Ad Alitalia è l’abito a fare il monaco

Presentate le nuove divise, in barba alla crisi aziendale

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E’ risaputo che fare shopping, soprattutto per le donne, funziona come antidepressivo: vuoi mettere la rigenerante sensazione di indossare un abito nuovo? Ma, l’antidoto che può funzionare sui piccoli numeri, quali conseguenze può generare su un bilancio costantemente in rosso? E, soprattutto, chi è il “Pantalone” che ne paga le conseguenze?

Dal 1950 ad oggi, le divise dell’Alitalia sono state rinnovate per dodici volte con le firme di grandi nomi della moda.

La prima divisa, nata nel dopoguerra nell’atelier delle sorelle Fontana, ha esportato il bon ton della raffinata sartoria italiana all’estero, contribuendo notevolmente alla creazione di un brand che ha reso riconoscibile nei cieli del mondo la compagnia aerea nazionale.

Come dimenticare longuette e blazer della celebre maison e la declinazione degli azzurri nella raffinata proposta nei modelli di Delia, madre di Laura Biagiotti. Ogni divisa, in questi anni di boom economico, ha agganciato l’idea di benessere della ripresa consegnandolo alla storia come una fotografia.

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Una gradazione di colore giallo albicocca è l’elemento caratterizzante delle divise degli anni ’70 firmate da Alberto Fabiani, “lo scultore del taglio”, uno dei padri storici dell’alta moda italiana.

Negli anni Novanta assistenti di volo e steward vestono la rigorosa eleganza delle proposte Armani. Un’accorta cura particolari, mani ben curate e capigliature ordinate completeranno il look di bordo. Trucco sobrio, chignon raccolto e immancabile rossetto rosso diventano gli elementi identificativi delle assistenti di volo della compagnia di bandiera.

Ettore Bilotta è lo stilista designato a creare un restyling sostitutivo alle divise Mondrian. Ma le idee dello stilista non hanno successo, alimentando fin da subito critiche nella scelta di materiali e colori. I pesanti collant verdi - che obiettivamente non starebbero bene neanche ad una modella filiforme - verranno addirittura messi in discussione dai Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza, che in una nota lamentano come “la gamma delle calze da donna debba garantire il comfort a tutte”. L’affaire non è passato inosservato ai social, che riescono puntuali a cogliere ed enfatizzare anche il più impercettibile segnale di disagio sociale: alla pagina Facebook “Salviamo le hostess Alitalia dalle calze verdi” e ai commenti graffianti del web ha aggiunto il proprio contributo anche Massimo Gramellini, che ha ribadito come mai nessuna donna italiana indosserebbe calze verdi se non sotto la minaccia di un plotone di esecuzione. L’opinionista Selvaggia Lucarelli si è spinta oltre nel tentativo di manifestare solidarietà alle assistenti di volo di Alitalia: “L’unica volta che ho indossato i collant verdi ero alla recita scolastica e facevo il cespuglio parlante”.

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E che dire del disperato tentativo di far tornare in auge quei cappellini, che già solo a guardarli stridono con le esigenze di praticità indispensabili quando si svolge un lavoro così dinamico.

Bene, oggi si volta nuovamente pagina: Alitalia si rifà il look con linee affusolate ed eleganti, che rispettano le esigenze di movimento degli operatori di volo.

In occasione dell’apertura della Settimana della Moda uomo, la stilista Alberta Ferretti ha presentato le nuove divise della compagnia nazionale di volo. Una vera rivoluzione: via le “calze della nonna”, sancito una volta per tutte il ritorno alla femminilità della calza velata.

Largo al decolleté blu tacco 5 e a provvidenziali spacchi strategici (come non averci pensato prima?) per dare libertà di movimento, ma soprattutto via quel cappellino così poco pratico da indossare e ancor più da portare.

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Sebbene il primo trimestre di quest’anno si sia chiuso con perdite operative dimezzate, sulla compagnia aerea continua a pesare una situazione di grave incertezza per il futuro.

“Qualunque cosa voglia fare il nuovo governo, e questa è una scelta politica, faccia presto – è il monito del commissario straordinario Luigi Gubitosi nel corso dell’audizione al Senato – perché nel tempo il carburante si consuma”.

Per il presidente dell’ENAC Vito Riggio, il perdurare della crisi di Alitalia potrebbe avere effetti dirompenti sull’aeroporto di Fiumicino: “A Roma, dove la compagnia ha una rilevante presenza, ove la crisi non fosse risolta, determinerebbe una caduta dell’investimento sul principale scalo italiano, cosa molto grave”.

Era solo un anno fa quando l’ex Premier Matteo Renzi, ospite nel programma Porta a Porta, auspicava “Non bisogna buttar via i soldi pubblici”, riferendosi al successo delle trattative per l’operazione Meridiana.

In un clima che definire incerto significa dare spazio all’ottimismo, l’opinione pubblica si aspetta il massimo rigore nella gestione di spesa.

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Seppur il chief commercial officier di Alitalia, Fabio Maria Lazzerini, sintetizzi l’accordo con la maison Ferretti come l’operazione commerciale per veicolare l’italianità in modo moderno attraverso una capsule collection che include felpe e t-shirt, l’emorragia di denaro pubblico che è già costata alle casse dello Stato l’azienda imporrebbe l’obbligo della prudenza per i futuri investimenti.

In un vortice di numeri a sei zeri, quel che conta non è tanto il risparmio della singola operazione quanto il messaggio forte di cambiamento che l’opinione pubblica attende da anni: l’inversione di tendenza e la saggia gestione della cosa pubblica.

Maria Cristina Negro

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