ASSE PECHINO-WASHINGTON: CRONACA DI UNA MODERNA SPY STORY

La battaglia “all’ultimo consolato” e la confessione di Jun Wei Yeo: “Rubavo informazioni per conto della Cina”

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Mentre il mondo continua a combattere contro uno dei nemici più subdoli mai incontrati prima, due superpotenze si sfidano in una “partita a scacchi” senza esclusione di colpi, sempre più simile ad una spy story. Il nuovo pomo della discordia, dopo le accese polemiche in merito ad eventuali responsabilità nella diffusione del virus da parte della Cina, ha a che fare con gli uffici consolari ubicati nei rispettivi paesi.

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Il prologo dell’ultimo scontro sino-americano ha luogo lo scorso 21 luglio, quando nel consolato cinese di Houston, in Texas, alcuni impiegati vengono sorpresi a bruciare un cumulo di documenti. Si riaccendono così i sospetti del governo a stelle e strisce, che dispone la chiusura dei suddetti locali ipotizzando potenziali violazioni della privacy dei cittadini. Dopo poche ore gli agenti federali statunitensi danno il via ad un giro di perlustrazione della sede, definendola come “il microcosmo di un più ampio network supportato dai consolati cinesi negli Stati Uniti, che istruiva le ’spie’ su come evadere i controlli”. A ciò si aggiungono le pesanti accuse rivolte a quattro ricercatori cinesi dell’Università della California - di cui tre attualmente in stato di fermo - per presunti legami con l’Esercito di liberazione popolare e con il Partito comunista cinese celati alle autorità statunitensi. Stando alle supposizioni del Dipartimento di Stato, l’obiettivo degli studiosi era quello di infiltrarsi nelle istituzioni americane per sottrarne preziosi segreti di carattere tecnologico e scientifico, a vantaggio del proprio paese d’origine.

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A dare conferma delle reali intenzioni di Pechino è stato Jun Wei Yeo, cittadino di Singapore arrestato l’anno scorso negli Stati Uniti con l’accusa di aver sfruttato la propria posizione di consulente per estorcere informazioni riservate. Ebbene, soltanto pochi giorni fa l’uomo ha ammesso di essere stato assoldato proprio dalla Repubblica popolare: “Sotto la direzione di agenti dell’intelligence cinese, l’imputato ha preso di mira impiegati del governo degli Stati Uniti e un ufficiale dell’esercito per ottenere informazioni a favore del governo cinese. - spiega Alan E. Kohler Jr., vicedirettore del controspionaggio dell’Fbi - Mr Yeo ha confessato di aver creato una falsa società di consulenza per il suo piano. Ha cercato persone vulnerabili al reclutamento e ha fatto in modo di non essere smascherato”.

Il fronte orientale risponde alle offensive rendendo, come si sul dire, pan per focaccia: analogamente a quanto stabilito per quello di Houston, anche per il consolato statunitense a Chengdu, nella Cina sud-occidentale, è stata disposta la chiusura. Il tutto condito da affermazioni pungenti, seppur di stampo (almeno apparentemente) pacifista: “Gli Stati Uniti hanno provocato unilateralmente l’incidente, chiedendo all’improvviso alla Cina di chiudere il consolato generale di Houston, in grave violazione di diritto internazionale e norme di base delle relazioni internazionali, nonché di disposizioni pertinenti al trattato consolare sino-americano. - fa sapere il ministero degli Esteri di Pechino in una nota - La responsabilità della situazione attuale pesa esclusivamente sugli Stati Uniti. Invitiamo ancora una volta gli Usa a revocare immediatamente la decisione errata e a creare le condizioni necessarie per il ritorno alla normalità delle relazioni bilaterali”.

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Solo con il tempo scopriremo quale dei due sfidanti avrà la meglio; per il momento, possiamo solo osservare che, certamente, uno scontro tanto epico sotto tutti i punti di vista (politico, economico ma anche tecnico-scientifico, considerando che la mancata cooperazione internazionale potrebbe rallentare la ricerca su cure e vaccini idonei a debellare il Covid-19) è destinato a cambiare le carte in tavola, trasformando profondamente uno scenario mondiale già dominato dall’instabilità.

Federica Marocchino

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