si suole evidenziare l’eleganza da rispettare nelle feste: Bestidu, su bastone paret unu barone (Vestito, anche un bastone sembra un barone).

Curiosità, storia e tradizioni sul Natale nel libro : https://www.hoepli.it/libro/natale-nei-dialetti-e-nelle-tradizioni-tra-sacro-e-profano/9788833468181.html

July Aranel

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